Scuola: come usare l’intelligenza artificiale?
di Roberta ViscoCompito in classe di fisica in un liceo romano. Nel silenzio, una voce: «Grazie per la domanda, ti rispondo subito». Breve sconcerto. Il professore si avvicina a un banco e, sotto, scopre un cellulare che continua a parlare: uno studente ha chiesto a un chatbot di fargli la verifica dimenticando di togliere la funzione “leggi ad alta voce”... Di solito le cose vanno diversamente.
Di solito “i robot che chattano” sviluppano formule e fanno versioni velocissimi e silenziosi. Non sempre impeccabilmente, ma abbastanza bene da garantire una sufficienza, e anche qualcosa di più. Quanti studenti si lasciano sedurre da quest’uso dell’intelligenza artificiale generativa?
Per ovvie ragioni non esistono dati certi. Sul loro rapporto con i chatbot in generale c’è invece un sondaggio realizzato ad aprile da Tgm Research per NoPlagio, una delle tante piattaforme per riconoscere i plagi e i brani scritti dall’Ia (ma ha anche un servizio per umanizzare i testi).
Il 97 per cento delle ragazze e ragazz…
Compito in classe di fisica in un liceo romano. Nel silenzio, una voce: «Grazie per la domanda, ti rispondo subito». Breve sconcerto. Il professore si avvicina a un banco e, sotto, scopre un cellulare che continua a parlare: uno studente ha chiesto a un chatbot di fargli la verifica dimenticando di togliere la funzione “leggi ad alta voce”... Di solito le cose vanno diversamente.
Di solito “i robot che chattano” sviluppano formule e fanno versioni velocissimi e silenziosi. Non sempre impeccabilmente, ma abbastanza bene da garantire una sufficienza, e anche qualcosa di più. Quanti studenti si lasciano sedurre da quest’uso dell’intelligenza artificiale generativa?
Per ovvie ragioni non esistono dati certi. Sul loro rapporto con i chatbot in generale c’è invece un sondaggio realizzato ad aprile da Tgm Research per NoPlagio, una delle tante piattaforme per riconoscere i plagi e i brani scritti dall’Ia (ma ha anche un servizio per umanizzare i testi).
Il 97 per cento delle ragazze e ragazzi sentiti (1.007 tra i 16 e i 18 anni) ha dichiarato di usare l’Ia generativa: in un identico sondaggio, lo scorso anno, erano stati l’86 per cento. Nel nostro piccolo, confermiamo. Abbiamo parlato con una ventina di studenti tra i 15 e i 19 anni: tutti tranne uno usano i chatbot. E lo stesso fanno i loro compagni. Molti hanno seguito corsi sull’Ia a scuola.
In pochi casi (verità o imbarazzo?) hanno detto di servirsene per le verifiche in classe, ma conoscono sempre qualcuno che lo fa. E lo fa anche quando (quasi sempre) i cellulari vengono requisiti: mentre in apparenza gli smartphone degli studenti giacciono sulla cattedra, sotto i banchi ne spuntano altri. Una volta un ragazzo si è tradito perché, uscendo da scuola, ha dimenticato di riprendersi il telefonino consegnato. Un altro ha esagerato dando alla prof un Motorola che si apriva a cozza, quasi un oggetto di antiquariato.
L’intelligenza artificiale generativa va forte soprattutto per le materie scientifiche, perché, ci spiega Federica (nome di fantasia, come quelli di tutti ragazzi interpellati), 18 anni, liceo classico, «regole e formule sono quelle». Vero, ma fino a un certo punto: capita infatti che il chatbot arrivi al risultato con procedimenti non da liceo ma da università. In questi casi, per smascherare gli incauti, ai docenti basta chiedere una spiegazione.
Più difficile è scoprire chi nel prompt – la domanda in linguaggio naturale che si fa al chatbot – ha avuto l’accortezza di aggiungere: «Rispondi come se fossi uno studente di scuola media superiore». Tre ragazze di un liceo delle scienze umane (16, 17 e 18 anni) assicurano però che per matematica va meglio l’app Photomath: si fotografa il problema con il telefonino e sullo schermo appare la soluzione con tutti i passaggi per arrivarci.
