Siria, nelle prigioni di Assad
Jonathan Littell. fotografie di Abdulmonam EassaHOMS (Siria) – Una sera a Homs ho condiviso l’iftar – il pasto alla fine del digiuno del Ramadan – con un uomo di 33 anni di nome Ismaïl al-Ghantawi. L’appartamento, povero ma ben arredato, appartiene ai suoceri; il suo, nel quartiere di Baba Amr, è stato distrutto. Il cibo è disposto su una tovaglia sul pavimento tra i divani; Ismaïl, un uomo dal viso magro e dai lineamenti disegnati, con un pizzetto curato e occhiali sottili, ci accoglie in compagnia del figlio Ali, un ragazzino di dieci anni sveglio e intelligente; sua moglie, come è prevedibile tra le famiglie sunnite conservatrici in Siria, rimarrà nascosta durante la nostra visita e non farò mai la sua conoscenza.
Fragile e timido, Ismaïl è un sopravvissuto di Sednaya, il “gulag” di Bashar al Assad, una prigione da incubo dove ha trascorso gli ultimi undici anni della sua vita. Non vuole parlare di questo inferno, ma oggi ha accettato per rispetto di un suo compagno di prigionia, Mahmoud, cugino di Moawiya, un ex attivista rivol…
HOMS (Siria) – Una sera a Homs ho condiviso l’iftar – il pasto alla fine del digiuno del Ramadan – con un uomo di 33 anni di nome Ismaïl al-Ghantawi. L’appartamento, povero ma ben arredato, appartiene ai suoceri; il suo, nel quartiere di Baba Amr, è stato distrutto. Il cibo è disposto su una tovaglia sul pavimento tra i divani; Ismaïl, un uomo dal viso magro e dai lineamenti disegnati, con un pizzetto curato e occhiali sottili, ci accoglie in compagnia del figlio Ali, un ragazzino di dieci anni sveglio e intelligente; sua moglie, come è prevedibile tra le famiglie sunnite conservatrici in Siria, rimarrà nascosta durante la nostra visita e non farò mai la sua conoscenza.
Fragile e timido, Ismaïl è un sopravvissuto di Sednaya, il “gulag” di Bashar al Assad, una prigione da incubo dove ha trascorso gli ultimi undici anni della sua vita. Non vuole parlare di questo inferno, ma oggi ha accettato per rispetto di un suo compagno di prigionia, Mahmoud, cugino di Moawiya, un ex attivista rivoluzionario che mi accompagna. La storia di Ismaïl emerge in modo confuso, tra due sigarette accese quasi a fine pasto, in un caotico miscuglio di epoche, dettagli che ancora uccidono la sua memoria. Ricostruisco la sua storia come segue.
Occhi sui piedi
Giovane uomo sposato, si rifugia con la moglie in Libano all’inizio della guerra civile e trova lavoro presso una Ong musulmana che aiuta gli orfani siriani e libanesi. Nel 2014, quando la moglie è incinta di due mesi, viene rapito in un quartiere sunnita di Tripoli dai servizi segreti militari del regime siriano: estradizione illegale in Siria con l’accusa di finanziamento del terrorismo. Per mesi è interrogato da vari settori dei servizi, prima a Homs, poi a Damasco. Lo interrogano sui combattenti della resistenza nel suo quartiere di origine. Tra questi c’è Abu Othman detto “Jeddi” (“Nonno”, un attivista che avevo conosciuto all’inizio del 2012 e che è scomparso poco dopo, arrestato e torturato a morte). Ismaïl, dopo molte torture, finisce per mettere la sua impronta su pagine e pagine di confessioni inventate in cui si auto accusa di aver attaccato i quartieri alawiti di Homs, di aver violentato donne e così via. «Non ti farò mai più vedere il sole in vita tua», gli dice uno degli investigatori.
Nella prigione di Qabo incontra un altro uomo di Baba Amr che, al momento del rilascio, informa la famiglia di Ismaïl: fino a quel momento non aveva avuto sue notizie. È stato allora che ha saputo della nascita di suo figlio, che avrebbe visto, per visite fugaci, solo tre volte durante la detenzione.Nel settembre 2015 viene finalmente “processato”, insieme ad altri 44 uomini, in 15 minuti, da Muhammad Kanjo, un giudice militare noto per le sue sentenze rapide: pena di morte. Ma poiché tre dei fratelli di Ismaïl erano già morti – la sua famiglia aveva pagato una piccola fortuna per far dichiarare la morte dell’ultimo – essendo formalmente figlio unico, la sua condanna, secondo la legge siriana, viene commutata in ergastolo.Subito dopo il processo, è inviato a Sednaya insieme ad altri 150 uomini, tutti incatenati gli uni agli altri. «A Qaboun, gli anziani ci avevano avvertito: “Non guardate mai le guardie negli occhi, non gli piace. Tenete gli occhi sui vostri piedi. Ci hanno trasportati su un camion frigo. Non appena hanno abbassato il portellone posteriore, siamo stati picchiati con sbarre di ferro, fruste di gomma ricavate da pneumatici e pungoli per il bestiame. Il dolore e il rumore erano terrificanti. Ci hanno fatti sdraiare a terra, dovevamo tenere la carta d’identità sopra la testa. Poi hanno gridato: “Vestitevi come quando siete usciti dalle fiche di vostra madre !” Ci siamo spogliati. Poi: “In piedi! Uno dietro l’altro, testa nel culo di quello davanti!” E tu cammini».
