Viola Ardone: “Gli studenti oggi sono tecnologici, ma anche troppo fragili”
dalla nostra inviata Claudia ArlettiNAPOLI. Al suo primo giorno di scuola, la professoressa Viola Ardone entrò in classe decisa a mostrarsi severa e scrupolosa, come le era stato consigliato. «Inizio la lezione e un ragazzo chiede di andare in bagno. Di già? Non se ne parla. Ma di lì a poco quello si alza e infila di corsa la porta. Una mortificazione, da cui ho imparato che le regole senza relazione non sono niente, che ogni caso va rinegoziato, che le persone si guardano negli occhi. Lo avessi fatto, avrei capito che gli scappava davvero la pipì», racconta oggi nel suo appartamento tutto luce di Napoli.
Più docente o più scrittrice? Forse non lo sa neppure lei, in bilico tra il successo (anche su Netflix) di Il treno dei bambini, un nuovo romanzo in uscita e i regalini dei suoi liceali di Giugliano, Terra dei fuochi, 40 minuti di auto all’andata e 40 al ritorno – santo subito chi ha inventato i podcast.
NAPOLI. Al suo primo giorno di scuola, la professoressa Viola Ardone entrò in classe decisa a mostrarsi severa e scrupolosa, come le era stato consigliato. «Inizio la lezione e un ragazzo chiede di andare in bagno. Di già? Non se ne parla. Ma di lì a poco quello si alza e infila di corsa la porta. Una mortificazione, da cui ho imparato che le regole senza relazione non sono niente, che ogni caso va rinegoziato, che le persone si guardano negli occhi. Lo avessi fatto, avrei capito che gli scappava davvero la pipì», racconta oggi nel suo appartamento tutto luce di Napoli.
Più docente o più scrittrice? Forse non lo sa neppure lei, in bilico tra il successo (anche su Netflix) di Il treno dei bambini, un nuovo romanzo in uscita e i regalini dei suoi liceali di Giugliano, Terra dei fuochi, 40 minuti di auto all’andata e 40 al ritorno – santo subito chi ha inventato i podcast.
In classe le danno del “tu” o del “lei”?
«Talvolta del “voi”, siamo al Sud. Mi chiamano prof o proffi. Però non faccio l’amicona, né aspiro al carisma. Il professor Keating dell’Attimo fuggente era meraviglioso, ma influenzare gli alunni è una responsabilità enorme. Cerco sempre di farmi leggera, di non proiettare la mia ombra su di loro. Provo invece a dare un metodo: condivisione e ascolto reciproco. Spero che resti questo. Michela Murgia dice: ricordatemi come volete. O anche dimenticatemi, aggiungo io».
Ultimo giorno di scuola: a che punto siamo, a suo giudizio?
«Dopo il Covid ci aspettavamo attenzione, fondi e riforme. Siamo rimasti nell’attesa. Unica novità, l’orientamento, la parola d’ordine di quest’anno. Oggi si dedicano molte ore a immaginare il futuro. Ma non credo che la scuola debba avere come fine ultimo il lavoro: per me è auto-consistente, non il luogo in cui insegni qualcosa che servirà per battere cassa. E poi rischi di orientare seguendo una stella che tra cinque anni non esisterà più».
Parola chiave dell’anno?
«Ansia. “Ho l’ansia”: espressione con cui i ragazzi mettono insieme cose diverse, anche la paura».
Temono le sue valutazioni?
«Metto dal 3 al 10. Ma il 3 non è punitivo: segnala che qualcosa è andato storto nella relazione didattica, vale anche per me. Poi, in un mondo dove ci fosse il ministero della Pubblica istruzione e della formazione, e non del Merito, sarei favorevole a eliminarlo il voto. Che è stato l’argomento del debate di quest’anno, un’attività dove due squadre sostengono tesi contrapposte davanti a una giuria, e alla fine i ragazzi mi hanno detto: guardi prof che il voto è utile, dà soddisfazione, è il riflesso di un sacrificio. Difficile allora controbattere all’alunno che mi ha chiesto di essere interrogato di nuovo sull’Iliade per migliorare la media».
Lei che cosa gli ha risposto?
«Va bene, ma solo perché voglio sentire quello che hai da raccontarmi».
Il livello d’ansia, come direbbero i suoi ragazzi, sembra bello alto.
«Il registro elettronico è una ghigliottina: neanche hanno finito di dire la loro alla cattedra, che i genitori sanno già tutto. L’interrogazione non appartiene più all’alunno, che avrebbe bisogno di riflettere per decidere che cosa raccontare a casa: è una foto subito instagrammata con il pc. Questa immediatezza è una violenza».
Nel frattempo, il ministero ha messo una stretta sul voto di condotta.
«Ci sono alunni maleducati, sfidanti. Ma la sanzione in sé non è un momento educativo, e ha scarsa presa. Ricordo dei ragazzi di una prima in gita scolastica – ops, in viaggio d’istruzione– che si erano portati da casa superalcolici nascosti in bottiglie di acqua minerale. Che cosa fare, a parte convocare i genitori? Abbiamo organizzato corsi sui rischi dell’alcol, con un modulo sul rispetto delle regole: volevamo che capissero di avere fatto una cosa fuori binario. Un percorso ben più lungo della sanzione».