I chatbot funzionano anche per le traduzioni: meglio con le lingue moderne, abbastanza bene con il latino, peggio con il greco. Monica, 17 anni, liceo classico, non li usa, ma sa bene che, per evitare versioni troppo libere, il testo va inviato frase per frase e non tutto insieme. Quanto ai temi – c’è chi si fa fare anche quelli – la regola è personalizzare, e magari inserire qualche errore prima di consegnare. Infine, le interrogazioni: anche qui c’è chi sbircia il cellulare sotto il banco o lo fa consultare da un compagno, per suggerimenti con cognizione di causa.
Certo, c’è la complicazione delle allucinazioni: se il chatbot non sa dare una risposta, spesso la inventa. Ma non si può avere tutto.
I compiti a casa
Le verifiche con supporto artificiale rappresentano comunque un problema minore. A scuola, con risultati alterni, si è sempre copiato e suggerito. E qualche contromisura i professori riescono a prenderla. La vera questione è quella dei compiti a casa. Anche qui, in apparenza, nulla di nuovo. Però, nell’era ante internet, se versioni o esercizi facevano penare, l’unica risorsa era alzare il telefono (fisso) e chiedere aiuto al compagno bravo.
Poi sono arrivati i motori di ricerca, Wikipedia, i siti per gli studenti (mai sentito parlare di Splash Latino?). Eppure tutti questi copia-e-incolla erano ancora niente rispetto all’Ia generativa, che alle domande dà risposte per così dire originali, ovvero usa gli infiniti dati incamerati per produrre un testo nuovo.
Per i compiti a casa – già da un paio di anni, ma soprattutto nell’ultimo – i ragazzi del nostro piccolo campione la usano più o meno tutti. Emiliano, 15 anni, liceo delle scienze umane, usa Copilot, di Microsoft, per le ricerche. Soltanto due o tre volte si è fatto dare una mano anche per le traduzioni. In compenso, ha preso un 5 perché il prof era convinto, a torto, che una sua versione fosse farina del sacco di un’Ia. Possibile? Ma non ci sono le piattaforme che riconoscono se un testo è umano oppure no?
«Certo, ma molte sono farlocche» assicura. «Una volta io e dei miei amici, per prova, abbiamo mandato una cosa scritta da noi a uno di questi siti. Ha risposto che era stata fatta dall’intelligenza artificiale al 98 per cento». Forse Emiliano esagera. E però gli esperti ammettono: i rilevatori di Ia funzionano più o meno bene, ma nessuno è perfetto.
Tre studenti di un istituto per i servizi culturali e dello spettacolo usano vari chatbot (uno anche il cinese Deep Seek) per trovare informazioni, e per creare, guidati da un professore, personaggi, storie, locandine e trame di film. Andrea, 15 anni, scienze umane, preferisce i vecchi motori di ricerca, ma a volte non si orienta e ricorre ai chatbot.
Federica, 18 anni, liceo classico, usa ChatGPT quasi tutti i giorni; Alice, quarto scientifico, qualche volta, per i riassunti, «ma non volentieri, anche per via dell’impatto ambientale». Selina, 17 anni, scientifico, si fa fare le domande prima delle interrogazioni, ma all’Ia chiede anche di scrivere racconti «per vedere che cosa riesce a inventarsi».
Grande è la preoccupazione
E i professori che dicono? A febbraio l’Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) e la casa editrice La Tecnica della Scuola hanno raccolto le opinioni di 1.803 di loro: il 14 per cento era del tutto contrario all’ingresso dell’Ia generativa in classe, mentre più della metà già se ne serviva, soprattutto per i lavori ripetitivi: programmi, verbali, relazioni.
Con un gruppo di docenti parliamo seduti attorno a un tavolo nella biblioteca del Tasso, celebre liceo classico romano. Nessuno qui vuole demonizzare l’intelligenza artificiale, molti la usano, tutti sono curiosi del cambiamento. Ma la preoccupazione è grande.
