Femminicidi: parlano gli avvocati del diavolo
di Claudia ArlettiCome si fa a difendere in tribunale l’autore di un femminicidio. Che tipo di persona bisogna essere per prendere le parti di chi ha accoltellato Sara cinque volte, sorprendendola alle spalle. Quanto rigore occorre per rappresentare il giovane uomo che ha chiuso in una valigia Ilaria, gettandola poi in una scarpata. O il ragazzo che ha sfracellato una pietra in testa alla bambina di Afragola, vittima numero 28 dell’anno ? ma era l’inizio di giugno. E come ci si sentirà quando la sera, a casa, ti dicono «era proprio necessario prendere questo caso»? Sono le domande che il Venerdì ha girato ai penalisti di alcuni dei casi più tragici e disturbanti d’Italia. Casi risolti, di rei confessi, non i cosiddetti “gialli”. Pensando sempre e per prima cosa alle donne e alle ragazze uccise, e alle loro famiglie, abbiamo dato la parola a chi difende l’“indifendibile” muovendosi per mesi o per anni su un terreno infido, nello sdegno dell’opinione pubblica, tra le lusinghe della stampa e dei talk show…
Come si fa a difendere in tribunale l’autore di un femminicidio. Che tipo di persona bisogna essere per prendere le parti di chi ha accoltellato Sara cinque volte, sorprendendola alle spalle. Quanto rigore occorre per rappresentare il giovane uomo che ha chiuso in una valigia Ilaria, gettandola poi in una scarpata. O il ragazzo che ha sfracellato una pietra in testa alla bambina di Afragola, vittima numero 28 dell’anno ? ma era l’inizio di giugno. E come ci si sentirà quando la sera, a casa, ti dicono «era proprio necessario prendere questo caso»? Sono le domande che il Venerdì ha girato ai penalisti di alcuni dei casi più tragici e disturbanti d’Italia. Casi risolti, di rei confessi, non i cosiddetti “gialli”. Pensando sempre e per prima cosa alle donne e alle ragazze uccise, e alle loro famiglie, abbiamo dato la parola a chi difende l’“indifendibile” muovendosi per mesi o per anni su un terreno infido, nello sdegno dell’opinione pubblica, tra le lusinghe della stampa e dei talk show, e mentre intorno e sui social aleggiano certi brutti pensieri come “chi si somiglia si piglia” ?che è l’espressione su cui Emmanuel Carrère interroga gli avvocati dei terroristi in V13, il libro dedicato al processo per la strage del Bataclan.Certo, la teoria è nota e la legge è chiara: ladruncolo, faccendiere o serial killer, a tutti deve essere garantita la difesa. Lo dice la Costituzione, articolo 24 secondo comma: «La difesa è diritto inviolabile». Sembra pacifico. Ma non lo è.
L’avvocato di Filippo Turetta
L’avere assunto la difesa di Filippo Turetta – che l’11 novembre 2023 ha ucciso Giulia Cecchettin – al professor Giovanni Caruso, ordinario di Diritto penale all’Università di Padova, ha procurato molti guai. Insulti sui social e via mail. Una petizione («non si può stare al tempo stesso con le vittime e con i carnefici»), dove gli si chiedeva di rinunciare all’incarico e si invitava l’ateneo «a dissociarsi» dalla sua scelta «totalmente inopportuna». E poi una busta con tre proiettili, avvolti in un foglio di carta. «Se facessi causa per tutti gli insulti che ho ricevuto dovrei smettere di lavorare… I proiettili invece delineano un salto di qualità rispetto alle mail e ai messaggi, ma non ho mai pensato di arretrare» ci dice oggi Caruso «altrimenti, quale insegnamento darei ai miei studenti?». Ecco, che cosa dire ai futuri penalisti, di questa professione che somiglia tanto al camminare su una corda tesa? Forse, che si procede con cautela e per continui, impercettibili aggiustamenti con sé stessi: «Il coinvolgimento