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CCCP: Cartoline dall’Emilia paranoica

(Alamy/Ipa) 

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Nessuno come loro ha saputo rappresentare le contraddizioni di una terra stakanovista e gaudente dove il comunismo era “il capitalismo gestito da noi”
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Un dubbio atroce. Non è che avessero, magari, ragione loro? Forse l’Emilia Rossa era davvero paranoica, come cantavano i CCCP. Ma secondo l’etimo: parà-noòs, qualcosa che va oltre la mente, oltre la ragione, come un sogno da ebbri, da invasati… Sembravano effettivamente un po’ invasati i CCCP quando salivano urlando sui palchi dei circoli Arci, stralunando i compagni anziani della bocciofila. Invece adesso viene il sospetto che fossero dei serissimi critici nonché analisti del loro ambiente ecologico, ossia di quell’esperimento politico-sociale unico al mondo, ossimoro realizzato di lotta e benessere, una terrapiatta di comunisti laboriosi e gaudenti, un ircocervo di moralismo proletario e consumismo senza sensi di colpa…

Cantavano, i CCCP, di quella “provincia di gente squartata / un quarto al benessere, / un quarto al piacere, / un quarto all’ideologia, l’ultimo quarto se li porta tutti via”… E in fondo non erano contestatori ma constatatori, erano davvero Fedeli alla Linea, ovviame…

Un dubbio atroce. Non è che avessero, magari, ragione loro? Forse l’Emilia Rossa era davvero paranoica, come cantavano i CCCP. Ma secondo l’etimo: parà-noòs, qualcosa che va oltre la mente, oltre la ragione, come un sogno da ebbri, da invasati… Sembravano effettivamente un po’ invasati i CCCP quando salivano urlando sui palchi dei circoli Arci, stralunando i compagni anziani della bocciofila. Invece adesso viene il sospetto che fossero dei serissimi critici nonché analisti del loro ambiente ecologico, ossia di quell’esperimento politico-sociale unico al mondo, ossimoro realizzato di lotta e benessere, una terrapiatta di comunisti laboriosi e gaudenti, un ircocervo di moralismo proletario e consumismo senza sensi di colpa…

Cantavano, i CCCP, di quella “provincia di gente squartata / un quarto al benessere, / un quarto al piacere, / un quarto all’ideologia, l’ultimo quarto se li porta tutti via”… E in fondo non erano contestatori ma constatatori, erano davvero Fedeli alla Linea, ovviamente non quella del girovita che da queste parti, con sette maiali per abitante, era un po’ problematica.

Mistero glorioso, Quel gran pezzo dell’Emilia, che il suo più grande idiosincratico ammiratore, Edmondo Berselli, avrebbe poi cantato e canzonato in modo magistrale e insuperabile come “un luogo in cui si è verificata una concentrazione razionale e furiosa di normalità”. Normale era faticare per guadagnare, per i comunisti moralisti padani, nel cui frasario il massimo complimento possibile era “non gli ha mai fatto schifo lavorare”.

Calvinisti che intendevano conquistare sol dell’avvenire, sì, ma attraverso le opere, prussianamente a testa bassa, soprattutto nel triangolo stakanovista tra Modena di Baviera, il Land di Reggiostadt e la cittadella di Parmhaufen; epperò contemporaneamente ben decisi a riscuotere subito la paga del sabato, senza rimandare a paradisi ultraterreni che poi sì, va bene, a messa ci si va la domenica, però già dal venerdì sera si va nelle balere della mazurka vero inno regionale, in certe serate che guccinianamente dal lambrusco son bagnate, e poi anche sotto gli ombrelloni della East Coast, là in Romagnifornia. E poi di nuovo lunedì, giù la testa, al lavoro e alla lotta, cioè un giorno a stagionare il parmigiano reggiano, e un giorno a celebrare il partigiano reggiano.

Che poi lotta era sì, ma quella lotta, pian piano, da lotta per conquistare, si era trasformata in lotta per conservare il benessere conquistato. Comunisti machiavellici come li voleva Gramsci, ma conservatori: perché il benessere, tra Po e Appennino, se l’erano costruiti presto e bene, alzando le spalle strafottenti anche quando la tigre di carta del Capitale ruggiva: ah, i padroni ci licenziano dalle grandi fabbriche? E noi facciamo i villaggi artigiani pieni di padroncini con la tessera del Pci. Anzi del “partito”, che era una antonomasia, come “la chiesa” per una suora. Fino ad arrivare a pensare, la battuta è ultranota, ad affermare senza alcuna ironia che “il comunismo è il capitalismo gestito da noi”. Dicevano “la diversità emiliana”. Ma era pragmatismo con coscienza, una tecnocrazia empatica, che mette gli Inti Illimani sul giradischi mentre fa le somme del bilancio comunale.

Durò solo (si fa per dire) mezzo secolo, però si credeva eterna, l’Emilia Rossa, perché non era un progetto politico, era un’antropologia. La sbandierata diversità non era politica, era etnica. L’ideologia era mobile. Quando Gino Cervi e Fernandel raccontarono che avrebbero anche potuto, nei film, scambiarsi le parti di Peppone e don Camillo, inconsapevolmente declinavano il segreto della pax aemiliana: la concordanza degli opposti, che fossero Dozza e Dossetti nell’epica sfida del 1956, o semplicemente i santini di papa Giovanni e di Togliatti infilati nella cornice della dispensa mentre bolle il brodo di cappone dei tortellini. Oppure l’America e la Russia, miti compatibilissimi nell’immaginario di chi aveva costruito la prima inneggiando alla seconda. O magari Pavarotti e Vasco Rossi, la Ferrari e le biciclette, per dire – ma non insistiamo oltre, ci siamo capiti.

La rivoluzione, qui, la davano per già fatta. Pratica sbrigata senza sudare tanto. Il socialismo in una sola regione. Il governo di Roma, più che un avversario politico, era una seccatura. Facciamo da soli, grazie. Il socialismo in una sola regione. Allora fu davvero uno shock quando gli indiani metropolitani cominciarono a prendere a pernacchie i loro Lenin, non quello di bronzo nella piazza di Cavriago, ma quelli in tweed londinese come il sindaco Zangheri, che “mente sapendo di mentine” (era lo slogan del ’77 che a lui piaceva di più). Però è vero che anche nelle vene di sarcasmo surreale della parte migliore del Movimento bolognese, prima dei carri armati di Cossiga, circolava quel veleno-antidoto dell’autodemolizione demenziale; e francamente, se dovessimo individuare un antieroe che colleghi la corrosione punk dei CCCP e il ballo liscio, sarebbe quel Gianburrasca di Roberto Freak Antoni, pace a lui.

Non cadde nessun muro, nell’Emilia Rossa. La repubblica emiliana, utopia praticabile dove “tutti sono onesti e tutti sono pari e tutti hanno le palle democratiche e popolari”, si dissolse senza fumo né macerie, quasi da sé. Quell’androide politico si sciolse come lacrime nella pioggia della fine del secolo breve, lasciando molta nostalgia nei nonni, diverse lauree alla Bocconi nei nipoti, e tanti ombrelloni a Cesenatico.

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