Chi sono i buddhisti italiani: sempre di più e sempre più giovani
di Marco BracconiNon fai in tempo ad uscire dalla metro e ne incroci subito tre, veste color vinaccia e giallo ambra, capo rasato. Sono i monaci ospiti del centro Ghe Pel Ling, una bella villetta in una stradina in fondo a viale Monza, dove Milano è già quasi finita. Ma mentre la Chiesa elegge un Papa missionario, loro non fanno proseliti, come da regola del buddhismo tradizionale. «Il numero di chi si avvicina è cresciuto molto, soprattutto tra i giovani», mi dice la presidente Gemma Randelli mentre ci sediamo nel salone che fa da luogo di meditazione, preghiera, incontro e studio, a un paio di metri dalla grande foto del Dalai Lama. «Credo dipenda da due cose: intanto perché offre risposte a domande che trovano poco ascolto, e poi perché è compatibile con le scienze del mondo contemporaneo, dalla fisica alla psicologia».
Non fai in tempo ad uscire dalla metro e ne incroci subito tre, veste color vinaccia e giallo ambra, capo rasato. Sono i monaci ospiti del centro Ghe Pel Ling, una bella villetta in una stradina in fondo a viale Monza, dove Milano è già quasi finita. Ma mentre la Chiesa elegge un Papa missionario, loro non fanno proseliti, come da regola del buddhismo tradizionale. «Il numero di chi si avvicina è cresciuto molto, soprattutto tra i giovani», mi dice la presidente Gemma Randelli mentre ci sediamo nel salone che fa da luogo di meditazione, preghiera, incontro e studio, a un paio di metri dalla grande foto del Dalai Lama. «Credo dipenda da due cose: intanto perché offre risposte a domande che trovano poco ascolto, e poi perché è compatibile con le scienze del mondo contemporaneo, dalla fisica alla psicologia».
È una spiegazione tra le tante possibili, come tante sono le tradizioni di una religione a cui secondo il Censis aderiscono in Italia 342 mila persone, quasi tutti italiani, riuniti in centinaia di centri, più al Centro-Nord che nel Mezzogiorno. L’Unione buddhista italiana (Ubi) ne affilia 68, l’Istituto Buddhista Soka Gakkai, che fa un po’ storia a sé, ne conta 18 per un totale di aderenti che corrisponde a quasi un terzo del totale. Entrambi sono riconosciuti come Enti religiosi dallo Stato: non è il caso di parlare di concorrenza, forse, ma i buddhisti tradizionali e i discepoli di Daishonin seguono strade diverse e tra loro non c’è un gran dialogo – tranne quando ci si siede al tavolo della Cei per gli incontri interreligiosi.
Per l’Ubi oggi, comunque, è un gran giorno, il primo dei tre del Vesak, festività in memoria del Buddha che più aperta di così non si potrebbe: a Milano vengono Alessandro Baricco, Alessandro Bergonzoni, Vito Mancuso, che buddhisti non sono, poi gli eventi si incroceranno con Piano City e alla fine, domenica sera, tutti al cinema con Richard Gere, ospite d’onore assieme a Jetsun Pema, sorella del Dalai Lama.
La sfilata di star non è buddhismo in purezza ma «un’area di interesse» che si allarga, trova tangenze, connessioni, voglia di dialogo sotto le insegne comuni della ricerca di un senso. Lo dice pure la pubblicità con cui l’Ubi chiede l’8 per mille, Anche i simpatizzanti ci sono simpatici: attrarre chi non è strettamente praticante è un aspetto chiave di un credo che può essere anche interpretato come filosofia di vita, religione-pensiero non dogmatica, senza una divinità creatrice che compete con le altre, più che flessibile quando altrove ci si irrigidisce su omosessualità, morale sessuale e via dicendo. Ma più che “andare di moda”, il buddhismo sembra adattarsi con maggiore naturalezza di altre fedi allo spirito dei tempi, facendosi risposta agli automatismi dell’accelerazione tecnologica e quasi offrendosi come alternativa alla lenta liquefazione delle agenzie novecentesche.
Un’indagine del 2022 riferita ai centri associati all’Ubi dice che la maggioranza degli aderenti è di orientamento progressista, e viene da pensare che uno dei principi cardine del buddhismo – l’impossibilità di essere felice se non lo sono anche gli altri – è pari pari un verso di Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber. Suggestioni, chissà.
Niente new age
«Gli stereotipi sono il grande nemico» dice Filippo Scianna, presidente dell’Unione. «Primo tra tutti, l’associazione tra buddhismo a pratiche new age, culti orientali improvvisati, forme di guruismo e simili. Percepirci come una religione di libertà è assolutamente corretto, del tutto sbagliato è invece pensare che essere buddhista significhi fare o credere quel che ti pare. Al contrario, il buddhismo ha molte indicazioni, molti strumenti, molte pratiche che seguono precisi percorsi».
