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Quando le donne di Roma avvelenavano i mariti violenti

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Un saggio ricostruisce un famoso caso del Seicento: il business tutto femminile dell’“acquetta di Giulia”, una pozione letale che non lasciava tracce.
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Erodoto, padre della storiografia, diceva che solo gli avvenimenti più importanti sono degni di essere tramandati. Tucidide, l’altro grande storiografo greco, invece affermava che va raccontato tutto. La questione non si è mai pienamente risolta, ma da tempo allo studio e al racconto della grande Storia se ne è aggiunto un altro: quello popolato di persone comuni, quasi fantasmi, ombre di cui nulla sapremmo se qualcuno di loro non avesse lasciato tracce in oscure cronache e dimenticati documenti d’epoca. Fatti di sangue, tribunali, processi: gli archivi storici restituiscono ai ricercatori vaghe identità di soggetti dei quali spesso non conosciamo neppure il nome.

Alle loro spesso tristi vicende dedica un bel libro Simona Feci, docente di Storia del diritto medievale e moderno all’Università di Napoli L’Orientale: L’acquetta di Giulia (edizioni Viella). Siamo a Roma, nella seconda metà del XVII secolo. In città le autorità devono investigare sulle misteriose morti per avvelenamento di…

Erodoto, padre della storiografia, diceva che solo gli avvenimenti più importanti sono degni di essere tramandati. Tucidide, l’altro grande storiografo greco, invece affermava che va raccontato tutto. La questione non si è mai pienamente risolta, ma da tempo allo studio e al racconto della grande Storia se ne è aggiunto un altro: quello popolato di persone comuni, quasi fantasmi, ombre di cui nulla sapremmo se qualcuno di loro non avesse lasciato tracce in oscure cronache e dimenticati documenti d’epoca. Fatti di sangue, tribunali, processi: gli archivi storici restituiscono ai ricercatori vaghe identità di soggetti dei quali spesso non conosciamo neppure il nome.

Alle loro spesso tristi vicende dedica un bel libro Simona Feci, docente di Storia del diritto medievale e moderno all’Università di Napoli L’Orientale: L’acquetta di Giulia (edizioni Viella). Siamo a Roma, nella seconda metà del XVII secolo. In città le autorità devono investigare sulle misteriose morti per avvelenamento di alcuni uomini violenti. Pare che un gruppo nutrito di donne abbia ucciso i compagni tramite un veleno micidiale: “l’acquetta di Giulia”, appunto, anche detta “acqua tofana”. Una mistura letale la cui introduzione nell’Urbe viene attribuita a una donna di nome Giulia Mangiardo. «Ho scoperto la storia», spiega Simona Feci, «consultando l’elenco dei condannati a morte tenuto dalla confraternita romana di S. Giovanni Decollato. Risultava un numero abnorme di donne giustiziate nel 1659, mentre dall’inizio del secolo ne erano state messe a morte solo tre. Ho iniziato la lettura degli atti del processo alle avvelenatrici e ho rintracciato moltissimi documenti sulla loro biografia».

La storica Simona Feci 

Chi era Giulia Mangiardo?
«Di lei si hanno notizie sparute: vissuta a Palermo e a Roma probabilmente durante i primi anni del Seicento, pare non avesse responsabilità diretta nelle vicende oggetto del processo, ma che avesse trasmesso alla figlia Gerolama la composizione della pozione letale. Fu Gerolama a diffondere e commercializzare la mistura».

Perché la pratica era così diffusa?
«Di concerto con tali Giovanna e Maria, Gerolama si sarebbe servita di alcune intermediarie per estendere quello che oggi chiameremmo un business degli omicidi. Un’autentica associazione a delinquere con diffusione capillare sul territorio».

Da che cosa era composta l’acquetta?
«La ricetta è descritta dalle protagoniste del processo: è un veleno composto da arsenico e piombo, ma all’occorrenza con molti altri ingredienti che potevano farne lievitare il costo, i quali venivano tutti ridotti in polvere e bolliti in acqua».

