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Sognando Marte con un fan di Elon Musk: il racconto di Andrea Bajani

La maglietta Occupy Mars che ha caratterizzato la campagna elettorale di Elon Musk a favore di Trump 

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In un aereo che sorvola il deserto, uno scrittore italiano – in corsa per il premio Strega con “L’anniversario” – incontra un texano molto ottimista: sui viaggi spaziali, sull’America e sul potere dei miliardi
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Non avrei immaginato che si vedesse dall’aereo, eppure South Padre Island è quella linea più in basso che fiancheggia la costa texana. È l’ultimo tratto e si salda poche miglia più in là alla porzione messicana, che prende per così dire il testimone e continua a tracciare la linea circolare del Golfo. La vedo sulla sinistra, incastrato tra il mio vicino di posto e il finestrino. Siamo partiti da poco e lui è crollato addormentato con la faccia contro il monitor prima ancora che staccassimo il carrello dal suolo. E pensare che avrei voluto attaccare bottone, almeno sulla maglia che porta, e che è l’unica, tra le t-shirt che vorrei comprarmi, che mia moglie mi vieta senza troppa ironia: “Don’t mess with Texas”. Con il Texas non si scherza. Ma va detto che con quella maglia così in qualche misura programmatica, non viene l’istinto di dargli di gomito e svegliarlo per fare due chiacchiere.

Non avrei immaginato che si vedesse dall’aereo, eppure South Padre Island è quella linea più in basso che fiancheggia la costa texana. È l’ultimo tratto e si salda poche miglia più in là alla porzione messicana, che prende per così dire il testimone e continua a tracciare la linea circolare del Golfo. La vedo sulla sinistra, incastrato tra il mio vicino di posto e il finestrino. Siamo partiti da poco e lui è crollato addormentato con la faccia contro il monitor prima ancora che staccassimo il carrello dal suolo. E pensare che avrei voluto attaccare bottone, almeno sulla maglia che porta, e che è l’unica, tra le t-shirt che vorrei comprarmi, che mia moglie mi vieta senza troppa ironia: “Don’t mess with Texas”. Con il Texas non si scherza. Ma va detto che con quella maglia così in qualche misura programmatica, non viene l’istinto di dargli di gomito e svegliarlo per fare due chiacchiere.

Il nostro è un volo United diretto a Los Angeles, e invece che volare lungo la costa dovrebbe tagliare all’interno, sorvolando il West Texas, il New Mexico, l’Arizona per poi atterrare in California dopo 3 ore e 6 minuti di volo, come riporta la mappa sul mio monitor sul retro dello schienale. Il capitano indica cielo sereno lungo tutta la tratta e a destinazione, un po’ di bumping lungo la rotta, ma niente che ci debba preoccupare. E insomma, non credevo avremmo visto South Padre Island da questa parte del cielo, se non fosse il bambino dietro di me, che aggrappandosi al mio poggiatesta e strattonandolo ripetutamente con entusiasmo, ha cominciato a urlare «SpaceX!», «SpaceX!», «SpaceX!», come preso da furore improvviso. E mentre penso alla cervicale a ogni strattone, sento la madre che gli dice che non è la scia di un razzo quella che vede, ma «just a cloud», solo una nuvola, e lo prega (insieme a me) di continuare a guardarsi il cartone. Lui obbedisce, tace e smette di strattonare. Però guardo fuori lo stesso, perché i bambini saranno pure visionari ma ci prendono. E quella là sotto mi pare proprio South Padre Island. Ma io non arrivo a intercettare con lo sguardo la spiaggia di Boca Chica, e tanto meno la rampa di lancio di SpaceX. Men che meno il razzo che parte, o che taglia il cielo in verticale come vorrebbe il piccolo fan di Elon Musk che siede, se così si può dire, dietro di me. E per fortuna, penso, visto che la balistica di quei lanci non è proprio messa a punto, e non di rado esplodono in cielo a pochi minuti dal lancio.

Intanto il mio vicino di posto ha staccato la faccia dal monitor, ridestato dal campanello pavloviano del carrellino delle bevande, si è preso una Coca-Cola con ghiaccio, e smanetta col monitor alla ricerca di un film. Presumo una delle tante atrocità che stanno passando su tutti gli schermi che riesco a vedere dalla mia postazione, dove persone impassibili masticano, deglutiscono e guardano dinosauri che strappano membra di esseri umani, sciabole che decollano teste felici, edifici che crollano su manipoli di guerrieri. E siccome vorrei parlare col mio vicino della sua maglietta, ne approfitto e gli chiedo se lui pensa che quella lì sotto sia Boca Chica. Lui mi dice «Not sure» per chiudere la conversazione, ma io non mollo la presa e va a finire che dopo venti minuti mi mostra un selfie fatto da là sotto – sempre ammesso e non concesso che quella sia la rampa di SpaceX – un mese fa. Ha la faccia felice, nella foto. Gli dico ridendo che immagino quella foto l’abbia scattata prima del lancio, visto che poi Starship è esploso. Mi guarda come non capisse. Ripeto la domanda, lui mi dice «Esattamente il contrario», e ricomincia a bere la Coca, forse irritato. Ma siccome sono un tipo ostinato – anche se, di nuovo, la sua maglia dovrebbe scoraggiarmi dall’insistere – gli chiedo cosa intende, con «esattamente il contrario». E sì, era irritato. E mi dice che si stupisce che noi – «voi» – non capiamo che anche un’esplosione va festeggiata. E siccome gli do d’istinto ragione, quanto meno per farlo continuare a parlare invece di lasciare che si blindi in qualche carneficina sulla sua tv personale, mi dice che loro (il mio dargli ragione, e non essere offensivo, mi dispensa probabilmente dal gruppone dei nemici) sono irritati dal fatto che Elon Musk «makes money» e soprattutto che li bruci così, con un razzo lanciato sui cieli texani. Che nessuno nasce imparato, che se non ne fossero esplosi altri, non sarebbero migliorati. Che si lamentano che il cielo è pieno di detriti, le spiagge di polvere di astronave, e però poi su Marte ci vogliono andare tutti, «sia i rossi che i blu». E che – aggiunge – senza gli errori di Musk, i due astronauti che ora sono a casa «a guardarsi il basket dal divano» sarebbero ancora prigionieri della Stazione Spaziale Internazionale. «Why is everybody so angry that he has a lot of money?».

