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Diritti umani: nonostante tutto, qualche volta vincono i buoni

Ad esserne certo è l’uomo che per trent’anni ha guidato una delle più importanti organizzazioni umanitarie: Human Rights Watch. «L’apparenza pare andare in un’altra direzione ma. fidatevi, il trend non è a favore delle autocrazie ma delle democrazie». Intervista
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Kenneth Roth non ha mai avuto una spada laser. Ma con Obi Wan Kenobi, il maestro Jedi di Guerre Stellari, condivide almeno due caratteristiche: la fede nella forza del Bene e una certa aura mistica che si percepisce non appena entra in una stanza. Particolarità innate probabilmente, ma che il fatto di aver guidato per trent’anni Human Rights Watch (Hrw) portandola dal piccolo gruppo che era a diventare una delle più importanti organizzazioni umanitarie del mondo ha senza dubbio contribuito.

Durante questo passaggio, Roth stesso è diventato il volto più noto dei difensori dei diritti umani a livello internazionale: le sue parole sono state rilanciate – in senso positivo o negativo – dai media di tutto il mondo. Dai grandi network americani – come Cnn, Cbs ma anche Fox News – alle Bibbie dell’intellighenzia progressista – New Yorker e Atlantic solo per citarne due – fino ai giornali dei Paesi che a più riprese Hrw ha denunciato: Egitto, Cina, Russia, Siria ma anche Israele, Turchia e ta…

Kenneth Roth non ha mai avuto una spada laser. Ma con Obi Wan Kenobi, il maestro Jedi di Guerre Stellari, condivide almeno due caratteristiche: la fede nella forza del Bene e una certa aura mistica che si percepisce non appena entra in una stanza. Particolarità innate probabilmente, ma che il fatto di aver guidato per trent’anni Human Rights Watch (Hrw) portandola dal piccolo gruppo che era a diventare una delle più importanti organizzazioni umanitarie del mondo ha senza dubbio contribuito.

Durante questo passaggio, Roth stesso è diventato il volto più noto dei difensori dei diritti umani a livello internazionale: le sue parole sono state rilanciate – in senso positivo o negativo – dai media di tutto il mondo. Dai grandi network americani – come Cnn, Cbs ma anche Fox News – alle Bibbie dell’intellighenzia progressista – New Yorker e Atlantic solo per citarne due – fino ai giornali dei Paesi che a più riprese Hrw ha denunciato: Egitto, Cina, Russia, Siria ma anche Israele, Turchia e tanti altri ancora. Dagli inizi, negli anni 90, al ritiro da Human Rights Watch tre anni fa – «dal gruppo, ma non dal campo dei difensori dei diritti umani», ci tiene a sottolineare con una certa ironia – questo avvocato 69enne smilzo e con grandi occhi chiari, è rimasto sulla scena molto più a lungo dei dittatori che lui e il suo team hanno messo sotto accusa: ultimi, in ordine di tempo, il siriano Bashar al Assad, in esilio a Mosca, e l’ex presidente filippino Rodrigo Duterte, in carcere all’Aja nelle celle del Tribunale penale internazionale. Dopo qualche mese ad Harvard – fra le polemiche di chi lo accusava di antisemitismo (ma Roth viene da una famiglia ebrea tedesca sopravvissuta all’Olocausto) per aver criticato Israele – oggi insegna a Princeton.

E da poco ha dato alle stampe negli Stati Uniti il suo primo libro, Righting wrongs (che gioca con Human rights watch e letteralmente in italiano si potrebbe tradurre con “raddrizzare le cose sbagliate”) . Lui lo definisce un “manuale d’azione” contro despoti e dittatori vari.

Signor Roth, al momento di cose sbagliate da raddrizzare ce ne sarebbero parecchie in giro per il mondo: ma pare proprio che a vincere siano quasi sempre i cattivi…

«Non sono d’accordo. È senza dubbio un momento difficile ma non senza speranza. La battaglia che si combatte in questi mesi è quella fra democrazia e autocrazia: se ci limitiamo a guardare l’Occidente possiamo pensare che l’autocrazia sia in ascesa, ma se guardiamo gli scenari globali capiamo che non è così. Paese dopo Paese, in pochi anni abbiamo visto le proteste crescere e gli autocrati ritirarsi: penso a quello che è accaduto in Bangladesh con Sheik Hasina, in Brasile con Bolsonaro, in Sry Lanka e in Corea del Sud».

È certo di non essere troppo ottimista?

«Certissimo. Capisco bene quello che intende, che i regimi repressivi stanno combattendo e non sono pronti a lasciare spazio alla democrazia in tanti Paesi: in Russia, in Iran o in Uganda, tanto per citare tre esempi concreti. Ma il trend è un altro: gli autocrati sostengono da anni che il loro scopo è aiutare le classi basse e medie. Ma quelle stesse classi stanno soffrendo proprio per le loro politiche, anche da un punto di vista economico . Dunque la teoria del potere che lavora per i poveri non funziona più. E questo non passerà senza conseguenze: basta guardare al presidente Erdogan in Turchia, che rischia davvero di uscire sconfitto dalle prossime elezioni – e lo sa benissimo».

Se lo dice lei, che di personaggi come Erdogan ne ha incontrati a decine nella sua carriera, le crediamo sulla fiducia.