Ci sono ragazzi che dipendono dai chatbot anche per scrivere un tema, «sentono che non sono in grado di farlo senza: perdono una competenza, ma anche il piacere della creatività» dice Olivia Pallenberg, che insegna storia e filosofia ma è anche psicologa.
«L’Ia è imbattibile nel ridurre tempo e fatica, che però sono fondamentali nell’apprendimento» ragiona Giovanni Vassallo, latino e greco: «So bene che a 14 anni si è felici di studiare mezz’ora invece di due, ma è proprio attraverso quelle due ore che si impara».
Anche per Antonella Fucecchi, lettere, «risparmiare tempo non ha senso: il ragazzo ne ha bisogno per costruire la sua visione del mondo. La scuola deve difendere l’humanitas, non è solo efficienza, produttività e performatività».
Poi c’è il tema del rapporto tra professori e studenti, che è fatto anche di emozioni. È da questo rapporto che a volte nasce la motivazione allo studio osserva Giuseppe Benedetti, latino e italiano: «Il problema non è l’intelligenza artificiale: potrebbe anche essere un’opportunità per valorizzare l’umano. Purtroppo però si colloca in un momento di crisi del soggetto, dell’istruzione, del lavoro. Bisogna cercare di governarla, ma non è facile».
Pessimista, lui dice realista, è Gian Giacomo Cavicchioli, storia e filosofia: i docenti devono conoscere questi nuovi strumenti, e trovare anche un sistema per farli usare, ma il loro impatto sarà comunque disastroso perché «sono in mano a centauri che da una parte dovrebbero fare cultura e dall’altra sono interessati soltanto ai rendiconti semestrali». In ogni caso, bisognerà rivedere il modo in cui si insegna.
Sintetizza Giorgio Candeloro, storia e filosofia: «L’intelligenza artificiale c’è arrivata tra capo e collo in una scuola ancora molto tradizionale, anche nella maniera di valutare. I compiti a casa, per esempio, non hanno più tanto senso. Si deve lavorare insieme, in classe».
Con l’Ia gli studenti di Alessandra Capon, matematica e fisica, hanno preparato simulazioni e modelli: «All’inizio erano un po’ perplessi, perché erano abituati a un altro uso... Poi i risultati ci sono stati. Ma un docente si interroga su che cosa deve insegnare: è difficile motivare i ragazzi a impegnarsi in certi esercizi, quando le macchine danno risposte molto più rapide.
D’altra parte, senza questi esercizi, si rischia di perdere delle competenze intellettive. In Italia abbiamo sempre avuto un punto di vista diverso rispetto ai Paesi anglosassoni, a partire dall’uso della calcolatrice. Va trovata la quadra per mantenere tutti e due gli approcci».
Fatti non foste…
Usciamo dal Tasso. In altre scuole troviamo le stesse preoccupazioni. Variano esperienze e atteggiamenti. Marina Giacò, matematica applicata al liceo Vittoria Colonna, è ottimista: ha progettato lezioni, corsi formativi, un lavoro con i ragazzi.
Dice: «L’intelligenza artificiale nella scuola è una rivoluzione copernicana, ma bisogna integrarla in maniera etica e creativa. Il modo per proteggere la conoscenza è trasmettere l’interesse per la conoscenza stessa».
Usa felicemente l’Ia generativa anche Maria Di Benedetta, arte e immagine nella scuola secondaria di primo grado Giuseppe Sinopoli: prepara test e cerca spunti, realizza immagini o video, e insegna a farlo anche agli studenti.
Annalisa Raffone, latino e greco all’Orazio, ha utilizzato ChatGPT, ma soprattutto per capire come funziona: «Chi lavora con i giovani non può ignorare i nuovi strumenti. Il problema è che, quando arrivano al liceo, molti ragazzi non conoscono la grammatica, non sanno scrivere. Per loro, qualcosa che dà tutte le risposte è seducente. Bisognerebbe orientarli a riconoscere il valore dello studio, ma l’attenzione è tutta alla performance».
