✕

Seminara, che cosa è successo ad Anna e Maria dopo lo stupro di gruppo

Anna e Maria, fotografate di spalle perché non fossero riconoscibili (Fortunato Serranò) 

Ascolta l'audio

Anna e Maria sono due nomi di fantasia. Non lo è la storia di queste due ragazze stuprate da un gruppo di coetanei del loro stesso paese, dove siamo andati per farci raccontare il “dopo”. Maria, con il sostegno della famiglia, ora vive altrove. Anna è prigioniera in casa, solo la madre le è rimasta accanto. Tutt’intorno c’è il deserto: Seminara, Calabria. Reportage
9 minuti di lettura

Per entrare dentro questa storia dovete immaginare gli ulivi, le case scrostate, il mare visto da lontano, i cactus che si arrampicano sulla collina, qualche cane adagiato in mezzo alla strada, i vecchietti con la coppola e il bastone, le vie franate coperte solo di brecciolino. Chilometri di nulla, paesi piccolissimi e semi-abbandonati.

Dovete superare il cartello crivellato dai proiettili e arrivare nella piazza di Seminara: un bar a ogni angolo, i palazzi senza intonaco con i ferri che sbucano dai pilastri all’ultimo piano. Quello ancora da costruire, uno dei segni distintivi della Calabria e di quanto la sua bellezza lotti – da sempre – contro l’incuria e il degrado. Qualche anziano sulla panchina, due bambini che girano in tondo su un unico monopattino. E poi niente. La parrocchia certo, la macelleria, qualche negozio di ceramiche. Nient’altro però. Non ci sono cinema, non ci sono sale teatro, non ci sono luoghi di aggregazione, non c’è modo di muoversi se non con lo scuolabus – …

Per entrare dentro questa storia dovete immaginare gli ulivi, le case scrostate, il mare visto da lontano, i cactus che si arrampicano sulla collina, qualche cane adagiato in mezzo alla strada, i vecchietti con la coppola e il bastone, le vie franate coperte solo di brecciolino. Chilometri di nulla, paesi piccolissimi e semi-abbandonati.

Dovete superare il cartello crivellato dai proiettili e arrivare nella piazza di Seminara: un bar a ogni angolo, i palazzi senza intonaco con i ferri che sbucano dai pilastri all’ultimo piano. Quello ancora da costruire, uno dei segni distintivi della Calabria e di quanto la sua bellezza lotti – da sempre – contro l’incuria e il degrado. Qualche anziano sulla panchina, due bambini che girano in tondo su un unico monopattino. E poi niente. La parrocchia certo, la macelleria, qualche negozio di ceramiche. Nient’altro però. Non ci sono cinema, non ci sono sale teatro, non ci sono luoghi di aggregazione, non c’è modo di muoversi se non con lo scuolabus – se vai ancora a scuola – o con la macchina, se non ci vai più.

In questo nulla il male attecchisce più facilmente, è vero. Ma il male lo scegli. I ragazzi che hanno violentato Maria per due anni, tra il 2020 e il 2022, in gruppo, riprendendo gli stupri, senza farsi alcuno scrupolo e chiedendosi solo cos’avrebbero fatto, se lei avesse deciso di denunciare, e rispondendosi tra loro «Ammazziamo tutta la famiglia», quei ragazzi il male lo hanno scelto e non c’è analisi sociologica che possa assolverli.

I maggiorenni sono già stati condannati, per i minorenni il processo è in corso. Due di loro hanno violentato anche Anna, una volta: non si sono fermati davanti al sangue e al dolore, hanno provato a cercarla per rifarlo ancora. Si vantavano. Scambiavano i filmati fatti con il telefonino, i racconti, ma alcuni erano intercettati per via dei legami con la criminalità e sono stati scoperti.