Aggressioni ai docenti: le è capitato?
«No, ma ho avuto genitori arrivati al colloquio con l’avvocato al seguito. Se pensi che tuo figlio sia un imputato, e che la scuola sia un tribunale, delegittimi tutto il sistema».
Che cosa era successo?
«Il problema erano le valutazioni, siamo sempre lì».
Non penserà anche lei che le famiglie debbano restare fuori dalla scuola.
«Penso che debba esserci dialettica, e che la dialettica possa anche diventare tesa, ma su problemi di ordine generale. Respingo l’idea del genitore che vuole entrare soltanto per tutelare il proprio figlio».
Esempio di scuola-che-funziona?
«Anni fa, avevo un’alunna molto capace e studiosa. Pensavo che dietro tanta bravura ci fosse un aiuto familiare. Invece un giorno il padre mi racconta di essersi iscritto alle serali: voglio prendere il diploma con mia figlia, dice. Era nella polizia penitenziaria, lavorava in un carcere minorile dove aveva incontrato ragazzi di ogni tipo, e gli era capitata quella figlia notevole. Tornava sui banchi per onorarla».
Con quelli bravi è facile entusiasmarsi.
«Con quelli in difficoltà no? Un mio alunno, molto socievole e amato, entra in crisi e si chiude in camera. Un hikikomori. A scuola parlo con la madre, e mi viene in mente una cosa. Aspetti, le dico. In un angolo scrivo una lettera che fa più o meno così: “mi manchi, manchi alla classe, questo gruppo senza di te non è la stessa cosa”, e gliela do. Passa qualche giorno, e arriva la risposta: grazie per queste parole».
Dunque è tornato?
«Sì. Ha sentito che proprio lui, con nome e cognome, era importante, e che la scuola era il suo posto nel mondo».
Sconfitte?
«Quando mollano per senso di inadeguatezza. Con la Dad sparivano in un buco nero, smettevano di collegarsi. La loro sparizione è la mia sconfitta. Poi vedo le ragazze scarnificate dall’anoressia, sempre più frequentemente. È come un’erosione, la fisionomia cambia giorno dopo giorno ma non lo percepisci, poi all’improvviso è primavera e si tolgono i maglioni: uno schiaffo in faccia. Speri che inizino una psicoterapia, ma non sempre riesci a intervenire. Sulle cause, ci metterei anche l’esposizione via social, il bisogno di rispecchiamento, l’emulazione».
Ma lei come lo vede, nel complesso, il governo della scuola?
«Al ministero non sembrano sapere che cosa succede in classe. Prenda le nuove indicazioni sul primo ciclo. Contengono riferimenti precisi allo studio della Bibbia, per esempio, ma è dai tempi di Tullio De Mauro che il ministero non offre programmi e si limita a indicare quali competenze dovrebbero essere raggiunte alla fine dei cicli. Ora si smantella questa impostazione e si ripropone un sistema novecentesco, stile Libro Cuore, con gli argomenti da insegnare».
Lei da dove partirebbe?
«Le faccio un esempio. Leggo il riassunto di due ragazze, perfetto, di un racconto di Antonia Susan Byatt. Giusto il titolo, giusto il nome dell’autrice. Però la trama è un’altra. Si erano affidate alla Ia, che, non sapendo niente di quel brano, si è inventata la risposta. Ecco, è urgente lavorare sul metodo. Come cavalcare la Ia perché diventi un vantaggio, invece che una foglia di fico per mascherare una lacuna? Sapere distinguere il vero e il falso in ciò che fuoriesce dal telefono è prioritario».
Voto alle ragazze? Il solito 3?
«Per la rinuncia al senso critico».
Se fosse ministra, a che cosa metterebbe subito mano?
«All’edilizia scolastica e alla formazione, e agli stipendi docenti; inoltre azzererei le classi pollaio: massimo 15 alunni. In prima ne ho 27».
E i cellulari?
«In classe sono vietati, il ministero fa anche cose giuste... Quando li consegnano, a inizio lezioni, sono recalcitranti. Ma poi si rilassano. Niente notifiche, niente call to action, la scuola diventa una bolla di tranquillità. Qualcuno poi è più consapevole. Un’alunna ha scaricato una app che le impone di eseguire 5 o 6 operazioni matematiche per potere sbloccare il cellulare: “Prof, mi preservo dal controllo compulsivo del telefono”».
L’educazione sessuale si farà, ma solo con il consenso delle famiglie.
«Come chiedere ai genitori se gradiscano che si studi la Costituzione e gli integrali. Per affrontare la peste dei femminicidi e della violenza, va presa una direzione precisa».
Oggi che è una scrittrice famosa, smetterà di insegnare?
«No. All’inizio mi sentivo inadeguata. Troppo difficile. Poi ho capito che la classe è come il mare, tu devi sentire l’onda, ascoltare il brusio che si alza e capire se esprime polemica, o disinteresse, o se sotto c’è animazione. È un lavoro di grande empatia. Se sei capace di farlo, puoi affrontare qualsiasi platea. Io adesso non ho più paura di niente».
Sul Venerdì del 6 giugno 2025