«Non mi aspettavo tutto questo successo per un libro sulla mia vita sessuale. Penso che, in parte, dipenda dal fatto che Trump siede alla Casa Bianca». Nella sua casa di Chelsea, a New York, Edmund White dice di essere sorpreso per l’entusiasmo con cui critici e lettori hanno accolto il suo ultimo libro, The Loves of My Life (uscirà il 20 giugno in Italia, per Playground, con il titolo Gli amori della mia vita). «Ho scritto altri memoir, anche se mai uno dedicato al sesso: mai immaginato che potesse funzionare in un Paese puritano come l’America». A contare, dunque, è stato forse anche il contesto. «Un libro sul sesso oggi è una sfida a chi ci vuole riportare indietro».
Ottantacinque anni compiuti lo scorso gennaio, White ha scritto alcuni dei romanzi più belli della letteratu…
«Non mi aspettavo tutto questo successo per un libro sulla mia vita sessuale. Penso che, in parte, dipenda dal fatto che Trump siede alla Casa Bianca». Nella sua casa di Chelsea, a New York, Edmund White dice di essere sorpreso per l’entusiasmo con cui critici e lettori hanno accolto il suo ultimo libro, The Loves of My Life (uscirà il 20 giugno in Italia, per Playground, con il titolo Gli amori della mia vita). «Ho scritto altri memoir, anche se mai uno dedicato al sesso: mai immaginato che potesse funzionare in un Paese puritano come l’America». A contare, dunque, è stato forse anche il contesto. «Un libro sul sesso oggi è una sfida a chi ci vuole riportare indietro».
Ottantacinque anni compiuti lo scorso gennaio, White ha scritto alcuni dei romanzi più belli della letteratura americana degli ultimi decenni. Un giovane americano. L’uomo sposato. La sinfonia degli addii. Gli amori della mia vita è un nuovo, incantevole esempio della sua capacità di sondare – con intelligenza, tenerezza, curiosità – le zone più nascoste, spesso inconfessate, del desiderio. Nel libro c’è molto sesso: con amanti, amori, amici, marchette, perfetti sconosciuti. C’è il sesso veloce, quasi rubato, dell’adolescenza, e quello stupito della vecchiaia. C’è il sesso delle carezze, dei baci, della dominazione, dell’umiliazione, dell’orgasmo come sfogo meccanico. C’è il sesso, insomma, che White ha coltivato nella vita e nella scrittura, convinto che poche cose raccontano l’umano come il desiderio.
In un pomeriggio torrido e piovoso di primavera, seduto su una sedia del soggiorno – si muove ormai molto poco da casa – White ci parla dunque degli amori della sua vita. Ma è soprattutto dell’America di Trump che ha voglia di parlare. Attorno a lui si muovono il marito, Michael, anche lui scrittore, e il boyfriend di Michael, che vive con la coppia.
Si aspettava una svolta così conservatrice, secondo alcuni autoritaria, nei primi mesi di governo di Donald Trump?
«Vengo dal Midwest. I miei erano del Texas. Conosco l’America. Quello che succede non mi sorprende. Questo è un Paese con un fondo oscuro, millenarista, in cui la religione ha ancora un ruolo centrale. Trump lo ha capito. A lui non importa nulla della religione. È nato a New York, è un adultero, ha avuto diverse mogli, amici gay. Ora pretende di essere religioso, dice di essere stato scelto da Dio per salvare l’America. È un ipocrita – ma dimostra di conoscere molto bene il cuore americano».
Tra le centinaia di atti di questi primi cento e passa giorni di governo, quali la preoccupano di più?
«L’attacco alla cultura. Trump ha preso il controllo di una grande istituzione federale come il Kennedy Center e l’ha trasformata in un luogo in cui i country singer cantano quanto è grande l’America. Ha fatto a pezzi il National Endowment for the Arts e il National Endowment for Humanities. Sono istituzioni fondamentali, che hanno distribuito milioni di dollari a giovani, minoranze, artisti non commerciali. Trump ha tagliato i fondi a una grande istituzione museale e di ricerca come lo Smithsonian, con la scusa di purgarla dell’ideologia radicale. Ha attaccato il Museo di Storia e Cultura afroamericana, che mette in mostra il razzismo americano ma che secondo Trump distorce la storia. Ci sono le pressioni sui media. Quelle sulle università. Si è mai visto qualcosa di simile, qui, in America?»
