✕

Giochi senza frontiere: quando la tv univa l’Europa

il team britannico festeggia dopo aver vinto nel 1973. BERNARD ALLEMANE / ina via afp 

Ascolta l'audio

Mentre in tv va in scena l’Eurovision, si festeggiano i sessant’anni di un programma che, tra scivoli d’acqua e abiti di gommapiuma, promuoveva l’incontro tra Paesi. «Ci divertivamo come matti», ricorda il suo storico scenografo
4 minuti di lettura

Affidarsi a quel sapore di leggenda è sempre appagante. In questo caso vi si mescola un po’ di realtà, ed è anche meglio. E quindi troviamo, anno 1965, il generale De Gaulle che in prima persona chiede e ottiene, ovviamente, un programma di giochi tra nazioni europee. E lo spunto originario si dice sia il nostro Campanile sera – in onda dal 1959 al ’62, ovvero Mike in piazza con due città a sfidarsi. La leggenda, o quello che è, sfocia però nella solida realtà. E in giornate di Eurovision Song Contest, che ne sarà in qualche modo la versione canterina successiva, vale la pena ricordare che il 26 maggio sono i sessant’anni dalla prima puntata di Giochi senza frontiere. Ovvero, siccome la derivazione è tutta francese, Jeux sans frontières, in breve JSF. La spinta: rendere solida l’amicizia e la fratellanza tra Paesi, Francia e Germania in origine, a seguire le altre: Italia e Belgio in quella prima puntata. E soprattutto i loro giovani, le forze fresche di un continente, nei suoi luoghi…

Affidarsi a quel sapore di leggenda è sempre appagante. In questo caso vi si mescola un po’ di realtà, ed è anche meglio. E quindi troviamo, anno 1965, il generale De Gaulle che in prima persona chiede e ottiene, ovviamente, un programma di giochi tra nazioni europee. E lo spunto originario si dice sia il nostro Campanile sera – in onda dal 1959 al ’62, ovvero Mike in piazza con due città a sfidarsi. La leggenda, o quello che è, sfocia però nella solida realtà. E in giornate di Eurovision Song Contest, che ne sarà in qualche modo la versione canterina successiva, vale la pena ricordare che il 26 maggio sono i sessant’anni dalla prima puntata di Giochi senza frontiere. Ovvero, siccome la derivazione è tutta francese, Jeux sans frontières, in breve JSF. La spinta: rendere solida l’amicizia e la fratellanza tra Paesi, Francia e Germania in origine, a seguire le altre: Italia e Belgio in quella prima puntata. E soprattutto i loro giovani, le forze fresche di un continente, nei suoi luoghi migliori e più propensi a sviluppare in futuro benessere, fratellanza, eccetera.

L’Italia ha fatto il suo, eccome: tanto che è stata l’unica nazione a partecipare a tutte e trenta le edizioni di una lunga storia, che è stata compatta fino al 1982 – ogni estate, sempre in tv, da noi Rai 2, con Giulio Marchetti e Rosanna Vaudetti conduttori storici. Poi, interruzioni, l’Europa che si allarga, altri Paesi, tutto che si sfarina un po’. Recenti tentativi di rimettere in piedi tutto sono naufragati subito.

Erano olimpiadi di stampo circense, o qualcosa del genere. Giochi di abilità esagerati, gare a correre e saltare avvolti nella gommapiuma, nell’acqua o su scivoli, tendendo corde o rimanendo in equilibrio su percorsi insaponati e così via. Uno spasso: anche e soprattutto per chi partecipava. A casa, alla tv, si tifava ed era Europa davvero: nel 1976 contarono per una singola puntata cento milioni di telespettatori.

Armando Nobili è un nome altrettanto da leggenda: scenografo principe da noi, autore di scene anche per i mitici Promessi sposi della tv, fino ai Sanremo e a un mare di produzioni altre. Ma Giochi senza frontiere, dove arriva nel 1977, è impossibile da dimenticare, anni eroici, passati a inventarsi giochi – con l’autore principale, il geniale Popi Perani – e poi a renderli possibili, a mano, ma come per le sceneggiature dei film, disegnando prima le scene future. Ascoltarlo è un’immersione in un passato bizzarro e non solo.

Ma De Gaulle che si inventa JSF è una cosa vera?

«Direi proprio di sì. Sicuramente la connotazione transalpina era quella principale. Si parlava tutti in francese: per fortuna lo avevo studiato un po’ a scuola, la spinta a superare le frontiere di quell’Europa veniva da lì. E Paesi come Germania o Italia ci misero poco a capire che era anche un affare per le televisioni».

Nel senso?

«La formula era geniale. La tv pubblica del Paese che ospitava la singola puntata metteva i soldi per quella. E riceveva gratis le puntate realizzate negli altri Paesi. Quindi con il budget di un normale varietà avevi una stagione intera di JSF che copriva tutta l’estate».