umano è inevitabile. Niente di ciò che è umano mi è estraneo…» spiega il professore, citando Terenzio. «Ma la toga non è coreografia, né il riflesso di una tradizione codina, bensì un simbolo che serve a rendere impersonale il ruolo». Alla parola “difendere” lui preferisce “assistere”, con la sua sfumatura illuminista. «E in tedesco “avvocato” si dice anche Rechsanwalt, letteralmente “guardiano del diritto”. Mi ci rispecchio e seguo il “manuale delle regole”, come Tom Hanks nel Ponte delle spie chiama la Costituzione. Il diritto costituzionale andrebbe insegnato già alle medie: sa quanti leoncini da tastiera in meno avremmo?». E Turetta? Che cosa ha capito di lui? «È precisamente la persona che tutti hanno visto sul banco degli imputati. Non c’è recitazione. Estremamente smarrito, di invincibile fragilità emotiva, di una timidezza al di là dell’ordinario. Però, se vogliamo parlare di empatia, la mia va a chi ha sofferto per la perdita di una ragazza meravigliosa, che si preoccupava di non fare soffrire l’altro. Guardi, sono stato criticato per l’arringa, ma sono certo di non avere mancato di rispetto a nessuno (ha smontato l’aggravante della “crudeltà” sostenendo che le coltellate, pur numerose, non necessariamente indicavano la volontà di infliggere sofferenze ulteriori, ndr) e, anzi, credo di avere contribuito alla stretta applicazione del diritto. Del resto, la mia linea è stata sempre limpida: collaborare, evitare forme di vittimizzazione secondaria, astenermi da qualsiasi tentativo di allungare i tempi dell’esposizione mediatica».
L’avvocato di Mark Samson
In un bar di Roma, l’avvocato Fabrizio Gallo ci racconta di Mark Samson, 23 anni, che il 25 marzo ha ucciso la studentessa Ilaria Sula, 22. La famiglia Samson gli ha da poco revocato l’incarico e lui ne è quasi sollevato: «Si vede che la mia linea difensiva, basata sulla necessità di un percorso di verità, non li convinceva. «“Mark”, gli dicevo in cella, “quello che devi fare è iniziare a parlare. Se davvero hai buttato il cellulare di Ilaria in un tombino, è giusto spiegare dove e come”. In un caso del genere, c’è una sola linea difensiva possibile: mettersi a disposizione della Procura e tenere un comportamento processuale tale che permetta, prima o poi, di beneficiare di qualche attenuante». Si è avvicinato troppo, Gallo, al suo assistito e forse si è scottato? «Volevo capire, come uomo e come avvocato, che cosa succede nella testa di un ragazzo che ha l’età di mio figlio quando scopre che lei chatta con un altro. Non certo perché sia un’attenuante, ma proprio per comprendere. All’inizio, Mark raccontava montagne di bugie ed ero tentato di lasciare. Persino a me continuava a dire di essere vicino alla laurea. Ha ceduto quando l’ho informato che la polizia era alla Sapienza. L’ho convinto a rivelare dove aveva messo il telefonino di Ilaria, introvabile. Lo aveva dato alla madre… Immagino sia questo il motivo per cui mi hanno tolto l’incarico». In cella non si va con la toga, è un a-tu-per-tu durante il quale, una volta pronunciata la parola “ergastolo”, il castello di bugie è venuto giù: «Era sconvolto, ma non sono ancora certo che abbia compreso la gravità di ciò che ha fatto. Volevo aiutarlo veramente, portare in Corte d’assise un ragazzo consapevole, almeno in parte già cambiato. Di me si fidava. Mi abbracciava, “grazie per quello che fai”».Samson gli ha regalato due disegni, in uno si rappresenta come un vecchio che si scusa con Ilaria – lo vedete qui accanto; nell’altro, che pubblichiamo in copertina, è un bambino tra le braccia di Gallo: «Sembro un gigante, che cosa strana».