Ansia di primeggiare
Lasciamo Roma e andiamo a Torino. Elisabetta Curti, docente nel liceo delle scienze umane Regina Margherita, con ChatGPT ha organizzato un progetto di teatro, Raffaella Brondolo e Barbara Garofani, italiano e latino allo scientifico Galileo Ferraris, hanno seguito un corso su Ia e lingue classiche.
Dice Brondolo: «L’uso più immediato è creare verifiche, ma nei testi generati ci sono ancora molti errori. Si può chiedere agli studenti di trovarli: così vedono che anche l’intelligenza artificiale sbaglia. Non è banale. Una volta un ragazzo di una mia classe ha copiato un tema, con tutte le conseguenze del caso: di sicuro sarebbe stato in grado di farlo da solo, anche meglio, però si fidava di più di ChatGPT».
Dalla rinuncia a cimentarsi con le difficoltà alla perdita di fiducia in sé stessi è un attimo. «A volte gli adolescenti ricorrono all’Ia per cose che saprebbero fare benissimo solo perché hanno l’ansia di primeggiare: pensano che questo sia l’unico modo per avere un futuro» spiega Luca Melone, psicologo e psicoterapeuta che lavora con bambini e adolescenti.
«Ma se il prodotto della macchina non viene mai messo in discussione, non c’è spazio per il pensiero divergente, creativo, e si rischia di diventare più dipendenti e insicuri». Non basta.
«Quando un ragazzo chiede a un chatbot qualcosa che lui non sa, non si sente inadeguato né giudicato perché l’intelligenza artificiale, al contrario degli esseri umani, è asettica e non ha aspettative. Questo ne fa un interlocutore più semplice, ma che può rendere chi lo usa meno capace di costruire relazioni, di gestire le emozioni che scaturiscono dal rapporto con l’altro».
E dal punto di vista dell’apprendimento? «In questo campo potrebbe essere colpita la capacità di problem solving, di affrontare e risolvere i problemi. Ma così c’è anche il pericolo di ridurre la tolleranza alla frustrazione: il saper accettare un errore e ripartire da capo».
Lavori in corso
Consoliamoci con le esperienze positive. Per esempio, quella raccontata da Elvira Feleppa e Anna Palumbo, lettere e religione, dell’istituto comprensivo Settembrini di San Leucio del Sannio, all’ultimo Salone del libro di Torino: la realizzazione, con il gruppo di lettura del loro istituto, di un booktrailer dell’Imprevedibile viaggio di Coyote Sunrise di Dan Gemeinhart.
Ragazze e ragazzi, dopo aver letto il libro, hanno chiesto a ChatGPT di preparare uno storyboard, gli hanno descritto i personaggi per avere degli avatar e, con Leonardo e Pixabay, hanno creato le scene. Infine c’è stato il montaggio del video, con la scelta di ritmo e colonna sonora. Il bello è che, a ogni passaggio, si sono scatenati infiniti dibattiti.
I giovani lettori non erano d’accordo tra loro, ma soprattutto con i chatbot: sulla scansione della storia, sul rilievo dato a un certo personaggio invece che a un altro, sull’aspetto degli avatar, le ambientazioni, i tempi, la musica… Insomma, hanno discusso su tutto. E, prima di arrivare al risultato finale, hanno riscritto più volte i prompt. Così, dicono i due prof, «hanno affinato la loro capacità di parlare con l’intelligenza artificiale ma anche riflettuto sul senso del testo».
Far girare il cervello
Insomma, l’Ia avanza rapida, anzi di più: nella scuola nulla sarà più come prima. Di qui le centinaia di corsi di formazione organizzati quest’anno in Italia, anche grazie ai fondi del Pnrr.
