Esce “La trama fenicia” di Wes Anderson: “Quando andrò all’inferno rivedrò i miei film”
di Alba SolaroLa ricchezza, il potere, la violenza, i conflitti, la religione, i rapporti tra genitori e figli; non ci va giù leggero Wes Anderson nel film La trama fenicia, la sua favola più attuale, più politica e per questo più dark. Presentata in anteprima a Cannes, poi alla Fondazione Prada a Milano, da oggi 29 maggio è nelle sale, elegante compendio di un tempo rozzo e instabile, che nel film del regista texano prende le magnifiche fattezze di Benicio Del Toro, alias lo spietato industriale Anatole Zsa Zsa Korda, un distillato di Howard Hughes, Aristotele Onassis, il Citizen Kane di Orson Welles «e anche l’ungherese Árpád Plesch, un banchiere ambiguo, che si era arricchito portando i soldi degli ebrei in Svizzera durante la Seconda guerra mondiale. Con Roman Coppola (figlio di Francis Ford, ndr) ci siamo ispirati anche a lui perché ci piaceva che Korda avesse origini ungheresi», racconta Anderson, nella quiete di un albergo milanese che pare arredato per sottolineare la sua proverbiale elegan…
La ricchezza, il potere, la violenza, i conflitti, la religione, i rapporti tra genitori e figli; non ci va giù leggero Wes Anderson nel film La trama fenicia, la sua favola più attuale, più politica e per questo più dark. Presentata in anteprima a Cannes, poi alla Fondazione Prada a Milano, da oggi 29 maggio è nelle sale, elegante compendio di un tempo rozzo e instabile, che nel film del regista texano prende le magnifiche fattezze di Benicio Del Toro, alias lo spietato industriale Anatole Zsa Zsa Korda, un distillato di Howard Hughes, Aristotele Onassis, il Citizen Kane di Orson Welles «e anche l’ungherese Árpád Plesch, un banchiere ambiguo, che si era arricchito portando i soldi degli ebrei in Svizzera durante la Seconda guerra mondiale. Con Roman Coppola (figlio di Francis Ford, ndr) ci siamo ispirati anche a lui perché ci piaceva che Korda avesse origini ungheresi», racconta Anderson, nella quiete di un albergo milanese che pare arredato per sottolineare la sua proverbiale eleganza rétro.
Zsa Zsa domina l’economia di un Paese immaginario, strano luogo di deserti e palazzi mediorientali ricreati in studio. Cerca soci danarosi per mettere in moto la sua “Trama Fenicia”, una sorta di inafferrabile schema Ponzi conservato nelle scatole da scarpe; i suoi nemici sono tanti e attentano spesso alla sua vita, cosa che genera bellissimi siparietti in bianco e nero di esperienze pre-morte dove Korda si ritrova nell’aldilà con Bill Murray-Dio. L’ennesimo attentato lo spinge a preparare alla successione l’unica figlia femmina, Liesl, che pensava di diventare piuttosto una suora. Mia Threapleton è la vera rivelazione del film, scelta «dopo aver visto decine di ragazze» e senza sapere che la ragazza, 25 anni, è figlia d’arte, la mamma è Kate Winslet.
Il rapporto tra i due è il vero motore della storia, che si svolge in un 1950 somigliante al 2025.
Da dove arriva questa voglia di confrontarsi con l’attualità, a lei che di solito naviga bene la nostalgia?
«A volte anche se la storia è inventata e hai fatto tanta ricerca, ciò che succede nella vita trova comunque la strada per entrare nella tua storia. Io e Roman eravamo affascinati dall’oscurità di questi tempi. E poi con un personaggio come Korda come poteva non essere una storia dark? È l’eroe ed è anche il cattivo del film».
E ha nove figli, niente mogli. Una coincidenza che ricordi Elon Musk?
«Non ci avevo pensato fino a quando me l’hanno chiesto a Cannes. Tanti figli e niente mogli, vero. Non è esattamente una coincidenza perché questo tipo di personaggi, quasi sempre maschi, hanno tante cose in comune, l’inventiva, un senso di libertà illimitata, il diritto a scegliere, vestono persino uguale, come fosse la loro uniforme, coi loro bellissimi completi Loro Piana, su barche gigantesche».
In una scala da uno a dieci, quanto conta per lei il denaro?
«Non sono molto bravo con i soldi. Ogni tanto mi rendo conto di averne più di quanto pensassi. Altre volte invece dimentico di averli spesi, e c’erano ancora le tasse da pagare, improvvisamente mi stupisco: in che senso non ho soldi? Quando faccio un film sono attento a non sprecare, a essere efficiente, lavoro con troupe piccole, agili, ma non sempre so esattamente come arriviamo a un certo budget. Poi però mi dicono, eh ma ci sono 450 comparse in un film d’epoca, le dobbiamo vestire. È lì che cominciano le difficoltà».
Eppure riesce ad avere dei cast invidiabili: qui ci sono Scarlett Johansson, Bill Murray, Tom Hanks, Bryan Cranston, Benedict Cumberbatch, Rupert Friend. Dov’è la magia?