Con le nuove norme che vorrebbe il governo, non potrebbe più succedere. I carabinieri non potrebbero andare alle 4 di notte a bussare a casa delle ragazze – come hanno fatto a novembre 2023 – per dire loro: sappiamo quel che è successo. Vedendole crollare, piangere, ammettere: «Avevo paura a raccontarlo».

Non è importante leggere le carte giudiziarie che svelano l’abisso. Non è importante concentrarsi sulla brutalità con cui quei ragazzi hanno agito, sul fatto che con tutta evidenza per loro quelle ragazzine, due minorenni, non sono persone, ma corpi da abusare. Non è importante capire quale meccanismo si innesti nel capo branco che seduce, soggioga e poi offre la sua preda. Quel che è importante capire, la ragione per cui bisogna venire a Seminara e a Oppido e nella piana di Gioia Tauro, è: chi protegge le bambine?

Qui, in questo pezzo di terra che qualcuno vorrebbe dimenticare, ma che è Italia e ci riguarda, chi si prende cura delle ragazze che prima diventano prede e poi vengono respinte dal paese, com’è successo a Maria, o dalla loro stessa famiglia, come per Anna?

I nomi sono di fantasia. Entrambe hanno accettato per la prima volta di parlare. Stanno cercando, ognuna a suo modo, di mettersi alle spalle quel che è accaduto. Dovrebbero essere aiutate a farlo, ma non succede. Succede invece che da quando i loro aguzzini sono in carcere Seminara si è rivoltata contro la famiglia di Maria.

“Maria”

Incontro la madre, il padre e i fratelli di Maria nello studio degli avvocati Carmine Ielo e Biagio Di Vece, che si occupano di questo caso con delicatezza rara. Mi raccontano come vivono da quella notte in cui hanno scoperto cos’è accaduto alla figlia minorenne: 13 gomme bucate alle auto, mese dopo mese, anno dopo anno; insulti e minacce anche da parte della madre e della nonna del sindaco: due dei suoi fratelli sono accusati delle violenze; dichiarazioni date alla stampa secondo cui sarebbe colpa della madre di Maria, delle minigonne che le permetteva di indossare, del fatto che non l’abbia controllata. Siamo ancora lì, all’Italia che accusa le vittime e scagiona i carnefici. Ma non è finita. «Mi hanno fatto trovare cinque uccelli morti in macchina», racconta la madre della ragazza. «E noi siamo cinque», mi fa notare il secondogenito, «in famiglia, siamo cinque».

Sono loro quei cinque uccelli morti. Loro che si sono ribellati, che hanno parlato alla stampa, che hanno preteso la solidarietà delle istituzioni e della Chiesa, a Seminara, ricevendone poca. Pochissima. «Ci hanno mandato a dire che se continuiamo così ci ammazzano tutti».

Quando finalmente incontro Maria, il padre mi confida – mentre è lontana – «a volte la guardo e penso che se non li avessero fermati, a quest’ora non era più qui». Maria si è trasferita in un altro paese, i suoi stanno per raggiungerla grazie al presidente della Regione Roberto Occhiuto che si è offerto di dare una mano. E lo ha fatto davvero. Non solo: è andato a casa loro, ha camminato sul corso con Maria, l’ha invitata a cena sull’Amerigo Vespucci, ha fatto vedere da che parte sta lo Stato.

«Sembra forte, ma quando nessuno la osserva il suo sguardo è cupo», racconta il governatore. È così.

Davanti a un ginseng amaro, Maria dice: «Non ho mai avuto paura. Neanche quando andavo sola la notte in campagna a 13 anni. Io non sono una che ha paura. Ieri a una festa uno di loro era dietro di me, ma io niente. Non lo pensavo proprio. Secondo me era lui ad avere paura». Non tutti – i ragazzi coinvolti sono almeno 16 – sono in carcere. Qualcuno è ai domiciliari, qualcun altro ha l’obbligo di firma.

