Non è fiction, è neorealismo industriale, è un episodio mitopoietico emblematico di ogni fortuna del Dopoguerra. È il racconto di un’invenzione che ormai sta all’Italia come gli spaghetti, la pizza, il mandolino e una volta (il mondo cambia, non sempre va bene) pure il calcio. Una leggenda irriducibile a saggio e che difatti ha il passo del romanzo popolare, dell’accorato album familiare, di una saga in cui l’umile e schietto Parnaso di un’antica e laboriosa provincia si brucia nel boom, si infrange sugli utili e sullo scorrere del tempo. Si uniscono e si dividono di fronte a fabbrica e successi padri, madri, sorelle, palpitano i cuori della dinastia che ha consegnato per prima cucine e risvegli alla dipendenza dall’arabica.
«Mio padre ha inventato la Moka Express Bialetti, mio fratello aveva dei gran baffi. Lui, l’invenzione di mio padre, l’ha portata in tutto il mondo. Se vi è mai passata una Moka per mano, è merito loro. Oggi dei tre sono rimasta viva solo io. Ecco perché ho deciso…
Non è fiction, è neorealismo industriale, è un episodio mitopoietico emblematico di ogni fortuna del Dopoguerra. È il racconto di un’invenzione che ormai sta all’Italia come gli spaghetti, la pizza, il mandolino e una volta (il mondo cambia, non sempre va bene) pure il calcio. Una leggenda irriducibile a saggio e che difatti ha il passo del romanzo popolare, dell’accorato album familiare, di una saga in cui l’umile e schietto Parnaso di un’antica e laboriosa provincia si brucia nel boom, si infrange sugli utili e sullo scorrere del tempo. Si uniscono e si dividono di fronte a fabbrica e successi padri, madri, sorelle, palpitano i cuori della dinastia che ha consegnato per prima cucine e risvegli alla dipendenza dall’arabica.
«Mio padre ha inventato la Moka Express Bialetti, mio fratello aveva dei gran baffi. Lui, l’invenzione di mio padre, l’ha portata in tutto il mondo. Se vi è mai passata una Moka per mano, è merito loro. Oggi dei tre sono rimasta viva solo io. Ecco perché ho deciso di raccontarci. Perché non diventi troppo tardi per farlo, perché tutto non si sciolga alla fine in un tempo andato, dimenticato».
Così scrive Celestina Bialetti, per tutti Tina, nata nel ’45, ultimogenita di Alfonso Bialetti, ideatore nel ’33 della capostipite di ogni caffettiera, sorella di Renato, l’omino coi baffi che fece della creazione del padre un fenomeno commerciale senza precedenti investendo sulla comunicazione. Autrice con Alessandro Barbaglia di Un sogno di polvere e acqua. Storia della famiglia che ha inventato la Moka (Mondadori). Vive a Omegna da tutta la vita, mentre ci parla al telefono al suo fianco ha uno dei figli, Matteo Severgnini, che con lei beve ovviamente una tazza di caffè. «No, non l’ho fatto con la Moka ma con la napoletana» ride agitando Severgnini. «Dai Matteo, stavo scherzando, non capisci mai quando si ride».
Celestina, anzi Tina, il primo caffè non si scorda mai.
«Per la verità, le mie memorie le avevo messe giù già anni fa, ma ad uso esclusivo di nipoti, bisnipoti, parenti assortiti. In seguito iniziai a cullare l’idea di un libro come si deve ma mi fermai. Per pigrizia e perché soffro di maculopatia. Vedo poco, scrivere è una gran fatica. Finché proprio Matteo, insistendo, l’ha avuta vinta e con l’aiuto di Alessandro Barbaglia, con cui si è creata grande complicità, ce l’abbiamo fatta. Eccoci qui».
Custodire la memoria è sempre una fatica, ma indispensabile.
«Vero. Anche se io, ruspante giovane quattro volte ventenne, non sono testimone diretta ma anzitutto depositaria dei racconti ascoltati da mia madre. Mi disse lei di come papà giunse all’idea della Moka vedendola lavare i panni alla lessiveuse, perché io nacqui molti anni dopo l’illuminazione. Al tempo, bimba, sentirla ripetere tutti quegli aneddoti mi infastidiva, mi pesava come una condanna. Oggi so invece bene che il passato è essenziale per andare avanti. Chi non sa chi era, non avrà mai gli strumenti per capire chi è, tantomeno per capire dove andare e cosa diventare. Ma si ricorda e si scrive anche per sé, per resuscitare qualche istante che si è amato e non c’è più».