Sette piastrelle vuote
«Siamo scesi nel seminterrato, era tutto buio, si vedeva a malapena quello davanti a te. Arrivati in fondo, dovevamo sdraiarci con le gambe sollevate, e là ci hanno picchiati di nuovo per una mezz’ora: “Se fate un rumore, sarete un cadavere. Chiunque voglia sapere cosa sia un cadavere provasse a gridare”. Un uomo accanto a me, credo avesse cinquant’anni, non riuscì a sopportare i colpi, urlò, e una guardia lo colpì alla testa, facendo schizzare il sangue dappertutto. Era la prima volta che vedevo uccidere qualcuno.
Poi, dieci di noi vennero messi in una cella per due, con il cadavere, e ci spiegarono le regole: vietato parlare di politica o di religione o di questioni etniche, vietato pregare o digiunare. Dormimmo sul pavimento nudi, rannicchiati l’uno all’altro per riscaldarci. Il cadavere è stato portato fuori il mattino seguente. Dopo dodici giorni là dentro siamo stati portati fuori, picchiati di nuovo, poi ci hanno dato uniformi piene di pidocchi e parassiti e ci hanno fatto salire per metterci in cella». Erano in 36; un uomo che aveva studiato fu designato come “pappone” della cella e picchiato senza sosta mentre gli venivano impartiti gli ordini: «“Qualunque cosa accada nella cella”, gli dissero, “le sette piastrelle davanti alla porta devono rimanere vuote. Quella porta è come la fica di tua sorella. Se la toccate, sapete cosa vi succederà”». L’ultimo ordine riguardava i morti: «Se uno di noi moriva, il giorno dopo dovevamo annunciare: “Ho un morto”, poi metterlo a gambe e braccia incrociate davanti alla porta, in modo che potessero ammassare i cadaveri come mattoni».
Senza vedere il sole
I prigionieri venivano nutriti a malapena, solo una o due olive e uno o due cucchiai di yogurt a testa, gettati sul pavimento, spesso vicino ai bagni. Gli uomini dovevano mangiare per terra, a volte in ginocchio con le mani dietro la schiena: “Mangiate come dei maiali, come delle vacche”. C’erano molti casi di malattie del fegato e di tubercolosi; chi si ammalava veniva trasferito in infermeria, dove il medico del carcere spesso si divertiva a picchiarlo a morte.Ismaïl è sopravvissuto grazie alla sua famiglia, che nel corso degli anni ha chiesto in prestito somme considerevoli – migliaia di dollari – per farlo trasferire temporaneamente in un’altra prigione, a Baloné, dove poteva mangiare un po’ meglio e recuperare le forze. «Quando sono uscito, ho visto del cibo davanti a me e non potevo crederci. Non riuscivo a mettere un cucchiaio in bocca». Ma anche a Baloné non vedeva la luce del giorno: «Ho passato cinque anni senza vedere il sole. Questo perché eravamo sunniti, eravamo davvero nella merda. I criminali alawiti in prigione erano trattati molto meglio, ed erano loro a dettare legge».
Alla fine del nostro pasto, Ismaïl mi mostra un video della sua liberazione: nel corridoio buio del blocco, tra un frastuono indescrivibile e gli spari dei ribelli che rompono le serrature delle porte, gli uomini gridano, ballano, corrono, piangono, invocano Dio; Ismaïl, emaciato, con il capo rasato, si tiene la testa tra le mani, poi cerca di indirizzare i suoi liberatori verso altre celle; ogni volta che una porta viene forzata, una marea di uomini si riversa fuori, gridando “Allahu akbar!” e abbracciando i loro salvatori; sul pavimento, due uomini disabili cercano di strisciare verso l’uscita. Era l’8 dicembre, verso le tre del mattino; alle 22 Ismaïl era già a Homs, trasportato da persone venute da lì per prendere uno dei suoi compagni di prigionia. Quando finalmente il figlio lo rivide, non parlò per tre giorni.
E ora? «Ora è un po’ geloso del fatto che suo padre dorma con sua madre e lui debba dormire da solo in salotto. Ma si riprenderà. Sua madre è già incinta di due mesi». Sorride, un sorriso radioso che illumina il suo volto smunto: «Va tutto bene». Allunga una mano e accarezza i capelli del piccolo Ali: «Ho ancora molti incubi», dice infine con dolcezza. «Urlo, e mio figlio si sveglia. Lui sa tutto».
