Idratarsi costantemente. Indossare abiti traspiranti, possibilmente chiari. Ripararsi in zone d’ombra nelle ore più calde. Anticipare il proprio turno di lavoro per evitare picchi di calore. A prima vista sembra uno dei tanti, pur validi, elenchi di “buoni consigli”, da adottare con l’arrivo dell’estate. Invece è parte di un decalogo di “raccomandazioni” che l’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, ha redatto come risposta ad un fenomeno poco conosciuto e in aumento: cresce il numero delle morti e degli infortuni sul lavoro determinati da cause riconducibili al cambiamento climatico.
Il succedersi e il sovrapporsi di forti piogge e grandi caldi, espone i lavoratori – soprattutto nel settore dell’edilizia, dell’agricoltura, della logistica – a diversi pericoli che in seconda istanza si traducono in un abbassamento degli standard di qualità, una perdita di produttività e in una maggiore precarietà occupazionale.
Idratarsi costantemente. Indossare abiti traspiranti, possibilmente chiari. Ripararsi in zone d’ombra nelle ore più calde. Anticipare il proprio turno di lavoro per evitare picchi di calore. A prima vista sembra uno dei tanti, pur validi, elenchi di “buoni consigli”, da adottare con l’arrivo dell’estate. Invece è parte di un decalogo di “raccomandazioni” che l’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, ha redatto come risposta ad un fenomeno poco conosciuto e in aumento: cresce il numero delle morti e degli infortuni sul lavoro determinati da cause riconducibili al cambiamento climatico.
Il succedersi e il sovrapporsi di forti piogge e grandi caldi, espone i lavoratori – soprattutto nel settore dell’edilizia, dell’agricoltura, della logistica – a diversi pericoli che in seconda istanza si traducono in un abbassamento degli standard di qualità, una perdita di produttività e in una maggiore precarietà occupazionale.
A dirlo sono alcuni report nazionali e internazionali – raccolti recentemente in un rapporto del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) – che hanno spinto l’Europa a muoversi in fretta. Il governo spagnolo, per esempio, dopo l’alluvione di Valencia dello scorso anno, con oltre 200 morti, ha approvato il cosiddetto “permesso di lavoro climatico retribuito” di quattro giorni nel caso di allerta meteo.
E l’Italia? Nel nostro Paese non esiste ancora una regolamentazione strutturata di questo tipo – si insegue piuttosto il momento – e le aziende non sono pronte ad una gestione del personale adeguata al clima che cambia.
Troppi incidenti
Secondo l’International Labour Organization la percentuale della forza lavoro mondiale interessata negativamente – anche con ricadute psicosociali – dal riscaldamento globale supera il 70 per centro. Colpa certamente dell’inquinamento, delle radiazioni Uv e degli eventi meteorologici estremi. Ma è il caldo a far lievitare soprattutto i decessi e gli incidenti ad esso correlati. “Soltanto in Italia” si legge in uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche e dell’Inail (e altri enti minori), pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica Environmental Research e culminato nel progetto Worklimate, “il caldo estremo è responsabile di oltre 4.000 infortuni l’anno”.
Lavorare a temperature superiori ai 35 gradi non solo compromette il benessere dei lavoratori, ma pone a rischio la stessa incolumità fisica nonché l’attenzione, con un aumento delle possibilità di incidenti, anche mortali. La ricerca stima poi al 6,5 per cento la perdita di produttività legata alla necessità di limitare l’esposizione al calore (con picchi che raggiungono l’80 per cento nelle attività che richiedono uno sforzo fisico intenso) e a 50 milioni di euro all’anno il costo complessivo che ricade sulla collettività.
Che fare, allora? Si tratta di dati che messi in fila fanno riflettere e spiegano il bisogno per l’Inail di intervenire con dei “puntelli” che possano servire da guida: dieci regole che – alla luce di queste cifre – non suonano per niente scontate. E che vanno dall’importanza di una corretta idratazione e di un abbigliamento appropriato, alla riorganizzazione dei turni con pause più lunghe per il pranzo. Fino all’interruzione del lavoro in caso di caldo estremo.
Sempre all’interno del progetto Worklimate, infine, è nata una piattaforma in grado di prevenire lo stress termico e una nuova app per migliorare la valutazione del rischio. Strumenti nuovi e molto utili per ripensare le modalità organizzative di lavoro di fronte alla crisi climatica. E allora «non si capisce perché continuiamo a rincorrere le emergenze», dicono dalla Fillea Cgil – che rappresenta i lavoratori del settore edile. In Italia infatti chi ha deciso fino a ora in materia sono state le Regioni, sempre “a posteriori”: nel 2024 in quindici su 20 hanno emesso delle ordinanze per vietare il lavoro sopra i 35 gradi. E l’Inps ha riconosciuto l’applicazione della cassa integrazione. Ma per i sindacati non è sufficiente: «Serve un intervento centrale e di lungo termine», anche perché, spiegano – «a farne le spese sono soprattutto braccianti, edili, lavoratori della logistica… categorie retribuite già in modo frammentario e intermittente». E questo finisce con l’aumentare le già esistenti disparità sociali.
In realtà, sempre l’anno scorso, è stato istituito un tavolo tecnico presso il ministero del Lavoro per arrivare a un Protocollo di intesa, ma è finito in un nulla di fatto.
Poca consapevolezza
Anche le aziende possono decidere di propria iniziativa di fermarsi in caso di eventi meteorologici estremi (garantendo comunque ai lavoratori la Cig), e in alcuni casi – fondamentalmente in qualche cantiere – questo è già avvenuto. Ma, appunto, sempre secondo il criterio dell’urgenza.
È vero, sì, che diverse imprese hanno deviato il loro percorso all’insegna della sostenibilità, anche per reggere il mercato e rispettare le normative europee, ma non ci sono cambiamenti di policy interna direttamente collegabili alla crisi climatica. Se esistono dei progetti – come lo smart working, la conversione elettrica del parco auto o la condivisione dei mezzi di trasporto –, questi scaturiscono sempre dalla necessità di impattare il meno possibile sull’ambiente. O sono “figlie” del Covid. Non sono cioè pensate a tutela del lavoratore. A dimostrazione che del fenomeno in Italia non si ha per nulla contezza, anche se prima o poi dovremo farci i conti.
Sul Venerdì del 13 giugno 2025