Montale, i cent’anni di “Ossi di seppia”: i versi che hanno cambiato la poesia italiana
di Matteo Marchesini“Mezzo secolo fa / sono apparsi i cuttlefishbones / mi dice uno straniero addottorato / che intende gratularmi. / Vorrei mandarlo al diavolo. Non amo / essere conficcato nella storia / per quattro versi o poco più. (…) È stato tutto / un qui pro quo. E ora chi n’esce fuori?”. Così scrive Eugenio Montale nel Quaderno di quattro anni. È il 1977. I cinquant’anni dei “cuttlefishbones”, cioè degli Ossi di seppia, sono caduti per l’esattezza in quel 1975 in cui il poeta ha ricevuto il Nobel.
L’understatement bizzoso di questi versi può essere attribuito al contegno di chi, una volta salito sul piedistallo, finge di liquidare l’opera che ve lo ha portato. Forse, però, nel fastidio c’è qualcosa di vero. E forse nella ricezione del lirico su cui termina il nostro canone scolastico si nasconde sul serio un equivoco, o un’epifania fraintesa. Il ventinovenne degli Ossi ha interrotto gli studi tecnici (come Saba e Penna), ha partecipato alla Grande guerra, ha sfiorato una carriera di cantante liri…
“Mezzo secolo fa / sono apparsi i cuttlefishbones / mi dice uno straniero addottorato / che intende gratularmi. / Vorrei mandarlo al diavolo. Non amo / essere conficcato nella storia / per quattro versi o poco più. (…) È stato tutto / un qui pro quo. E ora chi n’esce fuori?”. Così scrive Eugenio Montale nel Quaderno di quattro anni. È il 1977. I cinquant’anni dei “cuttlefishbones”, cioè degli Ossi di seppia, sono caduti per l’esattezza in quel 1975 in cui il poeta ha ricevuto il Nobel.
L’understatement bizzoso di questi versi può essere attribuito al contegno di chi, una volta salito sul piedistallo, finge di liquidare l’opera che ve lo ha portato. Forse, però, nel fastidio c’è qualcosa di vero. E forse nella ricezione del lirico su cui termina il nostro canone scolastico si nasconde sul serio un equivoco, o un’epifania fraintesa. Il ventinovenne degli Ossi ha interrotto gli studi tecnici (come Saba e Penna), ha partecipato alla Grande guerra, ha sfiorato una carriera di cantante lirico, e ora sta diventando uno dei più tempestivi critici di Svevo. Nella sua formazione contano il cattolicesimo modernista, i simbolisti e i filosofi irrazionalisti francesi, gli scrittori della Voce e il conterraneo Sbarbaro.
Solarità negativa
Il libro esce a giugno del ’25 per le edizioni di Piero Gobetti, a cui il regime sta rendendo la vita impossibile con botte e sequestri. Montale ha appena firmato il manifesto antifascista; eppure diffida del geniale torinese, che a lui, abituato a vivere “al cinque per cento”, sembra un tuttologo iperattivo. Glielo ha presentato Sergio Solmi, l’unico a puntare senza riserve su una raccolta che solo dopo l’edizione del ’28 (accresciuta da poesie importanti come Arsenio) incontrerà un consenso diffuso. Nella prima sezione prevale una vena di fantasista: la serie colorata di immagini fa pensare a un Govoni dotato di cesello. Troviamo qui le “trombe d’oro” dei Limoni e le truppe dei fanciulli, colti in quadri da letteratissimo fumettista. Solo nei testi brevi della sezione eponima, di stile più petroso, la “solarità” rivela tutta la sua carica negativa: è canicola in cui i dettagli, nitidi fino all’allucinazione, spiccano sul mondo sgretolato della costa ligure, al quale corrisponde l’“atonia vitale” del poeta.
Ma è sovrapponendo i due registri che si fissa nel lettore il paesaggio della raccolta: il mare, le rocce friabili, gli orti e i viottoli dove si muovono monelli, passanti simili a dèi o a filistei, un “tu” che potrebbe salvarsi dall’incantesimo dell’immobilità, e soprattutto un io che resta a macerarvisi, trasalendo non appena una “maglia rotta nella rete” promette una verità o un miracolo. Nelle quartine degli Ossi, Meriggiare pallido e assorto sintetizza il brulichio vitale del paesaggio in un tessuto irto di rime aspre, schioccanti, mentre Non chiederci la parola definisce la situazione esistenziale: “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. La complicità tra Io e Mondo è rotta: non si dà senso certo. Di qui l’impotenza (raccontata intanto da Moravia), la monotonia apparente (resa da un’arte satura come in Morandi) e la nostalgia di un’infanzia intatta, preistorica: quella di Mediterraneo, dove s’invoca un mare che come in Valéry scioglie le sue spumose architetture in musica.