Cosa le piace ricordare di più?

«Il clima che vivevamo. Ci divertivamo come matti, sempre insieme a girare nei luoghi di gara, si lavorava come dannati ma non ti stancavi mai. In gruppo dirigenti, maestranze, tutti insieme. Un clima fantastico, appunto».

E si giocava. O meglio, si allestivano i giochi.

«Ogni volta un’avventura. Avevamo il terrore, ai tempi in cui si andava in diretta, che qualcosa potesse non funzionare, un meccanismo, uno scivolo che saltava. Avevamo deciso di tenere fisso un gioco di riserva se qualcosa fosse andato storto».

Ed era?

«La corsa nei sacchi. I sacchi erano lì, sempre pronti nell’evenienza. Una volta mi inventai un carrello che scorreva con i concorrenti sopra, e degli elastici da tirare. A un certo punto mi avvertono che si è rotto il giunto di uno dei carrelli. Io guardo i sacchi, poi decido di rischiare: prendo un martello e tiro due colpi in un punto preciso, avevo bisogno che resistesse per due minuti esatti di gara. È andato in frantumi tutto due minuti e dieci secondi dopo».

Pericoloso, anche.

«Ha presente quante volte i concorrenti erano avvolti in costumi di gommapiuma? Lo scopo era triplice: erano buffi da vedere e se cadevano facevano ridere, la gara acquistava difficoltà e nessuno poteva farsi male».

Attention: trois, deux, un! Com’erano Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, i due giudici iconici, diremmo oggi?

«Fantastici. Due compagnoni, incredibili, allegri e furbi il giusto: ogni volta, senza darlo troppo a vedere, favorivano la squadra di casa. E ogni giorno si presentavano al lavoro cantando in coro L’uva fogarina…».

Ecco. Ma le gare erano intense, le varie città ci tenevano a vincere.

«I concorrenti sì, accaniti. Per rendere sicuri i giochi il più possibile, facevamo molte prove prima. E quasi tutti cercavano di imparare a memoria i percorsi, come i labirinti da cui uscire. E io ogni volta, poche ore prima della gara, cambiavo tutti i riferimenti. Invece i sindaci e gli assessori si accontentavano eccome del fatto che, se il tuo Paese era a Giochi senza frontiere, il turismo negli anni successivi triplicava».

Poi, via via , i tempi nuovi, l’Europa si allarga, JSF si ferma, riprende…

«Ricordo l’allargamento a Est, la Jugoslavia che manda i suoi giovani. E ogni tanto si scopriva che erano campioni di Triathlon, a quel punto decidemmo di sorteggiare i concorrenti all’ultimo».

Era bello perché si era giovani o era bello perché era bello?

«Posso rifarmi solo alla mia esperienza. Ero giovane, lo scenografo come mestiere era inventiva, artigianato, idee e applicazione manuale. Ovvio che la tecnologia ha cambiato tutto. Oggi vedi scene pazzesche, come a Ballando con le Stelle, ma di fisico c’è poco, il resto lo fa il magnifico vidiwall alle spalle. Ah, poi una volta c’era la legge dei quattro preventivi».

Ovvero?

«Serviva una scena con molti materiali. Si presentavano le ditte, avevi quattro preventivi in mano. Subito tagliavi il più costoso, poi quello più economico e sceglievi tra gli altri due. Oggi arrivano quattro preventivi, prendi subito quello più economico e la prima cosa che fai è chiedere di abbassarlo ancora».

Chiaro. Ma l’inventiva sui giochi è rimasta nella memoria.

«Popi Perani era un geniaccio. Ma voleva anche strafare e ogni tanto si andava incontro a scene grottesche. Mi ricordo un gioco in cui c’era un maiale arrosto di polistirolo…».

Questa promette bene.

«C’erano delle finte verdure e il gioco consisteva nell’accaparrarsene il più possibile. Il maialino scorreva su un binario, successe di tutto, ridevano tutti. Ma avevamo anche una sorta di missione, direi quasi culturale. Una volta, a Casale Monferrato, mi inventai il gioco di Caravaggio».

Ecco fatto.

«I concorrenti saltavano su tappeti elastici, avevano della frutta finta in mano e dovevano zompare verso un contenitore ampio e depositarla, tutto ispirato alla Canestra di frutta del Caravaggio e bisognava riuscire a far somigliare l’insieme al quadro originale. Un’altra volta, a Villa Manin, un gioco ricreava l’assalto degli austriaci…».

Fantasia sfrenata e dilagante.

«Libertà, soprattutto, creativa e di divertimento per tutti. E tutto grazie al generale De Gaulle…».

Leggi i commenti