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Annalisa Cuzzocrea: potevamo salvarle

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Ma lui ha detto ai poliziotti: “Sono americano e queste sono mia moglie e mia figlia”.Fatti loro...
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C’è una cosa su cui penso da tempo che dovremmo essere tutti d’accordo, e invece non lo siamo: nessuno appartiene a nessuno. Le mogli non appartengono ai mariti, i bambini non appartengono ai genitori. Tutti, ogni individuo, ha il diritto di essere difeso dalla società che abbiamo costruito in base a un principio fondamentale: la dignità di ogni essere umano. Dico che non siamo tutti d’accordo, perché se lo fossimo molti degli orribili fatti di cronaca degli ultimi mesi non sarebbero accaduti. C’è un retaggio culturale che troppo spesso ci impedisce di intervenire in tempo quando una donna o un bambino sono in pericolo. Che ci impedisce di organizzare una rete che protegga adeguatamente chi non è in grado di proteggersi da solo. Se non fosse così, quello che è successo a Villa Pamphili, uno dei più grandi e frequentati parchi di Roma, non sarebbe stato possibile. Un uomo ha gettato lì come fossero spazzatura i corpi di una donna di neanche trent’anni e di una bimba di quasi un anno, m…

C’è una cosa su cui penso da tempo che dovremmo essere tutti d’accordo, e invece non lo siamo: nessuno appartiene a nessuno. Le mogli non appartengono ai mariti, i bambini non appartengono ai genitori. Tutti, ogni individuo, ha il diritto di essere difeso dalla società che abbiamo costruito in base a un principio fondamentale: la dignità di ogni essere umano. Dico che non siamo tutti d’accordo, perché se lo fossimo molti degli orribili fatti di cronaca degli ultimi mesi non sarebbero accaduti. C’è un retaggio culturale che troppo spesso ci impedisce di intervenire in tempo quando una donna o un bambino sono in pericolo. Che ci impedisce di organizzare una rete che protegga adeguatamente chi non è in grado di proteggersi da solo. Se non fosse così, quello che è successo a Villa Pamphili, uno dei più grandi e frequentati parchi di Roma, non sarebbe stato possibile. Un uomo ha gettato lì come fossero spazzatura i corpi di una donna di neanche trent’anni e di una bimba di quasi un anno, ma non si hanno certezze. Non si sa neppure se la bambina fosse davvero sua figlia, come dice ora, o se non lo fosse.

L’uomo accusato di omicidio e occultamento di cadavere si era presentato a più persone come Rexal Ford, ma si chiamava Francis Kaufmann. È stato fermato per un controllo tre volte, segnalato per comportamenti violenti, e per tre volte la polizia italiana non ha approfondito. Ha detto: «Queste sono mia moglie e mia figlia», e tanto è bastato per lasciarle nelle mani di una persona evidentemente pericolosa. Che aveva precedenti penali terribili negli Stati Uniti. In un Paese in cui bisogna dare i documenti anche per entrare in un circolo Arci, basta dire «sono americano, queste sono mia moglie e mia figlia», per evitare che ci sia una verifica ulteriore. Che si capisca che il passaporto era intestato a un falso Rexal Ford. Che il suo nome era un altro. Che era estremamente pericoloso. Qualcuno dice ora che non sarebbe successo se fosse stato di un’altra nazionalità, ma io credo che non sia questo il punto, sebbene anche sul razzismo implicito di molti nostri comportamenti sia necessario interrogarci. Penso, per aver visto troppe omissioni simili, che manchi uno sguardo pubblico sulle fragilità. Che troppo spesso si pensi: “Sono sua moglie e sua figlia, fatti loro”. E invece sono fatti nostri. Perché potevamo salvare quella donna e quella bambina, ma siamo passati oltre. Perché forse sarebbe bastato che la polizia parlasse con lei, anche solo per chiederle come si chiamava, invece che solo con lui. O che esistesse una rete adeguata in grado di intercettare una neonata tenuta a dormire in un parco, per metterla in salvo. Tutto questo manca, è mancato, e dobbiamo chiederci perché. C’è qualcosa che non scatta e dovrebbe scattare. Qualcosa che manca nel nostro sguardo, troppo privato, poco pubblico, e per questo incapace di salvare.

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