L’avvocato di Stefano Argentino
Nella sua casa di Noto, in Sicilia, l’avvocato trentaduenne Giuseppe Cultrera (a 25 anni detiene il record dell’abilitazione più veloce d’Italia) con la moglie riesce a ridere di chi sui social gli dà del “pazzo criminale” o gli augura di finire a “marcire in carcere”. «Fa parte del gioco» dice «la vita non è sui social, ma nella routine». È stato il legale dei genitori, dei fratelli e dei figli adolescenti di Ada Rotini, 45 anni, massacrata a coltellate a Bronte nel 2021 dal marito, che lei aveva lasciato perché violento. Ergastolo, confermato in secondo grado. Oggi però Cultrera è dall’altra parte: difende Stefano Argentino, 26 anni, che il 31 marzo a Messina ha ucciso la studentessa Sara Campanella (22), appena uscita dall’università.Ha le idee chiare: «A chi ritiene che io difenda l’indifendibile replico che metto la mia essenza di avvocato al servizio della comunità. Il dovere di toga mi ha chiamato sin da piccolo e io rispondo con l’impegno. Il mio assistito è reo confesso e sarà dichiarato colpevole, ma io sarò in aula per assicurare, quantomeno dalla sua parte, che siano rispettate le norme del giusto processo. Se non ci sono i presupposti giuridici per l’applicazione di un’aggravante, mi batterò perché non sia considerata ai fini del calcolo della pena. Qui ci sono patologie psichiatriche familiari, è cresciuto e ha vissuto in una situazione molto pesante e psicologicamente disagevole. Chiedo la perizia psichiatrica perché voglio un processo sereno, e a qualsiasi conclusione arriverà la perizia, non avrò niente da eccepire, perché non pecco di tracotanza e metto il mio impegno per la corretta applicazione degli strumenti di legge».Aggiunge che «in giurisprudenza, nelle aule giudiziarie, non c’è spazio per la morale» e paragona la sua professione a quella del medico, che in ogni circostanza deve ricordare di aver pronunciato il giuramento di Ippocrate ed «è tenuto a salvare chiunque».Noto è una città piccola, Cultrera è in vista, c’è chi gli dice che ne uscirà con la carriera rovinata e chi lo accusa di avere accettato il caso solo per denaro: «Ma in primis non ho bisogno di soldi e non mi piace arricchirmi sulle disgrazie altrui. In secondo luogo, non ho ancora chiesto un solo euro. Nel caso Argentino, tolte le spese, darò tutto in beneficenza. Avevo pensato in prima battuta a un’associazione femminista, però dopo aver letto certe critiche che mi sono state mosse con poco tatto, non so... Probabilmente darò il mio contributo personale a bambini meno fortunati di mio figlio». Con Stefano Argentino, conclude, «il rapporto è sereno. Ma non mi fraintenda, intendo dire che lui non ha segreti con me. Mi creda, in un processo del genere è la cosa più importante».
L’avvocata di Alex Impagnatiello
Le legali che collaborano con i centri antiviolenza non accetterebbero mai di assistere un femminicida, e nel 2020 a Pordenone il caso di Rossana Rovere, che rifiutò il gratuito patrocinio, fece molto discutere. Nel processo di primo grado a difendere il trentenne Alessandro Impagnatiello, condannato all’ergastolo nel processo d’Appello per l’assassino di Giulia Tramontano (29), al settimo mese di gravidanza ? è stata l’avvocata Samanta Barbaglia. Già nel 2005 aveva assistito un femminicida, Giuseppe Zabatino, che aveva ucciso la fidanzata Leonora Brambilla: «Ero molto giovane» racconta Barbaglia «ricordo di essere uscita scossa dal primo colloquio in carcere. Ero pure incinta e in aula i familiari della ragazza mi guardavano allibiti. Per i parenti delle vittime non è facile capire la differenza tra la difesa tecnica e quella della persona». Continua: «Può sembrare impensabile che una donna stia dalla parte del femminicida, anche gli amici a volte mi dicono “ma come fai”. Solo che noi giuristi affrontiamo il caso analizzandolo in modo freddo, sotto l’aspetto del diritto. Con Impagnatiello per esempio si giocava tutto tra aggravanti e attenuanti. Però non prendiamoci in giro: la parte emotiva non si scinde così facilmente dalla parte razionale, è una prova di continuo equilibrismo». Come Caruso, segnala con stupore l’apparente “normalità” di questi assassini: «Nei colloqui in cella vedi una persona quasi smarrita, fragile, ben diversa dal quadro emerso con le indagini e da quello che leggi sui giornali. Per me è l’aspetto più inquietante. C’è un ragazzo gentile. Educato, bei modi. E ti chiedi: come può essere la stessa persona che ha fatto tutto questo? Viene da pensare, allora, che chiunque di noi possa fare qualsiasi cosa».
