Massimo Giannini: la scuola che non ripudia la guerra
Per scrivere a Massimo Giannini: lapostadigiannini@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Giannini, sono un docente di scuola secondaria di secondo grado. La scorsa settimana abbiamo discusso in collegio docenti la mozione di adesione alla campagna di Emergency di ripudio della guerra (ripudia.it). Alla campagna hanno già aderito centinaia di Comuni e oltre cinquecento scuole di ogni ordine e grado. Avevamo raccolto le firme di un terzo dei docenti e speravamo nell’approvazione. È però intervenuta la dirigente: “La scuola non fa politica e non ritengo opportuno aderire”. Risultato? Non han votato a favore neanche i docenti che avevano già sottoscritto la mozione. Mi è tornata in mente la frase di Mussolini: “Qui non si fa politica, si lavora”. Ora, se anche richiamarsi all’articolo 11 della Costituzione è considerato di non competenza della Scuola, “suma ben ciapà” (come si dice in Piemonte).
Andrea Zanello
Per scrivere a Massimo Giannini: lapostadigiannini@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Giannini, sono un docente di scuola secondaria di secondo grado. La scorsa settimana abbiamo discusso in collegio docenti la mozione di adesione alla campagna di Emergency di ripudio della guerra (ripudia.it). Alla campagna hanno già aderito centinaia di Comuni e oltre cinquecento scuole di ogni ordine e grado. Avevamo raccolto le firme di un terzo dei docenti e speravamo nell’approvazione. È però intervenuta la dirigente: “La scuola non fa politica e non ritengo opportuno aderire”. Risultato? Non han votato a favore neanche i docenti che avevano già sottoscritto la mozione. Mi è tornata in mente la frase di Mussolini: “Qui non si fa politica, si lavora”. Ora, se anche richiamarsi all’articolo 11 della Costituzione è considerato di non competenza della Scuola, “suma ben ciapà” (come si dice in Piemonte).
Andrea Zanello
Caro professore, in quest’epoca di Guerra Mondiale a pezzi, per citare papa Francesco, Gino Strada fa paura anche da morto. Sono stato suo amico, diceva sempre «io non sono pacifista, io odio la guerra». Non c’è messaggio migliore, da diffondere nelle scuole: riflette lo spirito del Tempo. Ma purtroppo lo Zeitgeist lo incarna anche la sua dirigente che obietta «la scuola non fa politica». Aderire a una campagna per la pace significa “fare politica”, ma nella sua forma più bella, più alta e più nobile. I burocrati della scuola, viceversa, pensano che significhi schierarsi contro il governo, disturbare la manovratrice, indispettire il ministro. La Costituzione? Non sanno neanche cos’è, ma la temono perché fondata sulla lotta partigiana. Per quanto riguarda i suoi colleghi docenti che hanno obbedito agli ordini superiori, nel Ventennio avrebbero firmato di corsa anche il giuramento di fedeltà al fascismo. Vergogniamoci per loro.
Riformisti e rivoluzionari lasciamoli al Novecento
Caro Giannini, con l’avvicinarsi del referendum il dibattito nel Pd è diventato più acceso… La lettera in cui alcuni deputati motivano la loro scelta di non votare i tre quesiti sul Jobs act ne è la prova evidente… Mi interessa capire come mai si identifica questa componente del Pd come “riformista”… Mi risulta difficile non annoverare tra i riformisti persone come Di Vittorio, Lama, Amendola, Macaluso, Napolitano, Berlinguer, Bersani, per citarne solo alcuni. La stagione degli anni 70 che ha aperto le porte a un welfare moderno (legge sugli asili nido pubblici, riforma sanitaria…) ha visto il Pci in prima linea. Poi, il dialogo sulle riforme tra Moro e Berlinguer fu interrotto dalle Br proprio in nome di un progetto “rivoluzionario” velleitario e scellerato. Oggi l’ala cosiddetta “riformista” del Pd a quali rivoluzionari dovrebbe opporsi? Sarebbero Schlein e Bersani i “rivoluzionari”? Lasciamo lo scontro tra riformisti e rivoluzionari al Novecento, ed evitiamo, senza scomodare Gianrico Carofiglio, questa fastidiosa, ottusa e perseverante manipolazione delle parole.
