✕

Michele Serra: che fine ha fatto la satira al tempo del web

Una prima pagina del settimanale Cuore del 1994 

Ascolta l'audio

3 minuti di lettura

Nell’oceano della rete la satira e la comicità prosperano, nuotano come i pesci in un mare infinito. Whatsapp ci mette in tasca ogni giorno meme esilaranti, battute fulminanti, gli amici se li passano nel breve attimo di un clic e di un emoticon. Si ride come sempre si è riso e per le stesse ragioni: si ride della vanità umana e degli inciampi (più ricco e potente è l’inciampato, più si ride). C’è un pallone gonfiato e c’è lo spillo che lo fa scoppiare. È il pernacchio di Eduardo, nelle sue infinite varianti. Tutto qui, in fin dei conti. Il meccanismo è identico dai tempi dei padri classici.

Poi certo, come tutto il resto, anche la satira, nell’evo del web, è una nebulosa che fatica a solidificare, particelle che circolano e non si raggrumano. Così come la politica: non è affatto scomparsa e semmai ci sono più opinioni politiche in circolazione oggi che nella lunga storia delle società umane, la massa sterminata di quelli che la sanno lunga comprende luoghi e persone prima nemmeno sfi…

Nell’oceano della rete la satira e la comicità prosperano, nuotano come i pesci in un mare infinito. Whatsapp ci mette in tasca ogni giorno meme esilaranti, battute fulminanti, gli amici se li passano nel breve attimo di un clic e di un emoticon. Si ride come sempre si è riso e per le stesse ragioni: si ride della vanità umana e degli inciampi (più ricco e potente è l’inciampato, più si ride). C’è un pallone gonfiato e c’è lo spillo che lo fa scoppiare. È il pernacchio di Eduardo, nelle sue infinite varianti. Tutto qui, in fin dei conti. Il meccanismo è identico dai tempi dei padri classici.

Poi certo, come tutto il resto, anche la satira, nell’evo del web, è una nebulosa che fatica a solidificare, particelle che circolano e non si raggrumano. Così come la politica: non è affatto scomparsa e semmai ci sono più opinioni politiche in circolazione oggi che nella lunga storia delle società umane, la massa sterminata di quelli che la sanno lunga comprende luoghi e persone prima nemmeno sfiorati dall’idea che fosse necessario avere delle idee. Solo che a votare ci vanno poi in pochi, e i partiti contano meno della metà che in passato. Non è più materia solida, la politica, è un umore (spesso un cattivo umore) che non trova requie e non sa dove posarsi.

Così è la satira, che in fondo è un ramo della politica. La materia prima è disponibile in quantità enormi, e in costante aumento – dire pallone gonfiato e pensare a Trump è tutt’uno – ma la si elabora alla spicciolata. Ognuno per sé. Se qualche volta viene nostalgia dei giornali satirici è perché erano un’opera collettiva, artisti e scrittori anche molto diversi che costruivano una casa comune. Oggi l’eroe solitario (la stand-up comedy ha interpreti formidabili) è la figura dominante della satira. Applausi convinti. Ma è una sola che parla, uno solo. Manca il colpo d’occhio allargato su correnti di pensiero, tendenze culturali, novità di linguaggio che si mettono assieme e diventano un piccolo o grande riassunto dello spicchio di mondo nel quale si vive.

Per esempio non saprei dire se e quanto si rida, oggi, della grande, fantastica novità che la società di massa ha regalato alla satira, che sono appunto le masse. Il loro ingresso sulla scena in qualità di consumatori, di followers, di clienti, ha cambiato radicalmente il mondo e ha cambiato, di conseguenza, la nostra percezione dell’abuso, dell’inganno, di quel gioco della contraffazione che è alla base del potere. Non basta più dire che il Re è nudo; la prosopopea, il furto di prestigio, la mediocrità travestita da forza sono ormai spalmati ovunque, nudo è anche il popolo, nudi siamo tutti. Basti considerare la figura dell’influencer, alcuni dei quali sono veri e propri giganti del ridicolo in senso classico, la rana che vuole farsi bue, il fesso che si impanca, la poveraccia che se la tira da principessa.

Ecco, quando mi manca Cuore (1989-1996, requiescat in pace) mi manca perché proprio Cuore aveva cominciato, con successo, quel lavoro di redistribuzione più equa della satira: va bene il Palazzo, ma come possiamo perdere l’occasione di fare due chiacchiere sulla famosa “gente”? Si era nel pieno degli anni Novanta, la retorica farlocca del “popolo buono” che si ribella al Palazzo cattivo aveva trovato, in Tangentopoli, la sua occasione d’oro, da lì molte delle nostre sciagure attuali, la demagogia che organizza la giostra politica, il populismo che raggira il popolo spacciando uno stato di soggezione economica e culturale per una condizione di santità. Il popolo è cattivo (e buono) tanto quanto i suoi capi, gli ultimi trent’anni ce lo hanno dimostrato con magistrale semplicità, e bisogna ripeterlo, satirici e no, fino all’ultimo fiato.

I milioni di followers e di elettori che portano alle stelle orrendi imbroglioni, bugiardi seriali, truffatori che nel vecchio West sarebbero finiti cosparsi di pece e di penne di gallina e oggi decidono le elezioni spostando voti a centinaia di migliaia: ah, come ci saremmo divertiti, a Cuore, a raccontare carnefici e vittime di questa tragica farsa mondiale. Eravamo appena agli inizi, trent’anni fa, c’era Vanna Marchi ma non si poteva immaginare – se non nella trasfigurazione satirica – che quel genere di successo, di popolarità, di linguaggio sarebbe poi arrivato, con pochi aggiustamenti e migliori avvocati, fino alla Casa Bianca. L’uomo che vuole trasformare Gaza in un resort balneare: ma vi rendete conto? E le centinaia di milioni di persone in tutto il mondo che non gli dicono “scemo-scemo”, e al contrario lo applaudono, ma vi rendete conto? Ci si domanda se sia più atroce o ridicolo. Poi, per non cedere all’atrocità, si decide che è ridicolo. Il comico è solo un modo meno retorico di raccontare il tragico.

Sul Venerdì del 23 maggio 2025

Leggi i commenti