Oltre D’Annunzio
Scacciato dal paradiso infantile, il poeta è entrato in doloroso disaccordo col dio delle acque; e l’unica possibilità di riconciliazione, dice a fine raccolta Riviere, è approdare a una matura saggezza. Ma Riviere è un poemetto acerbo, la cui speranza è contraddetta dal resto del libro: non a caso vi si coglie bene il punto di partenza di Montale, il panorama marino dell’Alcyone di D’Annunzio. Negli Ossi invece la fusione panica del Vate con la natura è capovolta in scissione. Dell’opera dannunziana, l’esordiente non riprende solo singoli stilemi, ma toni e contenuti. È, sì, un D’Annunzio sfrondato della retorica superomistica: ma di lui restano le parole elette (il giovane che fa ironia sui “poeti laureati” ci accoglie con un “pomario”) e il registro alto che ripatetizza anche i versi più dimessi alla Gozzano. Si veda Falsetto: “T’alzi e t’avanzi sul ponticello / esiguo, sopra il gorgo che stride: / il tuo profilo s’incide / contro uno sfondo di perla...”.
Se per sé il poeta sceglie qui una conclusione antieroica, la tensione della protagonista verso il “divino amico” equoreo ricorda la dannunziana Furit aestus. Ma ciò che in D’Annunzio è disinvoltamente estetizzante si fa in Montale contratto, brusco; e il lessico prezioso è contrabbandato con l’alibi dell’esattezza tecnica. Il ragazzo ligure ricompone i frantumi impressionistici e avanguardistici degli anni 10 in una metrica neoclassica, e in sagome di espressionismo geometrico. Tutto negli Ossi tende al minerale, come in un Cosmè Tura fattosi moderno paesaggista. Ne risulta una poesia metafisica anche nel senso dell’enigmatica pittura dechirichiana. Le forme nette, miniaturizzate come navi in bottiglia, si perdono in uno spazio che nessuno decifra. Per esorcizzare l’informità del mondo, Montale le oppone una forma catafratta, capitalizzando il più possibile rime interne, clausole ritmiche, aforismi cantati.
Questo rimarrà il vantaggio e insieme il problema insoluto della sua lirica. Dovendo darsi un “limite” che non ha, il poeta se lo dà arbitrario. Quanto più casuali sono gli oggetti che enumera, tanto più rigido è il busto stilistico, ossia il fil di ferro di domande, esortazioni o sentenze che serve a tenerli insieme. Ma questo collante è più credibile sul piano concettoso-musicale che su quello di un’insostituibile intuizione conoscitiva: sotto le vertigini dell’apparente sottigliezza, in Montale si scopre appena un buon senso da borghese deluso, una gnome capziosa perché vuota. Il suo gesto definitorio, troppo saputo, sostituisce il pensiero che dovrebbe autorizzarlo. Quando con Satura abbandonerà l’armatura formale, l’aridità verrà alla luce; ma già nel ’25 la sua voce è più naturale dove è meno originale, mentre dove è più originale rischia l’innaturalezza: Contini parlerà di un tentativo di “fabbricare” la grazia. Passando dalla Natura degli Ossi alla Storia delle Occasioni e al Mito della Bufera, il poeta complicherà il dettato per occultarne le debolezze. Nei Mottetti, ad esempio, taglierà l’eloquenza esplicita della prima raccolta (“Spesso il male di vivere ho incontrato”) per offrirci solo un correlativo oggettivo alla Eliot, spesso troppo privatamente allusivo. Poi dagli anni 60, constatando che la chiacchiera mediatica rende ormai anacronistica l’ascesi moderna, tornerà a un crepuscolarismo informale, da opinionista.
Fondamenta incerte
C’era dunque un equivoco, nell’esordio del “fanciullo invecchiato”? Forse i “cuttlefishbones” inaugurano una costruzione metafisica dalle fondamenta troppo labili, che una critica troppo complice ha accettato senza discuterle. Il meglio della costruzione è una scrittura strenuamente sintattica, buon contravveleno a una poesia contemporanea lassamente narrativa o lassamente orfica; il peggio è un effetto di gremito, al limite del bisticcio, che copre una carenza non solo esistenziale ma poetica. “Spero che ognuna di esse sarà una sola poesia, e non molte poesie in una” scriveva Umberto Saba a Montale nel ’25, in attesa delle nuove liriche. “Questo, come t’ho detto, mi parve essere il difetto delle poesie contenute in Ossi di seppia. È in parte il difetto della giovinezza, ma anche, in parte, quello della tua ispirazione artistica”. Parafrasando un testo delle Occasioni che compendia il clima estivo degli Ossi: a Montale occorrono troppe poesie per farne una.
Sul Venerdì del 6 giugno 2025