Marco Faustini
Caro Faustini, 23 anni fa, in un’intervista al sottoscritto, Sergio Cofferati disse una frase malandrina: «Il riformismo è ormai una parola malata». Apriti cielo: Fassino - segretario dei Ds, come si chiamavano allora – gli rispose furente. Nel Novecento, dal Pci di Togliatti al Psi di Craxi, lo scontro tra riformisti e massimalisti ha avuto molto senso. Dopo la Bolognina e la fine della Prima Repubblica, non più. Oggi i “riformisti” sono persino a destra. Il gruppo di cui Meloni è presidente si chiama European Conservatives and Reformists Party. Si definiscono “riformisti” pure i post-missini di Fratelli d’Italia, i neo-fascisti polacchi del Pis, i filo-nazisti romeni alla Simion. Lei dice bene. Se nel Pd sono “riformisti” Gori e Guerini, Madia e Picierno, allora Schlein è Rosa Luxemburg e Bersani è Bakunin. La sinistra tricolore, ormai, produce più Storia di quanta ne possa consumare.
Ma perché da Lilli Gruber c’è sempre Italo Bocchino?
Gentilissimo Giannini, condivido il suo pensiero sulla decadenza della democrazia anche grazie a questa politica di governo. Lei fa un’analisi attenta, intelligente, giusta. Le chiedo: perché alla trasmissione della brava Gruber, a cui lei partecipa spesso, viene invitato Italo Bocchino, un vero yes man?
Silvana Costanza - Cosenza
Gentilissima Silvana, questa domanda me la fanno in tanti. Capisco che il “diverso parere” possa risultare scomodo, fastidioso, persino disturbante. Ma purché ci sia rispetto reciproco, non bisogna sottrarsi al confronto-scontro. Se ci parlassimo solo tra noi servirebbe a poco. Sa come diceva Flaiano: in Italia non faremo mai la rivoluzione perché ci conosciamo tutti.
Speriamo che a Napoli non soffi il solito vento
Caro Giannini, ho appreso, con sommo gaudio, che la prossima Coppa America verrà ospitata nella mia città: Napoli. Come tanti grandi eventi che l’hanno preceduto, anche questo rischia di dare un lustro effimero alla città che l’ospiterà, contribuendo poco o nulla ad un miglioramento delle reali condizioni di un luogo ormai vittima dell’overturismo imperante. Temo che cadano in errore coloro che ritengono che questi eventi possano portare concreti benefici alla comunità. Napoli, forse più di tante altre città, brilla di uno sviluppo apparente che nasconde enormi problemi. Il rischio è che, ancora una volta, una grande manifestazione sportiva si esaurisca in un angolo sospeso della realtà senza sfiorarne in alcun modo l’anima pulsante: il tessuto più fragile confinato ai margini. In quell’angolo, con un notevole dispendio economico, verranno realizzate apposite infrastrutture. Mi chiedo se, terminato l’evento, verranno abbandonate al deteriorarsi delle cose inutilizzate o, come auspico, prevarrà il buonsenso.
Giuseppe Marino
Caro Marino, in Italia i grandi eventi e le grandi opere, piuttosto che opportunità, diventano maledizioni. Va così da sempre: Italia 90, i Giochi Olimpici 2020, le Olimpiadi a Roma, l’Expo, le invernali Milano-Cortina. Io sono per “fare”, non per “non fare”. Il “fare bene” sta in noi. Certo, ci vuole un surplus di attenzione per Napoli, città meravigliosa ma delicata. Croce la definiva «un paradiso abitato da diavoli». Fosse vivo oggi, Don Benedetto lo direbbe per tutta l’Italia.
Sul Venerdì del 30 maggio 2025