Racconta di quando sono arrivati i carabinieri e lei li ha aggrediti: «Perché ero nervosa. Adesso quando li incontro in paese mi chiedono se ce l’ho ancora con loro, ma certo che no». L’unica volta in cui le si accende lo sguardo, è quando sente che la sua famiglia presto la raggiungerà nel posto in cui ha deciso di trasferirsi. Seminara ti è stata vicina? «No». Il sindaco dice di essere dalla tua parte: «Dice!». E poi: «Non mi importa di Seminara, ho perso la mia migliore amica per questa storia, credo per via dei suoi genitori. Era tornata l’estate scorsa, poi è scomparsa di nuovo». Stai bene? «Sto bene. Prima piangevo spesso, ora meno. Molto meno».

Per tutto il tempo in cui parla, gli occhi di Maria sfuggono. La voce è ferma, il tono deciso, ma gli occhi no. Cercano un altrove in cui rifugiarsi. Cosa vuoi fare adesso? «Diplomarmi, poi magari una laurea triennale». Cosa ti piacerebbe diventare? «Professoressa di educazione fisica». Il fratello ride: «Da quando?». Lui la vede meglio poliziotta. Poi si ricorda: «Anche all’asilo volevi fare la maestra!».

Maria ha l’amore e il sostegno della sua famiglia. Mi mostra la collanina che le ha regalato Anna, l’altra ragazza di questa storia, per i suoi 18 anni. Si sono conosciute dopo aver saputo l’una dell’altra, vittime degli stessi aguzzini. Pensa a lei che si è trovata contro il fratello, la sorella, la zia, il cugino. Dice: «Sono fortunata».

“Anna”

A casa di Anna, in una frazione isolata che si raggiunge dopo chilometri di campagna, la madre sta lavando a terra. Zoppica vistosamente per un problema al ginocchio. È l’unica persona che le è rimasta accanto dopo la denuncia dello stupro. Le finestre sono chiuse, gli scuri tirati. Dico ad Anna che non voglio farle rivivere la violenza, ma lei dice: «Posso raccontare, sono abituata».

E parla come fosse sotto interrogatorio. Solo che la sua voce trema, non trattiene le lacrime. Dopo aver abusato di lei, «hanno dato il mio numero agli amici, mi chiamavano, mi scrivevano, perché avevano fatto i video di quello che ci avevano fatto, ma non ci sono cascata». Ai tempi della violenza, anche lei era minorenne. «Mi sono fidata della persona sbagliata. Quando sono arrivati i carabinieri all’inizio avevo paura a raccontare, ma ora sono fiera di aver denunciato». Anche i tuoi fratelli? «Anche i miei fratelli».

La forza di denunciare gliel’ha data anche Maria. Solo che per lei quello stesso giorno è cominciato un incubo. «Mia sorella e mio fratello mi facevano violenze fisiche e psicologiche». Ti picchiavano? «Sì». Ti insultavano? «Sì». La madre non si dà pace per quei figli che hanno abbandonato lei e la sorella per vergogna, come avesse senso, o per paura, cercando addirittura di spingerla al suicidio.

«Quelli non sono la mafia, sono vermi, la mafia è un’altra cosa. C’era quando ero giovane io e a un mio compagno lo hanno ammazzato sulle scale con un bambino sulle spalle», dice la madre. Ma basta leggere le carte giudiziarie delle operazioni che si sono succedute in questi anni per sapere quanto la malavita sia pervasiva, in queste zone. Poche settimane dopo l’operazione Masnada, che ha messo in prigione i ragazzi accusati degli stupri, a Seminara una dottoressa della guardia medica è stata uccisa mentre tornava a casa col marito. In paese si dice che il bersaglio fosse lui: uno psichiatra.