Lei ha insegnato Scrittura creativa a Princeton. È preoccupato anche per le sorti della libertà intellettuale?
«Ovvio, c’è un chiaro tentativo di reprimerla. Le università americane sono state capaci di attirare scienziati, ricercatori, studiosi da tutto il mondo proprio grazie a una premessa: qui si può fare ricerca liberamente. Quella ricerca ha alimentato il primato americano in tanti settori: spaziale, medico, militare. Ora il governo colpisce le università, anzitutto Harvard, perché spera di poterle controllare. Quello che non capisce, è che se colpiscono le università, colpiscono il primato americano. Colpiscono l’America».
Lei è nato nel 1940. È passato attraverso diverse epoche e presidenti. Ricorda un periodo come questo?
«No. Per noi gay, in America, ci sono stati momenti non facili. Negli anni Cinquanta si rischiava l’arresto. Farci vedere in giro era considerato una vergogna, un attacco all’ordine sociale. Ricordo che, quando nel 1963 ci fu a New York la World’s Fair, il sindaco Wagner ordinò una repressione durissima. Chiuse tutti i gay bar, fece arrestare le drag queen. L’America è un posto dove si è spesso scatenato l’odio, il pregiudizio, il razzismo. Contro certi gruppi. Contro certe condizioni sociali. Contro un certo colore della pelle. Ciò che mi lascia esterrefatto oggi è la dimensione di questo odio. L’aggressività con cui si manifesta verso le donne, le persone transgender, i neri. È come se dovessero essere tutti spazzati via, per ricreare non si sa quale immagine d’America. Ecco, non ho mai sentito così tanto odio in America».
Come si spiega il particolare accanimento contro le persone transgender, cacciate da esercito, attività sportive, cancellate dai documenti di identità?
«Sulle persone transgender si è scatenata una forma condensata di omofobia. Contro gay e lesbiche, almeno per il momento, non possono fare molto. Noi omosessuali siamo apparentemente accettati. Siamo diventati i protagonisti di serie carine e divertenti in tv. Ma l’odio americano verso la diversità è sempre lì, e in una sorta di transfert freudiano si scatena contro i transgender. Ho amici transgender qui. Sono terrorizzati».
Lei dice che, almeno per il momento, il governo non può fare molto contro gay e lesbiche. Ma sul più lungo periodo vede dei rischi anche per loro?
«Difficile dirlo. Tutti noi speriamo che, quando nel 2028 Trump sarà fuori dalla Casa Bianca, le cose cambieranno. Ma non c’è solo Trump. C’è il sentimento di un intero Paese che Trump interpreta e che non finirà tra tre anni. Spero che i democratici mettano da parte le divisioni e riescano a portarci fuori da tutto questo. Ma non ne sono per niente sicuro».
È preoccupato per la percezione dell’America nel mondo?
«Ovvio. Facciamo la figura degli idioti! Ho amici che viaggiano in Europa e che si fingono canadesi...».
A parte un lungo intermezzo parigino, lei vive a New York da molti anni. In questi primi mesi di amministrazione Trump ha visto trasformarsi anche la città?
«Con San Francisco, New York è da sempre la vera sanctuary city, la città santuario americana. Oggi si usa questa espressione per le città che difendono i migranti dall’assalto del governo federale. Io uso il termine in un senso più ampio. New York è una città santuario perché ha sempre accolto quelli che fuggivano. Migranti ma anche rifugiati politici, omosessuali, giovani, artisti. È questo che l’ha resa grande. È stata città santuario anche per me, in fuga dal Midwest. Oggi non è più così. Se non hai tanti soldi, qui non ci puoi mettere piede. La città sta resistendo bene a Trump, ci sono manifestazioni, mobilitazioni. Ma il potere dei soldi la sta soffocando. La vecchia città santuario di un’America diversa non esiste più. E, almeno questo, non dipende da Trump».
Sinclair Lewis nel 1935 scrisse un romanzo descrivendo l’ascesa a presidente di un senatore populista che trasforma l’America in una dittatura. Secondo lei, è vero che Qui non può succedere?
«Non lo so».