«Oggi l’intelligenza artificiale è il problema e dobbiamo investirci» dice la preside del Tasso Gemma Stornelli. Anche l’atteggiamento dei docenti verso i corsi è cambiato. «Due anni fa tanti non volevano neppure sentirne parlare» conferma Maria Grazia Coccia, dirigente dell’istituto comprensivo romano Via Val Maggia, «ora sono molto più ben disposti. Le scuole possono usare l’intelligenza artificiale soprattutto a fini inclusivi. Però bisogna sempre sapere come vengono utilizzati e conservati i dati. E, se l’Ia entra in ambito scolastico, si deve anche adottare un codice etico condiviso con le famiglie».
Sentiamo come va un progetto pilota. L’istituto comprensivo romano Marcello Mastroianni (dirigente Angela Maglio) è una delle quindici scuole italiane dove, a ottobre, il ministero dell’Istruzione ha avviato una sperimentazione. Obiettivo: personalizzare la didattica, valorizzare i talenti e sostenere chi ha difficoltà di apprendimento. Giovanna Festa, matematica e scienze, referente del progetto, racconta: la sperimentazione nelle due classi coinvolte è iniziata con strumenti di Google, non sempre perfetti, per realizzare esercizi guidati e video interattivi.
A marzo c’è stata una svolta «con Notebook LM, sempre di Google, che permette di caricare documenti (Pdf, Google Docs, Url di siti web, video da YouTube...) e poi, a partire da questi, genera riassunti, estrae informazioni, semplifica il linguaggio e, da poco, realizza mappe. Lavora con i materiali che hai scelto per produrre contenuti con diversi livelli di complessità, a seconda delle specificità dell’alunno».
Riserve? «Credo che i ragazzi dagli 11 ai 13 anni non dovrebbero interagire con l’Ia da soli: i minuti che passano di fronte al testo di un problema per individuare una strategia risolutiva, oppure sul foglio bianco, prima di scrivere un tema, sono fondamentali per sviluppare creatività e senso critico. A un certo punto anche noi consentiamo l’uso della calcolatrice, ma se ne avessimo data una a tutti dalla prima elementare oggi nessuno saprebbe più fare le divisioni. Sono convinta che un docente esperto, che guidi la fruizione dell’Ia da parte degli studenti, possa veramente fare la differenza».
Torniamo al Salone del libro di Torino. Qui Gianni Ferrarese ha proposto un laboratorio su come «creare materiali didattici personalizzati, ideare lezioni coinvolgenti e ottimizzare i processi di insegnamento e apprendimento con l’intelligenza artificiale». Docente per 40 anni e formatore, Ferrarese ha scritto un manuale per Erickson, 101 idee per usare l’intelligenza artificiale in classe, dove illustra 67 app, da Adobe a Firefly a Zulla, che generano presentazioni, grafici, test, statistiche, musica, video, poesie…
Dice: «Per troppi anni la scuola si è servita di prodotti già fatti, vedi i libri di testo. Con i chatbot i professori sono in grado di generare loro i contenuti, mentre gli studenti in classe, invece di star fermi ad ascoltare la lezione, possono costruire e discutere. E questo fa girare il cervello».
Fa formazione anche Emanuele Micheli, ingegnere della genovese Scuola di robotica: «Per la scuola l’Ia generativa è stata una rivoluzione traumatizzante perché è arrivata di colpo» dice. «Adesso c’è un’esplosione di corsi. Il pericolo è che vengano promossi soltanto gli strumenti, e che questi siano accettati passivamente, lasciando le competenze a pochi. Noi cerchiamo di dare anche tutto il background utile a capire che cosa c’è dietro. E ai ragazzi facciamo mettere le mani dentro: gli insegniamo a servirsi di software molto semplici per programmare sistemi di Ia, a riconoscere fonti e fake news. Ci inventiamo esercizi sull’etichettatura dei dati… I chatbot possono scrivere al posto nostro. Noi dobbiamo saper leggere, osservare, studiare. Ogni volta che arriva una nuova tecnologia, chi pensa di poter aspettare ha già perso».
Ps. Ovviamente abbiamo chiesto all’Ia di fare questa inchiesta al posto nostro. Ma a insindacabile giudizio della redazione del Venerdì, pare sia meglio questa con l’intelligenza naturale.
Sul Venerdì del 6 giugno 2025