Bagnini e operai nudi: viaggio nell’immaginario gay del Novecento
di Maurizio FiorinoIn un’intervista di qualche anno fa al New Yorker, parlando del suo appartamento nell’East Village di Manhattan – o, più precisamente, della sua collezione di riviste e fotografie – Vince Aletti raccontava che, a volte, per trovare ciò che cerca può impiegare anche tre giorni. Era il 2019 e, al celebre settimanale, diceva di possedere circa diecimila riviste, «o forse il doppio». Ora, chi non conoscesse Aletti potrebbe pensare a un collezionista compulsivo – ovviamente lo è – ma, soprattutto, è uno scrittore e curatore statunitense, noto per il suo contributo pionieristico alla critica fotografica.
E non è un caso che, quando si parla di lui, si usi l’aggettivo pionieristico: l’ultimo volume che ha curato, Physique (SPBH Editions/Mack), svela, attraverso oltre 250 fotografie provenienti dalla sua collezione privata, un modo nascosto di rappresentare l’immaginario omoerotico. «Si tratta di immagini che vanno dagli anni Trenta ai Sessanta del secolo scorso e raccontano un mondo undergro…
In un’intervista di qualche anno fa al New Yorker, parlando del suo appartamento nell’East Village di Manhattan – o, più precisamente, della sua collezione di riviste e fotografie – Vince Aletti raccontava che, a volte, per trovare ciò che cerca può impiegare anche tre giorni. Era il 2019 e, al celebre settimanale, diceva di possedere circa diecimila riviste, «o forse il doppio». Ora, chi non conoscesse Aletti potrebbe pensare a un collezionista compulsivo – ovviamente lo è – ma, soprattutto, è uno scrittore e curatore statunitense, noto per il suo contributo pionieristico alla critica fotografica.
E non è un caso che, quando si parla di lui, si usi l’aggettivo pionieristico: l’ultimo volume che ha curato, Physique (SPBH Editions/Mack), svela, attraverso oltre 250 fotografie provenienti dalla sua collezione privata, un modo nascosto di rappresentare l’immaginario omoerotico. «Si tratta di immagini che vanno dagli anni Trenta ai Sessanta del secolo scorso e raccontano un mondo underground in cui le immagini erano praticamente codificate» riassume Aletti. Immagini che, insomma, rivelano la nascita di una comunità queer attraverso stampe che venivano vendute di nascosto tramite cataloghi inviati per corrispondenza, oppure attraverso riviste che celebravano il culto del corpo maschile.
Un modo alternativo e originale per connettere una comunità di uomini che non aveva spazi pubblici in cui riunirsi. «C’è da dire che molti dei fotografi, agli inizi, già lavoravano per riviste di culturismo come Strength and Health, quindi erano abituati a fotografare uomini quasi nudi. A un certo punto si saranno accorti che c’era un interesse evidente per quel tipo di immagini, non legato solo al bodybuilding».
Nella maggior parte dei casi si trattava di riviste con una distribuzione molto limitata, che probabilmente non arrivavano nemmeno in tutte le città degli Stati Uniti: «Tutte, o quasi, venivano esposte in modo discreto: non proprio sotto al bancone, ma certo non in prima fila. Erano viste da molti venditori come qualcosa di vagamente scandaloso…».
Una comunità che, dunque, se volessimo usare un termine puramente tecnico, è nata basandosi su ciò che Barthes avrebbe definito il punctum di una fotografia, visto che si tratta di immagini non esplicitamente erotiche. «I lettori gay riuscivano però a cogliere dettagli, segnali, messaggi che magari sfuggivano completamente al lettore medio» svela il critico che, a specifica domanda sulla sua manìa di collezionare questo genere di foto, sorride.
«Ricordo un vecchio negozio di memorabilia. Quando l’ho scoperto, ho comprato un bel numero di foto perché erano molto economiche. E più ne vedevo, più mi entusiasmavo. Era un posto dove potevo tornare regolarmente e trovare nuove immagini che ampliavano il mio archivio». Le prime che ha finito per includere nella sua collezione, sono quelle di Bruce of L.A. poiché, parole del curatore, avevano qualcosa di così classico e pulito da sembrare quasi la definizione stessa di un certo stile.
E se Bruce of L.A. era uno dei fotografi più conosciuti del settore, Bob Mizer era sicuramente uno dei più loquaci: quando pubblicava le sue foto su Physique Pictorial, spesso includeva molte informazioni sui modelli. È grazie a lui che Aletti è riuscito a risalire all’identikit di molti di loro: «Si tratta per lo più di ragazzi appena usciti dal college, ex marine, operai edili. Gente normale, insomma. Bagnini, manutentori di piscine, sicuramente molti erano aspiranti modelli o attori che cercavano di entrare nel mondo dello spettacolo» ci dice. E il loro posare per questo genere di riviste non era tanto una questione economica, quanto piuttosto una questione legata all’ego. E poco importa se, in alcuni casi, sia gli editori di queste riviste che i fotografi rischiavano di finire nei guai.
C’è un caso, nel 1962, che riguarda MANual Enterprises, una delle riviste più audaci del settore, finita nel mirino della censura: «Sull’onda di casi molto noti che portarono all’abolizione dei divieti su L’amante di Lady Chatterley e Il Tropico del Cancro, immagino che i tipi della rivista abbiano pensato che fosse il momento giusto per mettere in discussione la legge. E avevano ragione». Nulla, però, in confronto ai rischi che correvano i fotografi, che potevano essere arrestati per aver scattato queste foto. Ed era proprio contro di loro che la legge colpiva più duramente: «Le riviste, in fondo, erano molto attente a ciò che pubblicavano. Ufficialmente, erano destinate ad artisti e studenti d’arte, per offrire modelli da disegno quando non c’erano modelli dal vivo disponibili. C’erano molte motivazioni “ufficiali” per giustificare quei contenuti, al di là della componente erotica» racconta Aletti.
Che, sull’importanza di questo genere di fotografie e sulla loro eredità artistica, non ha dubbi. «Mi sembrava interessante tornare a guardare il corpo, la mascolinità, in un arco temporale piuttosto lungo, rimasto perlopiù ai margini. Credo sia importante riconoscere il legame che c’è con fotografi come Robert Mapplethorpe, Herb Ritts, Bruce Weber. Tutti loro si sono ispirati a questo materiale per sviluppare il proprio linguaggio visivo».
Physique, insomma, riporta alla luce un capitolo dimenticato della cultura gay americana, quando le stampe non erano solo semplici immagini ma un filo invisibile che teneva insieme una comunità spesso minacciata, offrendo conforto e senso di appartenenza. Ovviamente, una community diversa da come la intendiamo oggi, quella dei social. «In queste foto non c’era niente di immediato. Anzi, molti dei fotografi mettevano una cura autentica nel creare un’immagine ben fatta. Avevo la sensazione che queste foto fossero ormai sparite dall’immaginario, relegate in collezioni private e dimenticate. Un vero peccato, soprattutto oggi, in un’epoca in cui c’è ancora chi le guarda con diffidenza» conclude Aletti. E fa sorridere il fatto che, a ricordarci di essere fuori dal tempo, siano fotografie scattate quasi un secolo fa.
Sul Venerdì del 30 maggio 2025