Perché nascesse la Moka fu fondamentale il viaggio di Alfonso in Francia. Un migrante.
«Mio padre era un uomo semplice, un artigiano che aveva sempre sognato di rendersi indipendente dando vita a qualcosa di suo. Non guardava al denaro ma ai traguardi. Omegna era l’ombelico del distretto dei casalinghi. La Bialetti, l’Alessi, la Lagostina. Matteo ne sa più di me, ma sin dal Settecento qui si facevano matterelli e ciotole di legno. A fine Ottocento iniziarono le migrazioni dei peltristi locali verso la Germania, dove gli italiani già erano accusati di rubare il lavoro. Papà andò in Francia, scoprendo la tecnica della cosiddetta fusione in conchiglia dell’alluminio. Per cui sì, la Moka viene anzitutto da una migrazione. Ma ci volle del tempo perché al ritorno si potessero raccogliere i frutti dell’apprendistato. E come racconto, papà dovette insistere con nonno Luigi per un aiuto economico, per dare corpo all’illuminazione della caffettiera. Luigi per fortuna era duro quanto lungimirante».
Suo fratello Renato la Moka quasi la inventò una seconda volta.
«Renato in qualche modo somigliava più a mia mamma Ada. Romantico, positivo. Aveva 21 anni più di me, e quando nel ’45 tornò a Omegna a piedi dopo due anni di prigionia in Germania, mi vide che avevo appena sei mesi. Pensò fossi una nipote. Ada, che aveva ben 42 anni, gli disse che non era troppo contenta di me, di una figlia alla sua età. Renato scoprì così che ero sua sorella e mi prese in braccio, senza smettere per anni di viziarmi. La guerra era finita, tornava la vita, Renato l’amava tanto».
La vita grazie a voi ogni giorno parte dal caffè.
«L’omino coi baffi, che appunto era il volto di Renato così come disegnato dal suo amico Paul Campani, divenne un fenomeno. Mio fratello era geniale, ma investì cifre folli in pubblicità, perché se le cose non si conoscono non si acquistano, sosteneva. L’azienda registrò così una crescita strabiliante, con mio padre che era sì fiero del figlio ma anche tanto spaventato. Servirono ingenti prestiti delle banche che lui, Alfonso, cui bastava l’orgoglio per la propria invenzione diventata un modello tecnologico, non avrebbe mai contratto».
Fu un buon investimento, ai Caroselli seguì grande agiatezza.
«Amavo come chiunque i Caroselli ma non ho partecipato granché degli utili e dei riconoscimenti. Nel senso che mio fratello aveva rilevato da sé l’azienda da mio padre pagando una cifra congrua ma non certo esorbitante. Cifra che garantì sì qualche agio a noi sorelle, ma non chissà che. Papà difatti si pentì presto di non aver incluso nel contratto una clausola sui diritti. “Almeno una lira a Moka potevo chiederla”, mi disse. La vita va così, non esistono affari perfetti. E quando Renato nel 1986 cedette la Bialetti a Faema, dovette pentirsi dello stesso errore, rivedendo la cifra alla luce dell’inflazione. “Avrei dovuto chiedere almeno 100 lire a caffettiera”».
Lei, Bialetti doc che di Bialetti è erede legittima, in Bialetti non è mai entrata. Perché?
«Il primo anno al classico scaldai la sedia. Poi passai alla magistrale, e scelsi alla fine di seguire la strada che a partire da nonna, di nome Celestina come me, molte donne di famiglia avevano percorso. Insomma ho fatto l’insegnante. Con Renato, ritrovato molto nei suoi ultimi anni, sono certa avremmo molto litigato. E quando mi chiese una volta di entrare in azienda, ebbi la sensazione desiderasse non il mio talento. Piuttosto la comodità di un parente dalla sua parte, di una presenza fidata che gli garantisse il tempo libero che in effetti non aveva quasi mai. Non mi sono mai pentita del rifiuto, la scuola è stata un’esperienza meravigliosa. Mi ha aperto porte inattese. E mi ha regalato l’inestimabile, divina libertà di essere chi volevo».
Bialetti passerà ancora una volta di mano, forse diventerà cinese.
«La Moka ha segnato la mia vita. Ma al di là della proprietà, soffro vedendo la meravigliosa fabbrica di un tempo in rovina. Soffro per il lavoro che è venuto meno qui, sul territorio. Più di tutto, soffro per un mondo che anche qui, dove sono sempre rimasta, è così cambiato. Siamo diventati un paese in cui il caffè non si beve più in compagnia ma soli. E nessun caffè è buono in solitudine».