Tra le montagne
Avevo già visitato Sednaya dieci giorni prima. La prigione si trova a trenta chilometri da Damasco, tra le aspre montagne dell’Antilibano; appena si esce da al-Tal, appare in cima a una collina che domina la strada, tozza, sguaiata, con le sue lunghe mura dalle strette aperture che brillano al sole, mostrando la sua crudeltà a tutti coloro che passano di lì diretti ai villaggi cristiani o al lussuoso Sheraton dove Maher al Assad e Asma, la moglie di Bashar, amavano venire a festeggiare durante il periodo di massimo splendore del regime.Più di 30 mila uomini sono passati per questa prigione, e solo 3 o 4mila erano ancora lì quando è stata liberata; i corpi degli altri sono scomparsi, bruciati o sepolti in fosse comuni, nessuno ancora lo sa. Ora alcuni giovani soldati sorvegliano l’ingresso della prigione, che in linea di principio è off-limits ma non è troppo difficile, se si sa come prenderli, convincerli a far passare un giornalista. Uno dei giovani sale sul nostro veicolo per accompagnarci.
La strada, dal cancello principale, segue la curva della collina, delimitata a valle da un piccolo bunker ogni dieci metri. Davanti all’ingresso, il rottame bianco di una macchina sta al sole in mezzo alle buche del parcheggio, scavate nei giorni successivi alla caduta del regime alla disperata ricerca di un’immaginaria prigione sotterranea: l’unica in grado, agli occhi delle famiglie sconvolte, di spiegare le migliaia di scomparsi inghiottiti da questo luogo. Le stanze dell’edificio amministrativo, dopo la scala principale, sono un caos di carte sporche, computer rotti e mobili rovesciati; abiti sporchi giacciono lungo il corridoio che da lì conduce alla rotonda centrale, da cui si estendono tre lunghe ali, i blocchi di celle A, B e C, su tre piani.Ismaïl era detenuto a sinistra, al primo piano, all’inizio dell’ala A. Una scala a chiocciola, isolata da un esagono di sbarre d’acciaio, sale al centro della rotonda, e ad ogni piano una passerella di cemento unisce ciascuna delle tre ali, un panopticon a immagine e somiglianza di quello immaginato da Jeremy Bentham; in cima, dove le aperture si affacciano sui tetti, mi ritrovo a sognare l’architetto (mi sono informato: un tedesco dell’Est) che ha progettato questo luogo così meticolosamente pensato per far soffrire gli esseri umani.
L’accesso ai blocchi avviene attraverso un pesante cancello, che si apre su un corridoio fiancheggiato sulla destra da massicce porte di ferro, quasi tutte aperte e che ancora girano facilmente sui loro cardini. In ogni cella c’è un indescrivibile ammasso di coperte, mucchi di vestiti unti, detriti di bacinelle di plastica e qua e là una protesi di gamba; in fondo, nell’angolo della doccia e della latrina, pendono ancora in alto sacchetti di plastica pieni d’acqua, l’unico modo per lavarsi.La luce gialla della sera si riversa attraverso le fessure dell’esterno sulle geometrie dei corridoi, delle ringhiere e delle pesanti porte. L’unico rumore è quello dei nostri passi che risuonano sul cemento, e l’incessante starnazzare e batter d’ali degli uccelli, i soli abitanti del luogo.
Da lontano, sento anche qualche singhiozzo discreto; Moawiya, molti dei cui parenti sono morti qui, piange sommessamente mentre filma un corridoio. Mi allontano ed esamino le stanze delle guardie che circondano la rotonda centrale, con i loro letti di metallo, le sobia (stufe a legna per il riscaldamento), barattoli e delle coperte. Il soldato che cammina avanti e indietro, un po’ impaziente di andarsene, ci osserva in silenzio.
Come in uno specchio
Nel seminterrato, anche il pavimento in cemento, come il parcheggio, è pieno di buche di varia profondità. Una scala in rovina conduce a un livello ancora più profondo, quello delle celle individuali, sporche, anguste, senza luce né ventilazione, dove degli uomini hanno trascorso anni, persino decenni. La maggior parte di esse era ancora occupata al momento della liberazione. Sopra una lunga apertura in un muro esterno, che si affaccia sulla zona di scarico dei nuovi arrivati, una scritta in arabo proclama: “È difficile vivere senza una finestra di speranza”.
I graffiti delle guardie sono meno poetici di quelli dei detenuti: “Il mio uccello dice che ho ancora 39 giorni da passare qui”.Si stava facendo tardi e la guardia insisteva perché lasciassimo la prigione. Sulla collina, davanti ad alcuni edifici abbandonati all’interno del muro di cinta, un pastore conduceva il suo gregge di pecore tra i cespugli polverosi. Lasciammo la guardia all’ingresso e tornammo a Damasco. Moawiya, perso nei suoi pensieri, rimase in silenzio. Alla fine disse qualche parola: «Questa prigione è la perfetta rappresentazione della Siria. È un luogo magnifico, progettato e costruito con cura per fottere le persone, e dopo la rivoluzione è un casino, lasciato agli uccelli, sorvegliato solo da cinque uomini e da un beduino con le sue pecore».
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Sul Venerdì del 6 giugno 2025