«Sono loro a renderla possibile accettando cachet ridotti. In cambio io cerco di assicurarmi che tutti si divertano sul set e possano creare qualcosa di memorabile, anche quando compaiono nel film per cinque minuti».
La Trama Fenicia, il nuovo film di Wes Anderson con Benicio Del Toro (e molti altri) - Trailer
Che cos’altro potrà far recitare a Murray dopo avergli fatto fare Dio?
«Bel dilemma, ma io continuo a invitarlo perché Bill è più che un attore, è un meraviglioso collaboratore».
Il personaggio di Mia-Leisl riflette la sua idea di religione? Un’aspirante suora con il rossetto, il pugnale, la pipa tempestata di pietre preziose?
«Sono cose che sottolineano che è destinata a non rimanere nel suo ordine, non appartiene a quel posto e suo padre lo sa, le regala gioielli e oro che lei prende e tiene. Non può negare quel lato della sua personalità».
Lei è credente? È ateo?
«Un tempo avrei risposto agnostico. Ora sono meno incline a farlo. Mi faccio più domande. Durante la lavorazione ho pensato spesso a Buñuel, a come il cattolicesimo sia stato un carburante per il suo lavoro. Mi interessano i rituali, il loro significato. Il modo rituale in cui abbiamo rappresentato l’immaginario biblico nelle scene in bianco e nero accade tutto nel cervello di Zsa Zsa, perché alla fine solo Dio sa cosa succede quando si muore».
Cosa pensa di Papa Leone XIV? Un Papa che viene da Chicago passando per la foresta amazzonica, potrebbe quasi essere un suo personaggio.
«Non so molto di lui. Sembra bravo. Ci sono però ambiti in cui si sta allontanando da quello che noi percepivamo come progresso. Alcune scelte dogmatiche mi lasciano perplesso».
Che film proiettano all’inferno per lei?
«In un mio inferno molto narcisistico, prendono le clip delle parti dei film in cui sento di aver sbagliato di più e me le fanno guardare per l’eternità. Poi mi costringono a leggere le recensioni».
C’è una traccia costante nel suo cinema, e sono i rapporti famigliari, soprattutto tra padri e figli. Che cosa ha capito fin qua da questa esplorazione?
«Di solito non ci penso un secondo prima di rispondere ma voglio rifletterci un attimo… Dunque, quello che ho imparato è forse che non solo ho messo tanti padri nei film, ma ne ho anche cercati tanti nella vita. Molti amici sono morti negli ultimi 10 anni, e questo perché ho fatto spesso amicizia con uomini che avevano l’età di mio padre. Anche lui non c’è più e neanche mio suocero. Ho amato mio padre, anche se ha lasciato la nostra casa, se n’è andato e credo di avere in un certo senso cercato di… riempire un vuoto».
Avere uno stile così immediatamente riconoscibile è un bene o un male?
«Direi che se qualcuno è attratto dal modo in cui faccio film, beh, è fantastico. Prego, venite. Ma alcuni entrano e dicono, eh vabbè ma questo è di nuovo lui… Se i miei film hanno un’identità più evidente rispetto a molti altri registi, non è perché cerco deliberatamente di creare secondo un preciso stile. Mi vengono così semplicemente perché io sono così».
Il personaggio di Michael Cera-Bjorn, quando cadono con l’aereo in una giungla gremita di insetti, dice “questo è niente, sono stato una volta in una discarica di Roma dove ce n’erano a milioni”. Esperienza diretta?
«(Ride) Assolutamente sì, risale a quando giravo Le avventure acquatiche di Steve Zissou a Roma una ventina di anni fa. Andammo in una discarica fuori città per filmare i gabbiani perché ci serviva un’immagine di Bill Murray col cielo pieno di gabbiani e in questo posto ce n’erano tantissimi. La discarica era enorme, spettacolare e orribile, e c’era veramente una quantità straordinaria di insetti che ci ronzavano intorno. Difficile dimenticarselo».
Alla Cinémathèque di Parigi fino al 27 luglio c’è una grande retrospettiva sul suo cinema, poi al Design Museum di Londra, con oltre 500 oggetti presi dai suoi archivi. Quindi da qualche parte c’è una gigantesca Wunderkammer di tutti i suoi film?
«Sì ma è solo una grande stanza, niente di particolare. Un po’ come la scena finale di Quarto potere, quando tutti i beni di Kane vengono catalogati ma Rosebud, il suo amato slittino, viene buttato via e bruciato».
E quale oggetto è il suo Rosebud?
«Mi faccia pensare… Gwyneth Paltrow nei Tenenbaum aveva un dito mozzato, ricorda? E girava con questo piccolo finto dito di legno come protesi. Quando l’ho visto l’altro giorno a Parigi ho pensato “oh mio Dio”, mi sono ricordato che Gwyneth lo metteva ogni giorno e ci tamburellava di continuo. Non lo vedevo da 25 anni. In un attimo ha riportato a galla tutto».