Che caratteristiche aveva?
«Era incolore, inodore e insapore, quindi assumibile senza che la vittima cogliesse l’anomalia del cibo o della bevanda in cui era versata. Agli occhi dei medici, i sintomi dell’avvelenamento erano facilmente confondibili con quelli di una patologia normale: non lasciava segni visibili sul corpo della vittima. Un antidoto era il succo di limone, che infatti è raffigurato sulla copertina del libro».

In che misura la pozione divenne anche un piccolo affare economico?
«La principale ragione è la richiesta di veleno come rimedio alla violenza coniugale dal momento che la separazione legale o la fuga erano estremamente problematiche per le donne dell’epoca. Le produttrici calibravano il prezzo del prodotto anche secondo l’estrazione sociale e le possibilità economiche delle acquirenti, come se provassero empatia. Era comunque un modo per guadagnare. Proprio il denaro poi divenne la pista seguita dalle autorità giudiziarie. Possiamo dire che il “metodo Falcone” fosse già ben presente ai magistrati dell’epoca».

Per quanto durò il “malaffare”?
«Circa 8 anni, l’acquetta di Giulia sarà il sistema più diffuso per eliminare coniugi e compagni scomodi».

Che cosa interruppe l’escalation?
«I birri sgominarono la “banda”, attraverso torture, intimidazioni, perquisizioni sommarie».

E chi fu la prima a cadere nelle mani degli accusatori?
«Giovanna De Grandis venne catturata con una trappola che il governatore di Roma ordì proprio per coglierla in flagranza ed entrare in possesso di un campione di acquetta».

Le responsabili furono accusate immancabilmente di stregoneria.
«Era stato raccomandato agli inquirenti di eseguire perquisizioni che portassero ad evidenziare elementi alchemici e magici, tali da configurare il reato di stregoneria».

A quali pene vennero condannate?
«Al termine del processo le cinque produttrici e intermediarie furono giustiziate. Una delle acquirenti era fuggita e fu condannata a morte in contumacia. Altre donne vennero punite con pene inferiori. Era un’epoca in cui le diseguaglianze sociali e sessuali erano funzionali alla società attraverso una rigida gerarchizzazione di ruoli e poteri».

Qual è il legame tra queste vite e tragedie di donne e il presente?
«Il grande pubblico conosce personaggi femminili emblematici come Beatrice Cenci, Artemisia Gentileschi, Plautilla Bricci, ma qui abbiamo un affresco collettivo in cui osserviamo i matrimoni, i figli, i mestieri, le difficoltà delle donne così come i legami che univano ceti sociali al proprio interno e la verticalità delle relazioni tra figure più umili e l’élite nobiliare. La vitalità delle storie che troviamo nel libro mi sembra che offra un quadro di grande interesse per la conoscenza delle donne del passato. I temi centrali che s’incontrano sono di estrema attualità: la violenza coniugale e domestica, la lotta per uscire dalla spirale di maltrattamenti e abusi, la sfida alle istituzioni pubbliche, l’ordine patriarcale, la giustizia...».

Nell’America di Trump le donne vittime di maschi violenti starebbero riscoprendo la soluzione dell’acquetta… sui social si è diffuso lo slogan “Make Acqua Tofana Great Again”.
«Per quanto possa essere divertente e provocatorio lo slogan – e i movimenti femministi hanno spesso usato lo strumento della irrisione e del paradosso per smuovere le coscienze – penso che l’appello simbolico all’acquetta rappresenti il segno di una debolezza politica. Oggi dobbiamo fare leva su strumenti di lotta e di trasformazione della realtà che puntino alla mobilitazione collettiva e democratica, all’iniziativa delle reti solidali e alla forza della cultura e della conoscenza scientifica e storica».

Sul Venerdì del 23 maggio 2025

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