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Velvet Underground: una canzone semplice per la rivoluzione di velluto

La copertina di The Velvet Underground & Nico (1967) che contiene I’ll Be Your Mirror 

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La canzone della settimana è “I’ll Be Your Mirror” della band americana
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Questa è una di quelle piccole, preziosissime canzoni che fanno storia senza presunzione, mai banali ma neanche middle-of-the-road. I’ll be Your Mirror dei primi Velvet Underground – esatto, una delle canzoni di quell’album con la banana di Andy Warhol in copertina – è disadorna e trasandata, però incantevole; ecco perché ci lascia disarmati. Mi commuove sempre quando un’artista, un artista o degli artisti riescono a creare un capolavoro usando poche parole in forma di poesia intorno a quattro note (o magari a una sola).

I primi Velvet Underground – esatto, quelli con un poeta americano, un supermusicista inglese e una musa teutonica: Lou Reed, John Cale e Nico – nella Manhattan che ribolliva d’idee e di controcultura, incidevano canzoni smisurate, complesse, dissonanti, tossiche e morbose (Venus in Furs, All Tomorrow’s Parties, Heroin), oppure minuscole ballate seducenti, ammalianti e un po’ malate (Femme Fatale, Sunday Morning o I’ll Be Your Mirror, appunto).

Questa è una di quelle piccole, preziosissime canzoni che fanno storia senza presunzione, mai banali ma neanche middle-of-the-road. I’ll be Your Mirror dei primi Velvet Underground – esatto, una delle canzoni di quell’album con la banana di Andy Warhol in copertina – è disadorna e trasandata, però incantevole; ecco perché ci lascia disarmati. Mi commuove sempre quando un’artista, un artista o degli artisti riescono a creare un capolavoro usando poche parole in forma di poesia intorno a quattro note (o magari a una sola).

I primi Velvet Underground – esatto, quelli con un poeta americano, un supermusicista inglese e una musa teutonica: Lou Reed, John Cale e Nico – nella Manhattan che ribolliva d’idee e di controcultura, incidevano canzoni smisurate, complesse, dissonanti, tossiche e morbose (Venus in Furs, All Tomorrow’s Parties, Heroin), oppure minuscole ballate seducenti, ammalianti e un po’ malate (Femme Fatale, Sunday Morning o I’ll Be Your Mirror, appunto).

Raramente pubblico i testi, perché le traduzioni possono inquinare l’idea che ognuno si fa di quelli non cantati nella nostra lingua; altri risultano banali, o addirittura ridicoli, avulsi dalla musica. Questo però è talmente bello e spiazzante! Potrebbe averla scritta un adolescente (lo fanno ancora?), un inerme intossicato d’amore (ce ne sono ancora?) o un boomer postromantico (ormai più rari della Foca Monaca): «Sarò il tuo specchio, per riflettere chi sei, in caso tu non lo sappia. Sarò il vento, la pioggia, il tramonto, la luce alla porta che dimostra che sei in casa, quando pensi che la notte abbia scoperto i tuoi pensieri. (…) Non riesco ancora a credere che tu non conosca la bellezza che ti appartiene, ma se è così, lascia che io sia i tuoi occhi, una mano che ti guida nell’oscurità cosicché tu non abbia più paura».

Di I’ll Be Your Mirror esistono versioni successive al 1967: Lou Reed in un live del 1998, Lou Reed + John Cale + Nico al Bataclan di Parigi, oltre a diverse incisioni live della stessa Nico pubblicate postume.

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