L’avvocato di Giovanni Padovani
Martellate, calci e percosse con una panchina: così è stata uccisa, il 23 agosto 2022, Alessandra Matteuzzi, 56 anni. Giovanni Padovani, allora ventiseienne, condannato all’ergastolo, oggi attende la pronuncia della Cassazione. Il suo difensore, Gabriele Bordoni, ce lo descrive: «Una personalità fortemente alterata, con disturbi gravi, priva degli strumenti che avrebbero potuto evitargli di compiere un gesto inqualificabile e orrendo». Nel libro autobiografico La solitudine del penalista (Minerva), Bordoni racconta del suo primo caso, risalente a 33 anni fa, quando ancora la parola “femminicidio” non esisteva: «Aveva ucciso la moglie, con i bambini in casa. Andai in carcere alla Dozza pensando di incontrare un mostro con sei teste. Invece mi trovai davanti un omino come tanti. Capii che ognuno di noi nasconde un mistero e che, quando convergono le risultanze astrali, quasi chiunque può diventare una persona feroce. Non c’è un tratto distintivo per gli autori di delitti di questo tipo: giovani, anziani, scolarizzati, non scolarizzati. Niente che li accomuni». Pedofili, criminali comuni, stragisti: Bordoni sembra davvero l’avvocato degli indifendibili. «Credo nel principio costituzionale per cui sei presuntivamente non colpevole, e che anche nel caso di un reo confesso vadano fatte tante considerazioni in ragione del contesto dei fatti e delle condizioni psicofisiche. Ma il difensore deve essere onesto, coraggioso, rigoroso e rispettoso». Mai rifiutato qualche caso? «Raramente. Ricordo un tale che si vantava di come avesse seviziato dei bambini. Se al secondo incontro ti ripeto che non sono interessato ad ascoltare certe cose e tu vai avanti, io mi alzo e ti saluto».
L’avvocato di Alessio Tucci
Anche Mario Mangazzo ? che assiste Alessio Tucci, accusato della morte di Martina Carbonaro, 14 anni, ad Afragola ? è stato investito dagli insulti via social: «Non sono spaventato, ma stupito sì, è come se la violenza insita in questo reato generasse altra violenza, con una gran confusione tra la figura del soggetto indagato e quella di chi lo assiste. Ho figli adolescenti, che sono stati molto colpiti dagli avvenimenti. Mi hanno fatto domande, ho spiegato che purtroppo nella vita capitano eventi drammatici e che a chi fa l’avvocato può accadere di doversene occupare». Hanno capito? «Direi di sì». Con il suo cliente come si comporta? «Il mio atteggiamento verso l’assistito è di vicinanza, inclusa quella psicologica, perché bisogna dare un messaggio di speranza, soprattutto se l’autore è in giovane età. La pena espiata, anche in misura cautelare, non deve essere contraria al senso dell’umanità. Chi è detenuto deve poter sentire che la detenzione non è fine a sé stessa, ma finalizzata alla rieducazione».
Potremmo fare il giro d’Italia, nel tour più triste che c’è, da un reo confesso all’altro, da un’uccisione a un’altra, da un processo all’altro. Ci fermiamo qui. Però, fra gli appunti dell’intervista con il professor Caruso, ritroviamo una frase che ci sembra il modo giusto per finire questo articolo: «Il patriarcato rappresenta una battuta d’arresto nel percorso di civilizzazione, ma lo Stato non può permettere che a una forma di imbarbarimento se ne aggiunga un’altra: per superarlo e andare oltre, non possiamo tornare alla forca o al supplizio di piazza».