Jude Law: «È nella puzza il segreto del mio Enrico VIII»
di Marco ConsoliFin dal primo successo ne Il talento di Mr. Ripley, per cui nel 1999 ha ottenuto una candidatura all’Oscar, Jude Law è diventato l’incarnazione dell’attore “bello e impossibile”. Risulterà dunque straniante vederlo sfatto, grasso, con la barba lunga e incanutita, abietto e violento come non mai nei panni di Enrico VIII in L’ultima Regina – Firebrand, al cinema dal 29 maggio dopo la prima a Cannes. «A quell’epoca ero molto carino, lo so», ridacchia l’attore 52enne, «ma piacere per il mio aspetto fisico è stata una benedizione e una maledizione al tempo stesso, perché non era la strada che avrei scelto. Ho sempre amato trasformarmi e per fortuna oggi che sono stempiato, ho le rughe e produco i miei film, posso scegliermi ruoli in cui non importa se appaio bello o disgustoso come Enrico VIII».
Il film di Karim A?nouz, tratto dal romanzo omonimo di Elizabeth Fremantle (Mondadori), è centrato attorno a Catherine Parr (Alicia Vikander), sesta e ultima delle mogli del re sanguinario, ch…
Fin dal primo successo ne Il talento di Mr. Ripley, per cui nel 1999 ha ottenuto una candidatura all’Oscar, Jude Law è diventato l’incarnazione dell’attore “bello e impossibile”. Risulterà dunque straniante vederlo sfatto, grasso, con la barba lunga e incanutita, abietto e violento come non mai nei panni di Enrico VIII in L’ultima Regina – Firebrand, al cinema dal 29 maggio dopo la prima a Cannes. «A quell’epoca ero molto carino, lo so», ridacchia l’attore 52enne, «ma piacere per il mio aspetto fisico è stata una benedizione e una maledizione al tempo stesso, perché non era la strada che avrei scelto. Ho sempre amato trasformarmi e per fortuna oggi che sono stempiato, ho le rughe e produco i miei film, posso scegliermi ruoli in cui non importa se appaio bello o disgustoso come Enrico VIII».
Il film di Karim A?nouz, tratto dal romanzo omonimo di Elizabeth Fremantle (Mondadori), è centrato attorno a Catherine Parr (Alicia Vikander), sesta e ultima delle mogli del re sanguinario, che due consorti, Anna Bolena e Catherine Howard, le aveva fatte decapitare. Capace di regnare nell’assenza del marito impegnato in guerra, Parr è una donna colta che si batte per l’istruzione femminile e introduce idee protestanti nell’Inghilterra cattolica. Quando Enrico VIII rientra dalle imprese militari, reso sempre più paranoico dalle ulcere che gli devastano le gambe, inizia a sospettare che la moglie trami contro di lui. «Enrico VIII è stato interpretato al cinema molte volte (tra gli altri da Charles Laughton, Richard Burton ed Eric Bana, ndr)», dice Law «ma ho accettato perché mi sembrava ci fosse ancora spazio per un ritratto inedito. Il regista era interessato a descrivere l’essere umano più che la figura storica. Ho letto trenta libri su di lui per prepararmi: si concentrano tutti sugli stereotipi».
Lei ha capito che cosa lo rendesse così violento e soggetto a repentini cambi d’umore?
«Credo fosse dovuto ai dolori: ho parlato con medici che mi hanno detto che queste ulcere venose profonde sono talmente dolorose che le persone implorano di amputar loro le gambe, e lui sopravvisse dieci anni in quelle condizioni. Si aggiunga che per superare il dolore beveva dieci pinte al giorno di birra e diversi bicchieri di gin. E poi si abbuffava. Tutto questo si aggiungeva alla megalomania che doveva venirgli dall’infanzia: quando cresci e ti dicono che sei secondo solo a Dio, non puoi che diventare delirante, paranoico e molto solo. E uccidere chi la pensa diversamente da te».
Enrico VIII è stato rappresentato tante volte. Da dove deriva tutta questa fascinazione per lui?
«Credo sia la medesima attrazione che doveva provare Shakespeare quando scrisse l’Enrico VIII nel raccontare un periodo storico pieno di drammi e così violento. Certo è strano come Enrico VIII sia diventato nella cultura popolare quasi una macchietta, il vecchio pazzo che faceva decapitare le mogli, quando era uno sterminatore di massa. È un po’ come se considerassimo Hitler o Stalin dei mattacchioni. Ma il fascino che subiamo secondo me deriva anche da altro».
Da che cosa?
«Gli abiti dell’epoca erano veramente incredibili e i nobili sapevano come mostrare le proprie ricchezze, indossando oro e rubini. Enrico VIII è stato uno dei primi a trasformare se stesso in un brand: faceva imprimere la H di Henry dappertutto, su abiti, gioielli, ovunque».
Come è riuscito a trasformarsi fisicamente in modo così convincente?
«Non avevamo abbastanza tempo per un cambiamento alla De Niro. Voglio lasciare un po’ di mistero sul metodo, ma diciamo che ho usato costumi più pesanti, modificato l’attaccatura dei capelli che ha cambiato la forma del mio viso, usato delle protesi per le gambe dove si dovevano vedere le ferite purulente, e lavorato molto sulla postura. Inoltre a immedesimarmi mi ha aiutato l’odore».
In che senso?
«Si dice che a causa delle gambe in putrefazione si sentisse il suo odore a decine di metri di distanza, e che per questo cospargeva continuamente sé e gli altri con olio di rose. Quindi ho lavorato con un’esperta che mi aiuta a creare profumi per i vari personaggi che interpreto e per l’occasione ha creato un odore di pus, uno di sangue e uno di feci. Ho iniziato a spruzzarmeli addosso per ottenere una reazione genuina negli attori che recitavano con me. Non è la prima volta che lo faccio, per esempio mi spruzzavo di alcol quando dovevo interpretare Tom Wolfe in Genius».
Non è difficile rileggere questa storia avvenuta nel Cinquecento sotto il profilo della diseguale distribuzione di potere tra uomini e donne di cui si parla ancora oggi. Che ne pensa?
«Sono felice che protagonista di questa storia sia soprattutto Catherine, una donna che è la vera eroina sopravvissuta a questo mostro. In trent’anni di carriera mi sono reso conto della disparità anche nei ruoli, ad esempio partendo dai casi in cui un attore di 65 anni sul set doveva avere una partner di 20 anni. E per questo penso sia utile oggi avere tante storie e punti di vista diversi da quelli concentrati su maschi bianchi adulti».
Nel film Enrico VIII è molto violento nei confronti di Catherine. È difficile recitare queste scene di abusi?
«Molto, ma per fortuna io e Alicia ci conoscevamo da tanto: mi ha chiesto di essere il più credibile possibile e un intimacy coordinator ci ha aiutato a coreografare quelle scene violente. Che abbiamo vissuto esplorando l’oscurità dell’essere umano, ma anche come un gioco, capaci di finire la scena e poi metterci a ridere un secondo dopo».