Le indagini sono in corso, nessuno esclude nulla, neanche che queste due storie siano collegate. Anna ha perso il padre da qualche anno. La zia, la sorella di lui, è stata arrestata dopo averla segregata e picchiata con una corda. «Il 6 gennaio era sera, stavo transitando sulla zona destra della strada, ho visto mia zia che mi faceva segno di avvicinarmi e sono andata. Con lei c’era suo figlio, mio cugino». Quanti anni ha? «47». Che è successo? «Appena sono entrata hanno cominciato a colpirmi forte con una corda, mi hanno lasciato tanti lividi, sia sulla gamba destra che sulla sinistra». Volevano ritrattassi la denuncia? «Per loro è stata una scelta vergognosa, perché ho rovinato una famiglia».

«Mi dicevano che mia figlia è pazza», racconta la madre, «che sogna le cose la notte e le racconta di giorno». Ma c’erano i lividi sulle sue gambe. E un buco in un fianco, quando dalla strada le hanno tirato una pietra. La zia è stata arrestata. Il cugino ha il divieto di avvicinamento. «Vedi questo? Se lui viene mi avvisa», Anna mi mostra il dispositivo che tiene in tasca, «così mi sento più sicura. Le forze dell’ordine, i giudici, si sono comportati bene con me. Ora sono come una seconda famiglia».

Insieme alla sua avvocata, Maria Rosaria Maugeri, che le dà consigli e coraggio. E che non capisce come sia possibile che a pochi chilometri da dove lei stessa è cresciuta, ci siano queste sacche di brutalità e di omertà. «Non è solo questo la Calabria».

Ha ragione. È fatta a gironi: se entri in contatto con quello sbagliato, con quello regolato dalla ‘ndrangheta e dalla violenza, puoi essere perduto. Non avere scampo. Anna vive come in prigione. Vittima degli insulti per strada, per aver parlato mettendo in imbarazzo la famiglia. O per essersi messa contro le persone sbagliate.

Adesso la sorella ha chiesto il perdono e l’avvicinamento: «Vediamo se è vero», dice la madre, che però, quando ha visto i figli in tribunale, non ha resistito e li ha abbracciati. «Come posso non volerli qui con noi? Dovevano stare con la sorella». E invece, l’hanno torturata. Anna vorrebbe prendere la patente perché da quella frazione te ne vai solo se guidi. Solo così puoi fare un corso, trovare un lavoro.

Potrebbe andare a Reggio, dove vive una sorella della madre: «Ma con i 500 euro di pensione di mio marito come faccio a chiudere la casa qui e prenderne una in affitto? Come vivo? Io non voglio andare via per me, ma per Anna, per darle un futuro».

Il sindaco

Giovanni Piccolo, il sindaco di Seminara, è fuori ma torna subito quando gli chiediamo di incontrarlo. Dice tutte le cose che vanno dette in questi casi: «Se una vittima lascia Seminara abbiamo perso tutti», «Ci sono venti ragazzi coinvolti, dobbiamo chiederci com’è stato possibile», «Qui servono progetti di socializzazione: abbiamo fatto la biblioteca, il centro anziani».

Racconta del percorso politico fatto, gli studi di giurisprudenza, poi un’esperienza in Veneto, e il ritorno a casa prima all’opposizione e poi a guidare la giunta con una lista civica di centrosinistra. «Abbiamo avuto un premio di 90mila euro per i progetti nel sociale. Alla marcia per la legalità il giorno in cui si commemora la strage di Capaci c’era tutto il paese. Portiamo i bambini delle medie a Palmi perché la scuola era una pluriclasse, non si poteva andare avanti, ma c’è lo scuolabus del comune».

Due dei suoi fratelli sono stati arrestati, coinvolti sia negli stupri su Maria che – uno di loro – su Anna. «Se hanno sbagliato devono pagare. Io ho fatto subito costituire il Comune parte civile nel processo. Ho preso subito le distanze».

La famiglia di Maria non gli crede. «La costituzione di parte civile è un atto dovuto», dice la madre, «la distanza dalla famiglia non è abbastanza manifesta».

Piccolo dice di non aver paura di ritorsioni da parte della ‘ndrangheta: «Se sei un amministratore, non puoi averne». Ma usa una frase particolare, per dire che Seminara si è ribellata alla malavita. Dice che lo ha fatto «con compostezza e silenzio».

