Gentilissimo Giannini, dopo la lettura del suo editoriale sulla fine del lavoro (Repubblica, 2 maggio) sento la necessità di sottolineare che purtroppo non ricordo, da sinistra, parole tanto vere, realistiche e lucide. Il lavoro consacrato dall’articolo 1 della Costituzione come fondamento della Repubblica non esiste più: e volendo riscrivere quell’articolo, nessuno oserebbe inserire questo tra i valori fondanti, nemmeno in casa “progressista”… Che fare? Non saprei neppure suggerirlo: ma questa è la realtà.
Tino Palestra
Gentilissimo Tino, vedo che concordiamo amaramente sulla diagnosi: in questi ultimi tre decenni di pensiero unico liberal-liberista il lavoro l’hanno tradito tutti, compresa la sinistra. Anche sulla terapia condivido il suo sconforto: difficile suggerire soluzioni, se non quella di rimettere al centro delle politiche del lavoro le persone e i loro diritti. Nel frattempo, una cosa voglio aggiungerla. L’8 e il 9 giugno si votano cinque referendum sul Jobs Act. Hanno un…
Gentilissimo Giannini, dopo la lettura del suo editoriale sulla fine del lavoro (Repubblica, 2 maggio) sento la necessità di sottolineare che purtroppo non ricordo, da sinistra, parole tanto vere, realistiche e lucide. Il lavoro consacrato dall’articolo 1 della Costituzione come fondamento della Repubblica non esiste più: e volendo riscrivere quell’articolo, nessuno oserebbe inserire questo tra i valori fondanti, nemmeno in casa “progressista”… Che fare? Non saprei neppure suggerirlo: ma questa è la realtà.
Tino Palestra
Gentilissimo Tino, vedo che concordiamo amaramente sulla diagnosi: in questi ultimi tre decenni di pensiero unico liberal-liberista il lavoro l’hanno tradito tutti, compresa la sinistra. Anche sulla terapia condivido il suo sconforto: difficile suggerire soluzioni, se non quella di rimettere al centro delle politiche del lavoro le persone e i loro diritti. Nel frattempo, una cosa voglio aggiungerla. L’8 e il 9 giugno si votano cinque referendum sul Jobs Act. Hanno un basso impatto pratico, ma un alto valore simbolico. La destra suggerisce di “andare al mare”, come diceva Bettino Craxi nel ’91, ai tempi del referendum sulla riduzione delle preferenze. Io invece dico, comunque la si pensi sul merito dei quesiti: andiamo a votare.Come ci invita a fare Mattarella:non rassegniamoci all’astensionismo, non arrendiamoci a una democrazia a bassa intensità.
Quanto servirebbero le lezioni d’amore
Caro Giannini, non crede che in questo mondo di violenza, che già comincia dai banchi di scuola,ci sia bisogno di “lezioni d’amore”? Iniziando già dai bambini dell’asilo, per arrivare alle scuole superiori?
Clara Faggin (Trieste)
Carissima Clara, Lezioni d’amore è stato il titolo di un ottimo film del 2008 (con Penelope Cruz e Ben Kingsley), e di un’orribile serie tv del 2020 (con Can Yaman e Özge Gürel). Oggi sarebbe un bel progetto educativo, in effetti. Amore a tutto tondo: dalle relazioni affettive a quelle sessuali, dall’amicizia alla solidarietà, dal rispetto per gli altri all’inclusione. Ce ne sarebbe un gran bisogno. Purtroppo la sua idea incontra due ostacoli che al momento mi paiono difficilmente sormontabili. Il primo è globale e si chiama Trump: lo sceriffo di Washington sta addestrando le destre di tutto il mondo a una pedagogia esattamente contraria, cioè quella che una rivista prestigiosa come The Atlantic ha definito“la politica della crudeltà” (vedile deportazioni forzate, i divieti all’uso dei termini woke, i tagli ai fondi per la cooperazione).
