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Alessandra Campedelli, allenatrice di volley in Iran: “Ho avuto anche paura ma rifarei tutto subito”

Alessandra Campedelli in un allenamento con la Nazionale iraniana 

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L’hanno chiamata ad allenare la Nazionale di volley a Teheran: «Volevano una donna, e dimostrare che anche con una ct occidentale le ragazze non ce l’avrebbero fatta». E invece...
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Alessandra Campedelli è una donna coraggiosa. Nel 2022 si è trasferita in Iran accettando la proposta della Federazione pallavolo di allenare la Nazionale femminile. Due anni più tardi ha assunto la guida della Nazionale del Pakistan, anche per creare opportunità per le donne di quel Paese attraverso lo sport. Ma non è tutto qui, scrive Franco Bragagna nella prefazione di Io posso (Baldini+Castoldi), il libro in cui l’allenatrice racconta le due non facili esperienze: «La voglia di mettersi in gioco, quella cocciuta curiosità di vedere l’effetto che fa. E la corrente da affrontare al contrario, raffiche di vento contro, mai a favore, che sarebbe troppo facile».

Campedelli, perché hanno scelto lei?
«Perché sono donna. In Iran le donne non possono essere allenate da uomini e non ci sono molte allenatrici disponibili a trasferirsi là».

Non c’erano allenatrici iraniane in grado di farlo?
«Sono troppo condizionate dall’ambiente: convocano solo figlie di, nipoti di… E poi, come le donne ira…

Alessandra Campedelli è una donna coraggiosa. Nel 2022 si è trasferita in Iran accettando la proposta della Federazione pallavolo di allenare la Nazionale femminile. Due anni più tardi ha assunto la guida della Nazionale del Pakistan, anche per creare opportunità per le donne di quel Paese attraverso lo sport. Ma non è tutto qui, scrive Franco Bragagna nella prefazione di Io posso (Baldini+Castoldi), il libro in cui l’allenatrice racconta le due non facili esperienze: «La voglia di mettersi in gioco, quella cocciuta curiosità di vedere l’effetto che fa. E la corrente da affrontare al contrario, raffiche di vento contro, mai a favore, che sarebbe troppo facile».

Campedelli, perché hanno scelto lei?
«Perché sono donna. In Iran le donne non possono essere allenate da uomini e non ci sono molte allenatrici disponibili a trasferirsi là».

Non c’erano allenatrici iraniane in grado di farlo?
«Sono troppo condizionate dall’ambiente: convocano solo figlie di, nipoti di… E poi, come le donne iraniane in generale, non hanno possibilità di confronto con l’esterno, quindi sono anche meno preparate. Le ragazze si allenano e giocano completamente vestite, con qualsiasi temperatura, senza aria condizionata. Là non ho potuto lavorare con le allenatrici delle nazionali giovanili. Avevano troppa paura della mia figura, di perdere il loro potere, perché il loro essere allenatrici di nazionale è potere. Mi hanno tagliata fuori, non mi hanno permesso di convocare alcune atlete giovani e alla Federazione stava bene così».

In Iran, però, nemmeno lei era libera.
«Mi hanno fatto vivere esclusa da tutto. Non mi hanno permesso di avere una tv con i programmi in inglese, quindi non potevo accedere a nulla, e i giornali stranieri non ci sono. Quando uscivo a fare la spesa c’era sempre qualcuno, apparentemente per gentilezza, in realtà non mi lasciavano stare a contatto con le persone. A un certo punto non potevo più sentire la mia famiglia, quindi ho avuto anche paura. Volevano solo dimostrare che anche con un’allenatrice occidentale le donne non sarebbero riuscite a emergere. Invece siamo arrivate settime ai giochi asiatici, un risultato non certo scontato».

Nel libro scrive che l’Iran è stato anche l’occasione di mettersi alla prova con la pallavolo internazionale, cosa che l’Italia non le aveva concesso.
«In Italia alle allenatrici vengono affidate molto volentieri le squadre giovanili. L’idea è che una figura “materna” possa essere un vantaggio. C’è ancora lo stereotipo secondo cui l’uomo è più in grado di comandare e di mettere in riga l’atleta. A volte, poi, sono le stesse giocatrici a dire di essere più tranquille con un uomo, perché le sa motivare meglio. Ma come? Abbiamo bisogno di un uomo che ci motivi? Se da allenatrice non dico parolacce non sono credibile?».

Tornata in Italia, l’aver allenato in quei due Paesi ha “fatto curriculum”?
«Purtroppo no. Addirittura un tecnico ha detto che quella non era pallavolo, anche se avevo affrontato squadre che lui forse ha visto solo in tv come Cina, Giappone e Corea».

Oggi che lavoro fa?
«Insegno educazione fisica a Villa Lagarina, in provincia di Trento. Per mia scelta lavoro sul sostegno, e ho ripreso ad allenare squadre giovanili. Ho avuto un paio di proposte da fuori che sto valutando: non posso restare senza il mio lavoro di insegnante».

Il suo libro è un resoconto amaro. C’è stato comunque qualcosa di buono nelle due esperienze all’estero?
«Un senso di gratitudine estremo. Noi donne occidentali abbiamo tante opportunità e dobbiamo giocarcele. Prima però dobbiamo riconoscerle, e spesso non succede perché le diamo per scontate».

E alle atlete, cosa ha lasciato di buono?
«L’idea che finalmente qualcuno si sia preso cura di loro e le abbia trattate da atlete, cosa a cui non erano abituate. E aver insegnato loro a pensare, e a pensare da squadra».

Dopo l’Iran, il Pakistan. Che esperienza è stata?
«Lì non c’erano proprio le condizioni per lavorare. Ho portato le giocatrici in Italia per alcune settimane e le ho potute vedere al lavoro nelle condizioni migliori. Mi sono resa conto che su di loro non potevo cambiare nulla. Sono troppo grandi ormai, hanno iniziato a giocare a 16-18 anni con la mentalità di ragazze cresciute in piccoli villaggi. Mi è sembrato uno spreco di risorse per la Federazione: ho detto che me ne andavo ma che sarei stata disponibile a dare una mano. Ho allenato una giocatrice per cui la pallavolo era stata la possibilità di lasciare il suo paesino, di studiare e di non sposarsi giovanissima come tutte le altre donne della sua famiglia. Non era certo fortissima, ma l’ho tenuta nel gruppo».

Scrive che le differenze fra culture provocano dolore reciproco. Lo sport può fare qualcosa per aiutare a parlarsi?
«Ne sono certa, fondamentalmente è la mia missione. Credo di avere imparato tanto grazie allo sport, può davvero essere un ponte tra culture. Però bisogna essere pronti a mettersi in ascolto senza giudicare, dandosi reciprocamente la possibilità di spiegare. In Pakistan ho fatto una lezione sul ciclo mestruale, dicendo che non era possibile che le giocatrici della Nazionale stessero ogni volta cinque giorni a letto senza venire ad allenarsi. Dopo un po’ una di loro mi ha detto che il problema era che non avevano gli assorbenti. Mi sono sentita morire. Per quello non si allenavano, e per fortuna qualcuno me l’ha spiegato».

Rifarebbe tutto?
«Subito. Alla luce di questa esperienza saprei come comportarmi in maniera diversa in alcune situazioni, ma lo rifarei».

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