«Una delle cose che spero le persone capiscano leggendo il mio libro, è che ogni dittatore vuole qualcosa dalla comunità internazionale: riconoscimento, aiuti economici, legittimazione, sostegno. Ognuno di loro ha qualcosa che desidera o di cui ha bisogno. Quando si individua cos’è, la si può usare a proprio vantaggio. La Siria in questo senso è un buon esempio: Bashar al Assad non aveva più una reputazione da difendere quando lo abbiamo attaccato per quello che stava facendo alla sua gente. Tutti sapevano che stava massacrando decine di migliaia di civili inermi nelle sue carceri o con le armi chimiche. Ma aveva bisogno del supporto militare della Russia: certo, la Russia non era pronta ad ascoltarci. E allora siamo andati da Merkel e Macron, che in quella fase avevano un dialogo aperto con Putin: sono stati loro a convincerlo a diminuire drasticamente il supporto militare ad Assad. Grazie a quell’intervento tre milioni di persone nella zona di Idlib (la parte di Siria per anni in mano ai ribelli, ndr) sono state libere di guardare di nuovo il cielo senza temere bombardamenti russi. Mi dica lei se questo non è un risultato…».

Come ci si prepara a incontrare un leader o un governo a cui, palesemente, dei diritti umani non importa nulla? Penso alle sue riunioni con i vertici militari in Myanmar, con Gheddafi Jr. in Libia, con il presidente del Congo Kabila. O penso al ricevimento alla Casa Bianca per il presidente Xi a cui lei pure ha partecipato….

«Studiando i dossier molto seriamente. Human Rights Watch ha un incredibile network di ricercatori e fonti nel mondo: sono loro che raccolgono quello che accade e lo analizzano. Il mio lavoro è sempre stato basato sul loro lavoro. Come seconda cosa le direi che in tutti quegli incontri non ho mai dimenticato ciò che rappresentavo: le istanze della legge internazionale, il diritto. Non bisogna essere deferenti ma porsi allo stesso livello della persona che si incontra. Un dittatore di solito si circonda di sicofanti che non gli dicono mai la verità, e dunque è abituato al fatto che tutti gli credano. Io ho sempre interpretato il mio lavoro come quello della “voce della verità”: dire le cose come stanno, dire cosa non funziona, dire cosa si può fare per cambiare le cose».

Una che non siete riusciti a cambiare?

«Più d’una, senza dubbio. Fra le altre, l’offensiva del Ruanda nell’Est del Congo: l’abbiamo bloccata nel 2021 perché abbiamo convinto gli Stati Uniti a minacciare il taglio degli aiuti al presidente Paul Kagame. Ma ora Kagame sta facendo di tutto per rendersi indispensabile a Trump e la situazione è diventata di nuovo critica. Oppure la repressione degli uiguri da parte di Pechino: non l’abbiamo fermata, ma ora c’è una condanna globale nei confronti di quello che succede alla minoranza musulmana in quella parte della Cina. Alle Nazioni Unite le nostre azioni sono sempre state fermate dall’azione politica dei cinesi: ma c’è anche da dire che negli Stati Uniti siamo riusciti a far approvare una legge che vieta l’importazione di merci dallo Xinjiang, dopo aver dimostrato che sono prodotte usando il lavoro di persone chiuse in campi di prigionia».

Impossibile non parlare di Israele. Lei da anni viene accusato da quel governo e da chi simpatizza con esso. L’hanno accusata di antisemitismo, le è stata ritirata (e poi restituita) una posizione ad Harvard per aver criticato quello che accadeva in Cisgiordania prima e a Gaza ora, e per aver sostenuto la necessità di un’indagine da parte della Corte penale internazionale sull’attuale governo.

«Come le ho già detto, io credo nel diritto internazionale e nel lavoro che la Corte sta facendo: e non certo solo su Israele. In pochi mesi la Corte ha messo sotto accusa Putin e sta cercando di portare a processo i leader della giusta militare del Myanmar per come ha represso la popolazione civile: e questi sono solo alcuni degli ultimi casi. Ma per tornare a Israele: credo che i governi che dicono che non eseguiranno il mandato di cattura internazionale emesso nei confronti di Netanyahu sbaglino. Non puoi pretendere di tenere vivi i diritti umani se non li rispetti sempre. E sempre vuol dire sempre. È sbagliato anche continuare a tirar fuori l’Olocausto come giustificazione ogni volta che si parla di Israele. E lo dico da membro di una famiglia fuggita dalla Germania durante il nazismo. Il modo giusto per proteggere gli ebrei è rispettare gli standard internazionali in materia di diritti umani. Perché se li abbassi per un popolo, automaticamente li abbassi per tutti gli altri popoli. È chiaro a tutti che Netanyahu questi standard a Gaza non li sta rispettando e che sta commettendo enormi crimini di guerra».

Ultima domanda, il “suo” presidente: che cosa rappresenta Donald Trump per quelli che, come lei, nel campo della difesa dei diritti umani hanno passato una vita?

«È una sfida. Ma una sfida che oggi conosciamo. Siamo già sopravvissuti al primo mandato di Trump, possiamo farlo ancora, costruendo alleanze che permettano di sopperire al vuoto di leadership americana. E credo che l’Europa abbia in questa fase una grande opportunità, quella di assumere su di sé il ruolo di portabandiera dei diritti umani. Spero che sappia coglierla».

Sul Venerdì del 13 giugno 2025

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