Il procuratore

Seduto nel suo ufficio circondato da decine di crest, stemmi dell’Arma che ricordano le inchieste fatte, il procuratore dei minori di Reggio Calabria, Roberto Placido Di Palma, anni passati all’antimafia nella Piana d Gioia Tauro, spiega di cosa stiamo parlando.

«A Seminara ci sono state due grandi faide: una quando hanno costruito l’autostrada e una quando l’hanno rifatta. C’è una ‘ndrangheta rurale che vive di controllo del territorio, di micro-attività come le iniziative per la festa patronale, e che spesso cerca rapporti con le istituzioni perché sono a loro che le ditte devono rivolgersi per dare lavoro. All’autorità del porto di Gioia, ai sindaci».

Di Palma racconta di materiale pedopornografico trovato 90 volte su 100 sui telefoni dei minorenni indagati, di ragazzini attratti dal capetto locale perché gli offre il caffè al bar, lo prende sotto la sua ala, lo fa sentire considerato. «Se ci fosse più accesso alla cultura, quelle menti si aprirebbero più facilmente. Se ci fosse lavoro, non sarebbe così semplice trovare un ragazzino che per 200 euro dà fuoco alla macchina di una giornalista che rompe le scatole».

Quando va a parlare nelle scuole, il procuratore cerca di smitizzare la ‘ndrangheta e di far capire «che è merda. Racconto dei latitanti che entrano nelle case per violentare tutte le donne, lo ritengono un loro diritto; della piccola Marcella Tassone, uccisa a 9 anni a colpi di lupara perché aveva riconosciuto gli assassini del fratello; di Anna Maria Scarfò, che era diventata preda di un gruppo simile a quello di Seminara a 13 anni, a San Martino di Taurianova. Si è ribellata per difendere la sorellina, ha denunciato, ma da allora è dovuta fuggire».Quella storia del 1999 è simile a quella di Maria e di Anna. Che hanno i loro paesi contro, ma le ragazze calabresi dalla loro parte.

Carlotta

Carlotta è di Gerace, altro versante, altro mare. Ha letto di quelle ragazze, ha vissuto qualcosa di simile, ha voluto portare i suoi 17 anni in piazza a Seminara a dire no. “Ti dissi ‘ca no”, ti ho detto di no.

Insieme ad alcune associazioni e alla giornalista Elisa Barresi hanno organizzato una manifestazione, il 18 maggio. «Il sindaco si è offeso perché non abbiamo messo il logo del Comune, e non è venuto nessuno. Lui c’era, ma non ha mobilitato».

C’erano qualche rappresentante istituzionale della zona, alcune liceali come lei, agguerrite, con i loro cartelloni bene in vista, tanti carabinieri. «I ragazzi ci guardavano dagli estremi della piazza, sanno di avere la coda sporca. Sanno che le ragazze non sono sole e che non sono state loro a sbagliare, non hanno avuto il coraggio di avvicinarsi. Viste le famiglie coinvolte, sono i primi ad avere paura». Alla ‘ndrangheta puoi ribellarti solo se hai la forza di stare dalla parte delle vittime. Non col silenzio. Non con la compostezza.

«Ci sono tante Calabrie», dice il presidente Occhiuto, «ci sono le realtà a ridosso delle università, le start up, poi ci sono i luoghi in cui la ‘ndrangheta ha fatto un danno culturale, quasi antropologico, enorme. Ha creato una subcultura difficile da rompere, con elementi di evidente patriarcato e il tentativo di derubricare a reato minore una barbarie».

Carlotta e le altre sfidano questa Calabria. Maria e Anna hanno avuto il coraggio di denunciare. Ma ci sono troppe ragazze come loro che rischiano di essere prede in una società che non le protegge. C’è ancora troppa omertà, e un silenzio che va spezzato.

Sul Venerdì del 6 giugno 2025

Leggi i commenti