✕

Ma però il pneumatico si può dire?

Studenti agli esami (Nicola Marfisi / AGF) 
Quando scriviamo, mille dilemmi. Che adesso due accademici provano a risolvere. Ricordandoci che Meloni è “la” presidente. Ma senza penna rossa
3 minuti di lettura

Anche se non ha dimenticato il disgusto per quel titolo rozzo di Libero – “la Treccani è diventata Treccagne” – niente spegne il buonumore di Valeria Della Valle, lessicografa e accademica della Crusca, che con il collega Giuseppe Patota detto Geppi ha appena mandato in libreria La lingua verde: un volume fresco come il suo titolo, per nulla saccente, lì a rispondere ai dubbi nei quali prima o poi incappiamo tutti.

Passo indietro: ci ricorda come è nata la storia di “Treccagne”?
«Un giorno io e Giuseppe ci siamo chiesti: in base a quale principio nei vocabolari è tutto registrato al maschile? C’è il genere maschile e c’è il genere femminile, eppure dal 1500 al massimo si apre una parentesi o un trattino per mettere una -a e dire che oltre a “ballerino” c’è “ballerina”. Ma le convenzioni cambiano con il cambiare della società. Ed è stato importante che un’istituzione come la Treccani, quanto di più istituzionale esista, abbia raccolto l’idea. Per quel vocabolario, che nel 2022 ha avuto …

Anche se non ha dimenticato il disgusto per quel titolo rozzo di Libero – “la Treccani è diventata Treccagne” – niente spegne il buonumore di Valeria Della Valle, lessicografa e accademica della Crusca, che con il collega Giuseppe Patota detto Geppi ha appena mandato in libreria La lingua verde: un volume fresco come il suo titolo, per nulla saccente, lì a rispondere ai dubbi nei quali prima o poi incappiamo tutti.

Passo indietro: ci ricorda come è nata la storia di “Treccagne”?
«Un giorno io e Giuseppe ci siamo chiesti: in base a quale principio nei vocabolari è tutto registrato al maschile? C’è il genere maschile e c’è il genere femminile, eppure dal 1500 al massimo si apre una parentesi o un trattino per mettere una -a e dire che oltre a “ballerino” c’è “ballerina”. Ma le convenzioni cambiano con il cambiare della società. Ed è stato importante che un’istituzione come la Treccani, quanto di più istituzionale esista, abbia raccolto l’idea. Per quel vocabolario, che nel 2022 ha avuto un grande successo di vendite, il Secolo d’Italia ci ha accusato di aver distrutto la lingua. Per noi è stata una medaglia. Poi c’è stata la volgarità mentale di Libero».

La Lingua verde come nasce?

«Tutti prima o poi si bloccano: e questo come si scrive? Il problema si è allargato e aggravato».

Cioè, siamo mediamente più ignoranti e sgrammaticati?

«No, è che le persone comunicano e scrivono più di quanto facessero in passato, anche per via dei social, e quindi hanno più dubbi. Ma dato che pochi consultano grammatiche e vocabolari, noi abbiamo messo in fila le domande più ricorrenti e abbiamo dato 3.840 risposte, cominciando da accenti, modi del verbo e consonanti doppie, e offrendo la soluzione attuale. Un tempo la risposta era netta: giusto o sbagliato. Oggi si può scrivere la stessa parola in due modi, che anche i vocabolari riportano. “Il” pneumatico o “lo” pneumatico? Un tempo si sarebbe detto “lo” e basta. Ora diciamo: meglio “lo”, ma l’uso ha fatto sì che quello che era considerato errore gravissimo non lo sia più. Altro esempio: “ma però” si può dire e scrivere? E “ma”, all’inizio di frase, dopo il punto, è permesso?».

Lei naturalmente risponde di sì.

«A volte siamo netti, a volte diciamo “meglio così” o “meglio cosà”».

Qualche purista ci resterà male.

«Pazienza, l’affetto si manifesta anche come fedeltà eterna a ciò che si è imparato alle elementari. Alle critiche risponderemo con indulgenza e sorrisi. Non amiamo l’integralismo, e poi non è vero che la lingua stia andando a ramengo: tutto dimostra che è viva. Caso mai, chi parla in pubblico, o scrive per il pubblico, dovrebbe collaborare».

Perché “verde”?

«Per rimarcare il tono amichevole del nostro lavoro. Per dare un messaggio di speranza. E per un omaggio a Luca Serianni: correggeva gli elaborati degli studenti con la penna verde, che non incute il timore reverenziale del rosso e del blu».

Come ve la siete cavata con i nomi al femminile?

«“Ministra” si può dire? Ma certo! Abbiamo registrato “avvocata”, “notaia”, “sindaca”, “ingegnera”, “architetta”: linguisticamente e grammaticalmente sono del tutto corrette. La “presidente” o la “presidentessa”? La presidente! E facciamo piazza pulita di tutte “le” presidenti che si fanno chiamare “il” presidente».

Come lessicografa – e non lessicografo – si è mai trovata in difficoltà?

«Nei primi anni Settanta comincio a lavorare alla redazione di un vocabolario, ma arrivata a un certo punto della lettera “c” il direttore mi invita a fermarmi e a passare la palla ad altri, maschi. Non ho capito subito il perché. Il fatto è che lì c’erano varie parolacce, e le donne dovevano essere tenute alla larga dalle brutte parole del sesso. Ma io stavo lavorando, e le parole sono uguali per tutti! Quel momento di conformismo e di maschilismo l’ho tenuto ben presente quando poi, nel 2008, sono stata la prima donna a dirigere un vocabolario».

Lo schwa come deve essere trattato?

«Ho grande stima per le proposte che ricercano la parità assoluta. Il dubbio riguarda l’applicabilità. Le poche riforme ortografiche tentate in Italia non hanno avuto successo. Qui, poi, c’è un difetto di praticità. L’asterisco è un segno grafico non pronunciabile. Lo schwa non corrisponde a un suono della lingua italiano. E c’è un ultimo dilemma, di ordine sociale: costituirebbe una difficoltà aggiuntiva per i nuovi alfabetizzati, per chi arriva in Italia e deve imparare l’italiano».

L’inglese dilaga, anche questo ai puristi piace poco.

«I giovani hanno una tale dimestichezza con l’inglese che a volte confondono le lingue. Anni fa, durante un esame, una mia studentessa pronunciò “abside” come se fosse una parola inglese, qualcosa come absaid. E stava anche attenta a dirla bene».

Bocciata?

«No, certo. Non era colpa sua. Non aveva mai sentita pronunciare quella parola, tutto qui. Lo presi come il sintomo di un cambiamento in corso, di come l’inglese stesse influenzando l’italiano. Quanto al bocciare, non fa per me, cerco sempre di capire le motivazioni che conducono agli errori. Non ho bocciato neanche il ragazzo che, richiesto di definire un certo accento, mi rispose “circonciso”. Però devo avere fatto una faccia perché avvampò».

Altri sintomi che le inducono riflessioni?

«Pochi giorni fa, finita un’intervista telefonica, il giornalista mi chiede se posso passargli mio marito. Va bene, rispondo perplessa, ma che cosa c’entra? Lui fa il matematico... L’equivoco nasce dal fatto che io e Giuseppe lavoriamo insieme da più di trent’anni. Siamo grandi amici. Tra noi, mai un’ombra, mai un malinteso. Questo è il nostro sedicesimo lavoro insieme. E nell’intervallo tra un libro e l’altro ci manchiamo. Marito, però, no».

Sul Venerdì del 16 maggio 2025

Leggi i commenti