Il secondo è nazionale e si chiama Valditara: il ministro dell’Istruzione sta proponendo ai nostri ragazzi l’educazione affettiva e sessuale in classe solo con il consenso scritto dei genitori, che hanno il diritto di visionare i materiali didattici, verificare le finalità dei corsi e conoscere i docenti coinvolti. Più che “Lezioni d’amore”, il solito Minculpop.
L’Intelligenza Artificiale va spiegata agli ottantenni
Caro Massimo, sono un affezionato lettore di Repubblica, che leggo dal 1975 e per la quale ho anche lavorato, con grande soddisfazione e in un ambiente straordinario: sono in pensione da 13 anni e recentemente mi hanno incuriosito i libriccini omaggiati dal giornale sull’Intelligenza artificiale. Se ne parla da tempo, quello che ci aspetta sarà certamente interessante ma ti confesso che, dopo il primo dei tre libriccini, mi sono bloccato perché non riuscivo a comprendere quello che ci aspetta e sono un po’ preoccupato, malgrado io abbia studiato al Classico e sia arrivato alla laurea in Giurisprudenza. Il mio prossimo compleanno avrà, sulla torta, 80 candeline (mia moglie troverà una soluzione) e temo che, con l’Intelligenza artificiale, gli eventi,i servizi, le letture diventino più difficili e meno fruibili. La mia speranza è che ci sia un periodo di insegnamenti, corsi, lezioni…in modo che nessuno resti indietro. Che pensi tu di questa rivoluzione culturale?Fiorenzo Macciò
Caro Fiorenzo, in ogni tempo le grandi innovazioni disorientano, e spesso fanno paura. Comprendo e condivido la tua preoccupazione: l’impatto dell’Intelligenza artificiale sulle nostre vite, da quel che se ne legge, non ha eguali né precedenti nella storia umana, dall’invenzione della ruota in poi. Quel che vediamo – che è già molto, ti assicuro, per esempio per chi fa il mio mestiere - è ancora nulla rispetto alle potenzialità reali di questo strumento. Come sempre,la tecnologia offre prodigi neutrali: possono essere meravigliosi o disastrosi, a seconda dell’uso che se ne fa. La rivoluzione nucleare ha prodotto le radiografie negli ospedali e la bomba atomica su Hiroshima. Per questo, come sempre, tutto dipende dai nuovi “Padroni del Vapore”, e da chi ne controlla le intenzioni.
Oggi l’Ia è in mano ai colossi digitali della Silicon Valley. Alcuni di loro si sono sfilati dal business, perché lo considerano troppo potente e quindi troppo pericoloso. Le macchine,un giorno, potrebbero prendere il sopravvento sugli umani. Per questo penso che l’unica soluzione al problema tocca alla Politica, che deve fissare limiti e dettare regole alla Tecnica. Se non lo fa, ci aspettano due futuri possibili, uno peggiore dell’altro. Un futuro da Terminator, dove la Tecnica si rivolta alla Politica e ci dichiara guerra. O un futuro da 1984, dove la Politica e la Tecnica diventano una cosa sola, e ci condanna all’incubo concentrazionario. Non vorrei sembrare troppo catastrofista, ma questa mi pare la posta in gioco.
Giacomo Leopardi for president
Caro Giannini, a proposito di società perfetta, io mi accontenterei di quella auspicata da Leopardi nello Zibaldone: “Per società perfetta non intendo altro che una forma di società in cui gli individui che la compongono, per cagione della stessa società, non nocciano gli uni agli altri, o se nocciono, ciò sia accidentalmente, e non immancabilmente; una società i cui individui non cerchino sempre e inevitabilmente di farsi male gli uni agli altri”.
Riccardo Broetto (Montemerlo-Padova)
Caro Riccardo, ci sto. Leopardi mi sembra una discreta base di partenza, nel tempo in cui i nuovi maître-à-penser sembrano Tolkien e Tony Effe.