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La British Invasion anni 80 schierava i Prefab Sprout

La copertina di Steve McQueen (1985), secondo album dei Prefab Sprout che contiene la canzone Blueberry Pies 

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La canzone della settimana è “Blueberry Pies”
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Questa è roba degli anni Ottanta. I Prefab Sprout di Paddy McAloon: ve li ricordate? Non tutti, forse. Un paio di successi, come The King of Rock’n’Roll e When Love Breaks Down, sono rimasti nell’aria, ma nei quattro LP pubblicati tra l’84 e l’89 (poi solo uscite a singhiozzo, progetti rimasti nel cassetto e dischi belli e dannati) c’è molto di più.

L’album Steve McQueen (1985), il secondo, è superlativo: Blueberry Pies è un capolavoro di scrittura, interpretazione, produzione (Thomas Dolby), un intero musical in due minuti e mezzo realizzato da tre ragazzi e una ragazza che all’epoca avevano poco più di vent’anni.

Gli Ottanta dei Prefab non furono certamente favolosi come i Sessanta, né esplosivi come i Settanta, ma certamente intelligenti. Mentre gli americani, anestetizzati dalla disco music, non riuscivano a curarsi il long covid del sabato sera, il Regno Unito era pronto per una nuova British Invasion – senza Beatles, Stones e Who, ma musicalmente ricca, innovativa, ambizios…

Questa è roba degli anni Ottanta. I Prefab Sprout di Paddy McAloon: ve li ricordate? Non tutti, forse. Un paio di successi, come The King of Rock’n’Roll e When Love Breaks Down, sono rimasti nell’aria, ma nei quattro LP pubblicati tra l’84 e l’89 (poi solo uscite a singhiozzo, progetti rimasti nel cassetto e dischi belli e dannati) c’è molto di più.

L’album Steve McQueen (1985), il secondo, è superlativo: Blueberry Pies è un capolavoro di scrittura, interpretazione, produzione (Thomas Dolby), un intero musical in due minuti e mezzo realizzato da tre ragazzi e una ragazza che all’epoca avevano poco più di vent’anni.

Gli Ottanta dei Prefab non furono certamente favolosi come i Sessanta, né esplosivi come i Settanta, ma certamente intelligenti. Mentre gli americani, anestetizzati dalla disco music, non riuscivano a curarsi il long covid del sabato sera, il Regno Unito era pronto per una nuova British Invasion – senza Beatles, Stones e Who, ma musicalmente ricca, innovativa, ambiziosa e brillante. Spandau Ballet e Duran Duran e Wham! e Culture Club badavano alle classifiche, ma alle loro spalle c’era un’intera legione di cervelloni: insieme ai Prefab, Everything But The Girl, Style Council, New Order, Human League, Yazoo; alcuni, come Depeche Mode, Cure e Smiths, hanno generato un culto.

Non meraviglia che nell’album successivo dei Prefab, il sontuoso From Langley Park to Memphis (1988), ci fossero anche Stevie Wonder e Pete Townshend. Fu il trionfo che a McAloon diede la nausea, l’approccio isterico con i fan, per molti lusinghiero, fu per lui devastante. La sua comfort zone è esattamente quella di Blueberry Pies, la sua filosofia era tutta qui dentro («Chi lo dice che il sapere ci ha reso più felici?»).

Mi meraviglia che i Prefab – ora che Paddy (68 anni) ha un aspetto ieratico che lo rende irriconoscibile dall’intellettuale new mod sulla copertina di Steve McQueen – abbiano 450 mila ascoltatori mensili su YouTube. Non sono gli 88 milioni di Ed Sheeran né i 33 milioni dei Radiohead, ma pur sempre una bella cricca.

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