Lo stesso vale per l’idea grossolana di un praticante-asceta, chiuso nella sua cameretta a meditare: «Lo provano le tante attività di sostegno e cooperazione sociale, soprattutto sui temi della cura e dell’ecologia, e il lavoro del centro studi, la cui attività si declina in stretta relazione con le complessità del nostro tempo. Ma è lo stesso schema degli antichi monasteri tibetani, che erano luoghi di studio, cura, consiglio e non eremi di mistici isolati dal mondo».
È impossibile citare la varietà di declinazioni, tradizioni, correnti che ci hanno portato fin qui dai tempi di Siddartha Gautama, il primo Buddha storico. Ma è la domanda, più che l’offerta, a dirci qualcosa in più sul piccolo boom rosso-ambra: «Il buddhismo» spiega Scianna «cresce perché a crescere è il bisogno di spiritualità che ci interroga in quanto esseri umani, in un modello di civiltà dove prestazione, materialismo e alienazione da sé stessi tendono ad essere la norma».
A questo proposito il buddhista Paolo Cognetti non usa mezzi termini e al portale Gate dell’Ubi descrive «un’epoca violenta, dove senti la rabbia crescere nelle persone». Per lo scrittore delle Otto Montagne, che di recente con il disagio interiore ha avuto molto a che fare, il buddhismo è come l’anarchia, quella seria: «Lo puoi praticare ogni giorno, senza bisogno di dirlo ai quattro venti, nella pratica quotidiana».
Così sta facendo il rapper Massimo Pericolo, per dire, prima folgorato sulla via del monastero di Shaolin in Cina e oggi dedito alla meditazione e avido lettore di testi buddhisti, anche se buddhista in senso stretto non si definisce. Chiosa Scianna: «C’era un maestro, Christian Morsi, che diceva che la prima forma di violenza è dare un nome a se stessi».
Al proprio maestro, invece, i buddhisti praticanti danno volentieri un nome. Ogni centro, per associarsi all’Ubi, deve averne uno di riferimento, e qui risiede un’altra ragione del vento in poppa degli ultimi anni. «La crisi dell’autorevolezza spinge le persone a cercare riferimenti, esempi. E non importa la cultura di provenienza. Se un cattolico o un musulmano possono trovare insegnamenti in un maestro buddhista, non si vede perché non dovrebbero. Il buddhismo, per intenderci, non ha il copyright della felicità, è una via per rispondere alla sofferenza che ci riguarda universalmente, in quanto esseri senzienti». Fratelli tutti, animali compresi.
Oggetti di culto
Forte di centomila aderenti – il più famoso è Roberto Baggio – la Soka Gakkai invece origina dal Giappone, si esprime attraverso l’omonimo Istituto e fa il suo percorso parallelo, con altri riferimenti, una tradizione più recente e una reputazione di maggiore “mondanità” che li differenzierebbe dai buddhisti tradizionali. Ma è una lettura che il presidente Alberto Aprea respinge con ironia: «No, non siamo quelli che recitano nam-myoho-renge-kio per trovare parcheggio in centro, c’è al contrario una grande interiorità in ciò che facciamo, nella ricerca del nostro cambiamento personale, in quella che chiamiamo la rivoluzione umana».
A differenza degli altri, i Soka hanno un oggetto di culto, il Gohonzon, e un’idea diversa anche a proposito della diffusione della fede. Se i buddhisti tradizionali vietano il proselitismo, loro no: «Non userei però la parola proselitismo» dice Aprea «preferisco condivisione. Se si ottengono benefici attraverso una pratica, allora è giusto che si condividano per dare questa opportunità anche agli altri».
Meglio non addentrarsi in questioni dottrinali e comunque si torna sempre lì, chi sceglie il buddhismo lo fa per rispondere a un’istanza di benessere esistenziale da trovare in un maestro, una guida e innanzitutto dentro di sé. «Quando sono diventato buddhista sognavo di imparare a piangere di gioia, solo per il fatto di essere in vita», racconta Aprea.
«La crescita del buddhismo è un fatto, però non perdiamo di vista le proporzioni», puntualizza Massimo Introvigne, direttore del Cesnur, il Centro studi sulle nuove religioni. «In Italia le minoranze sono pari al 4,3 per cento, quella buddhista rappresenta uno 0,4 del totale. In ogni caso, ad affascinare e attrarre, semplificando molto, è l’idea che – se il cristianesimo promette una ricompensa nell’al di là – qui ci si concentra sulle risposte nell’al di qua».
Introvigne non vede una crescita esponenziale: «La tendenza è quella, ma a un certo punto ci si stabilizzerà. Il numero di italiani disponibili a cambiare identità, aderendo a una religione non cristiana, resterà ampiamente minoritario». Una minoranza che però più di altre sa farsi sentire, fluidificare, incrociarsi. Parecchio al di là di se stessa.
Sul Venerdì del 23 maggio 2025