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I 50 anni del Leoncavallo: storia del centro sociale più famoso d’Italia

Settembre 1989 la manifestazione a Milano dopo lo sgombero (Chirulli/Rcs/Contrasto) 
Cos’è stato e cos’è diventato? Sandrone Dazieri, oggi scrittore, partendo dal primo di tanti sgomberi lo racconta qui e nella prefazione al romanzo musicale di Bruno Segalini adesso ripubblicato
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“L’unica cosa che siamo in grado di capire è che si stanno avvicinando sempre di più. I colpi dei fucili sono diventati più nitidi e la pioggia sopra di noi è ulteriormente aumentata. I proiettili cominciano a cadere troppo vicino alle molotov”. Era il 16 agosto del 1989 e il più famoso dei centri sociali italiani, il Leoncavallo di Milano, stava per essere sgomberato, con una battaglia che segnerà un’intera generazione che aveva creduto nella possibilità di autogestire luoghi di produzione di cultura underground. Il racconto di quella giornata torna ora in libreria, per Shake Edizioni, nella nuova versione di Fiamme e Rock ‘n’ Roll, romanzo musicale di Bruno Segalini sulla resistenza al primo di una lunga serie di sgomberi che hanno portato nel ‘94 il centro sociale a migrare dalla sede originaria di via Leoncavallo 22, al Casoretto, alla sede odierna di via Watteau, a Greco, a Nord Est di piazzale Loreto.

“L’unica cosa che siamo in grado di capire è che si stanno avvicinando sempre di più. I colpi dei fucili sono diventati più nitidi e la pioggia sopra di noi è ulteriormente aumentata. I proiettili cominciano a cadere troppo vicino alle molotov”. Era il 16 agosto del 1989 e il più famoso dei centri sociali italiani, il Leoncavallo di Milano, stava per essere sgomberato, con una battaglia che segnerà un’intera generazione che aveva creduto nella possibilità di autogestire luoghi di produzione di cultura underground. Il racconto di quella giornata torna ora in libreria, per Shake Edizioni, nella nuova versione di Fiamme e Rock ‘n’ Roll, romanzo musicale di Bruno Segalini sulla resistenza al primo di una lunga serie di sgomberi che hanno portato nel ‘94 il centro sociale a migrare dalla sede originaria di via Leoncavallo 22, al Casoretto, alla sede odierna di via Watteau, a Greco, a Nord Est di piazzale Loreto.

A 50 anni dalla nascita, il Leoncavallo oggi è principalmente una lucrosa fucina di concerti, spettacoli e attività ricreative con annesso bar/ristorante e lontane reminiscenze di quel che era l’antagonismo degli esordi. Ma neanche questo assicura il quieto vivere: dall’attuale dimora – sotto sgombero su pressione decennale dell’immobiliare legata alla famiglia Cabassi – quel che rimane degli “okkupanti” dovrà migrare entro l’estate. Destinazione finale via San Dionigi, estrema landa a Sud della città, stabile comunale assegnato tramite bando e dietro congruo affitto, con affaccio sul nulla agreste verso l’abbazia di Chiaravalle.

Sandrone Dazieri, lei firma l’introduzione del libro di Segalini e, prima di diventare scrittore (ultimo titolo, Uccidi i ricchi, Rizzoli), la sua biografia si è a lungo incrociata con quella del Leoncavallo. Che ricordi ha di quel 16 agosto 1989?

«Avevo 25 anni, aspettavamo lo sgombero da un momento all’altro. C’erano stati movimenti della Digos nei giorni precedenti, eravamo coscienti che mancasse poco. La notte avevamo costruito barricate di filo spinato, muri di copertoni, mobili e legni per cercare di ostacolare l’ingresso delle forze dell’ordine. L’idea era di chiuderci dentro e resistere, ma le camionette avevano già circondato tutto il quartiere. In pochi minuti diedero l’assalto e tutte le barriere che noi avevamo messo saltarono. A noi sembrò infinita, anche se in realtà durò 40 minuti».

Lei era un ragazzo, non aveva paura?