Mancano due ore all’atterraggio, e voliamo in direzione contraria a quella di Musk, che sta preferendo il Texas alla California, che ha scelto il Texas per trasferire SpaceX, il quartier generale di Tesla, e per realizzare la sua Utopian City. «Of course», mi fa Don’t-mess-with-Texas. «Texas is just like Mars», mi dice reinfilandosi gli auricolari e ridendosela da solo. Come a dire che la nostra conversazione finisce lì, con quel «il Texas è come Marte». Aggiunge solo «Look», e mi indica di fuori dal finestrino. Ora il cielo è sgombro, e sotto si vede il deserto texano. «Just like Mars». Mi viene da chiedergli se anche su Marte si pagano meno tasse, come in Texas rispetto alla California, ma non lo dico perché è stato chiaro, e in qualche maniera ha persino ragione lui. E guardo il deserto, da dentro il mio oblò, il deserto diecimila metri sotto il nostro aereo United 1945.

Nessuno ci avrebbe creduto, che su una terra così ci si sarebbe potuto vivere, al punto da farla diventare uno degli Stati con il tasso di crescita più rapido negli Stati Uniti. Che un posto a temperature infernali, in uno dei due punti più propizi dell’intero pianeta per gli uragani, che regolarmente radono al suolo case, paesi, travolgono, uccidendole, persone, potesse essere il posto più fertile – economicamente parlando – d’America. «How much?», sento che chiede il mio vicino alla hostess che spinge il carrellino con il cibo. Quanto costa? La tratta è corta, le bevande le offrono, il cibo te lo paghi. Quello che gli risponde lei non lo sento, ma dopo poco Don’t-mess-with-Texas è lì che addenta un panino, si rimette gli auricolari e guarda – colpo di scena – un cartone di Mickey Mouse. E in fondo quanto costa? mi pare la domanda chiave, di tutto questo. Starship che esplode, che riempie di detriti il cielo, che dirotta il traffico areo, inquina il mare, è solo una voce di spesa. Se bisogna spendere miliardi in aria condizionata – e dunque in inquinamento – per vivere in Texas, è solo una voce di spesa. Se bisogna ricostruire città, tirare su case travolte dalla pioggia e dal mare, è solo una voce di spesa. Quanto costa? Costa quel che deve costare, e se i soldi li hai, paghi almeno per quel che ti riguarda – i razzi, la rampa – e poi ci riprovi. E se si fallisce di nuovo, se esplode di nuovo, si paga di nuovo. È il mito della frontiera, è l’America, il Texas è come Marte, paghi e ci vivi.

Quando comincia la discesa verso l’aeroporto di Los Angeles, le hostess passano a raccogliere la spazzatura. Don’t-mess-with-Texas ha consumato parecchio. Due Coca-Cola, chips, due panini con il formaggio. Da Mickey Mouse è passato a un documentario su Usain Bolt. Poi si è stufato e cominciamo a parlare. Gli chiedo finalmente della maglietta, dove la trovo, ovviamente mi risponde su Amazon – «quanto costa?» – e poi è contento che gli dico che la vorrei anche io. Il mio entusiasmo per il Texas lo fa sorridere ma non gli toglie del tutto la diffidenza nei miei confronti, il che credo che in fondo sia reciproco. Gli dico però che mi è piaciuta la sua idea di mettere Texas e Marte insieme. «Don’t mess with Mars», gli dico e lui mi dice «You got it», puoi dirlo. Non gli chiedo che vada a farci a Los Angeles, ho chiesto fin troppo per lo standard americano. E quando l’aereo tocca terra, non ci diciamo più niente, finché lo perdo di vista. Agli arrivi mi aspetta un tizio con il mio nome scritto su un tablet. E ovviamente, visto che questa storia non è inventata, ma succede davvero, la macchina su cui mi fa salire è una Tesla. «Chapman University, Orange County, correct?», mi chiede per confermare dove mi deve portare. Poi mi lascia qui, dove mi siedo, dove batto ora sui tasti. Mentre una t-shirt – deve finire così – sta volando verso Houston, Texas, con un click. Gasolio nel cielo, velocità massima, domani il pacchetto sarà sul tavolo della sala, non ancora aperto.

Sul Venerdì del 30 maggio 2025

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