«Molta adrenalina. La polizia cominciò a cercare di sfondare da dietro, ma visto che non riuscivano ad entrare, penetrò dall’asilo. Avevamo gli elicotteri sopra la testa, lanciavano lacrimogeni, c’era un macello fra sirene, botti, fumo nero dei copertoni che prendevano fuoco. Quando li abbiamo visti entrare, siamo saliti sui tetti, cercammo di scappare saltando da un palazzo all’altro, fino a piazza Durante, dove ci nascondemmo in un oratorio. Ma la polizia circondò l’edificio e ci arrestarono. Quelli presi sul tetto vennero processati per le molotov, mentre noi catturati in chiesa, a mani nude, ce la cavammo con poco».

A quel punto che avete fatto?

«Appena usciti dalla questura, convocammo una manifestazione nazionale. Vennero compagni da tutta Italia. Quel sostegno ci diede coraggio e decidemmo di rientrare al Leo distrutto. Non c’era più un mattone intero, il capannone dove si facevano i concerti era demolito. Rimuovemmo le macerie, cominciammo a ricostruire, riallacciammo l’acqua e la luce – con contratto a mio nome».

Non intuivate che era solo il primo round?

«Sì, ma dopo quel primo sgombero, da 30 centri sociali che c’erano in Italia, ne erano nati altri 200. Era la dimostrazione che la repressione generava antagonismo, una nuova leva di militanti si impadroniva di spazi pubblici per metterli a disposizione dei giovani che volevano fare musica, cultura, arte, politica. Promuovemmo concerti per autofinanziarci, organizzammo la tre giorni “Né Eroina Né Polizia” al parco Lambro, vennero migliaia di persone. Andammo avanti ancora qualche anno a divertirci nella sede storica».

Lo sgombero definitivo da via Leoncavallo fu nel ‘94, quella volta senza possibilità di ricostruire niente: lo spazio venne raso al suolo e ricostruito da un’immobiliare. Andaste ad occupare via Salomone, periferia Sud.

«Sì, ma anche lì durò poco. Quando ci fu lo sgombero, dopo la battaglia con la polizia, fui fermato, processato e condannato per la resistenza passiva. La gente era molto arrabbiata, convocammo un altro grande corteo. Ci furono pesanti scontri, gli ultimi in città. Me ne andai via da Milano, avevo sei o sette processi a carico, imputazioni che andavano dal furto d’acqua al blocco stradale. L’ultima occupazione fu in via Watteau, una ex stamperia dei Cabassi, dove il centro sta da oltre 30 anni, ormai con le ore contate, dopo la richiesta di risarcimento di tre milioni al Viminale per il mancato sgombero».

Il libro racconta anche le varie anime del centro sociale, dai politici ai musicisti, dai gruppi punk alle “mamme del Leoncavallo”.

«Fra noi c’era davvero di tutto, con un ricambio continuo di persone e una commissione cultura che organizzava attività di autofinanziamento. Tanti concerti di heavy metal, per esempio, che non mi piacevano, ma andavano fortissimo. Poi c’erano l’asilo e le mamme, gli psichedelici e i musicisti, come Segalini, che lo viveva dal punto di vista artistico militante. Il mio collettivo è arrivato quando i vecchi del ’75 erano andati via, entrati in clandestinità o arrestati».

Ripensando a quegli anni, qual è il suo sentimento prevalente?

«Ho sempre avuto un approccio collettivo, credevo alla possibilità di un gruppo che funzionava quasi come una famiglia, in cui si faceva politica ma anche ci si aiutava reciprocamente. Questo ha funzionato fino a quando qualcuno si è messo in politica in modo istituzionale, per fare carriera in modo individualistico».

Quando morì il movimento?

«Al G8 di Genova. Fino al 2001 ci fu una crescita pazzesca di collettivi e di trasversalità. Le nostre parole d’ordine contro la globalizzazione finanziaria ed economica, in difesa dell’ambiente e dell’immigrazione, mobilitavano un movimento vastissimo che andava dai boy scout agli antagonisti. Ma la repressione militare dei No Global fu una batosta drammatica. Oggi almeno hanno riaperto le indagini sulla morte di Fausto e Iaio, anche se noi la verità la sapevamo da sempre. Comunque, è una stagione chiusa, non abbiamo eredi, a parte forse i ragazzi di Ultima generazione, che le prendono da tutti e sono irriducibili».

Sul Venerdì del 20 maggio 2025

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