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Sono un gay confesso e ve lo racconto

Tiziano Fani Braga, 35 anni, in piazza San Pietro. Dopo il coming out ha perso gli amici neocatecumenali, ma non la fede. Luigi Narici 

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Nella Chiesa italiana esiste ancora la pratica di proporre al giovane omosessuale che voglia farsi prete di “curarsi”.Come è successo a Tiziano «cacciato dal seminario perché ho rifiutato la terapia»
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La decisione è maturata durante i giorni segregato in casa per il Covid. «Io dormivo nel salone, lei in camera, c’era il bambino. Non sono mai stato così tanto tempo a casa: normalmente lavoravo tanto, molte trasferte, e poi l’attività da catechista… Oggi capisco che erano anche vie di fuga. E invece confrontarmi 24 ore su 24 con la vita famigliare ha scatenato la reazione». L’esplosione è avvenuta un pomeriggio di inizio marzo del 2021: Tiziano Fani Braga è andato prima dal padre e gli ha detto tutto. «Per lui è stata una batosta, non ha reagito bene». Poi è tornato a casa, hanno messo a letto il figlio, e a quel punto ha affrontato la moglie. Un fiume in piena, dalle dieci di sera alle tre di notte. «Abbiamo parlato, abbiamo pianto, mi aspettavo si arrabbiasse, e invece è stato un momento bellissimo: di grande sofferenza, ma bellissimo». Fino a 31 anni Tiziano ha nascosto la sua omosessualità, l’ha combattuta con tutte le sue forze. Meglio ancora: loro lo hanno convinto a combatterl…

La decisione è maturata durante i giorni segregato in casa per il Covid. «Io dormivo nel salone, lei in camera, c’era il bambino. Non sono mai stato così tanto tempo a casa: normalmente lavoravo tanto, molte trasferte, e poi l’attività da catechista… Oggi capisco che erano anche vie di fuga. E invece confrontarmi 24 ore su 24 con la vita famigliare ha scatenato la reazione». L’esplosione è avvenuta un pomeriggio di inizio marzo del 2021: Tiziano Fani Braga è andato prima dal padre e gli ha detto tutto. «Per lui è stata una batosta, non ha reagito bene». Poi è tornato a casa, hanno messo a letto il figlio, e a quel punto ha affrontato la moglie. Un fiume in piena, dalle dieci di sera alle tre di notte. «Abbiamo parlato, abbiamo pianto, mi aspettavo si arrabbiasse, e invece è stato un momento bellissimo: di grande sofferenza, ma bellissimo». Fino a 31 anni Tiziano ha nascosto la sua omosessualità, l’ha combattuta con tutte le sue forze. Meglio ancora: loro lo hanno convinto a combatterla.

Plotone di esecuzione

Loro sono i suoi catechisti, il rettore del seminario in cui era entrato per farsi prete nel cammino neocatecumenale che a lungo è stato la sua casa. I genitori lo avevano introdotto presto a questo percorso di iniziazione cristiana sul quale vigilano costantemente i catechisti. Si introducono nelle scelte più intime, vogliono conoscere i dettagli della vita sessuale dei neocatecumeni, dettano legge. «Un plotone di esecuzione» lo definisce Tiziano «e tu dai loro l’autorità di controllare la tua vita, sebbene spesso non abbiano la preparazione psicologica e spirituale adeguata». Confida alle sue guide spirituali di essere gay, loro gli consigliano di trovarsi una ragazza – a cui, beninteso, non dire nulla. Gli spiegano che sarà la sua “croce” – «la stessa cosa che ti dicono se hai una malattia grave o se sei drogato» – e che, con l’aiuto del Signore, potrà portarla, a condizione di negare se stesso. Tiziano cede: «Erano come gocce cinesi, parole ripetute a cui alla fine credi». Si fidanza con la migliore amica. Il giorno delle nozze ha due momenti di blackout – prima si chiude in bagno, come se gli mancasse l’aria, poi non mangia la torta, quasi non volesse festeggiare – ma per dieci anni il matrimonio va. Vuole bene a sua moglie, ed è ricambiato, nasce un bambino, «un bellissimo dono».

Ma resta l’attrazione per gli uomini, arriva la pandemia e la pentola a pressione esplode. «Il parroco mi disse: lo sai quante coppie stanno nella tua condizione?», racconta oggi Tiziano, ancora esterrefatto. Quando aveva 15 anni aveva vissuto un primo smacco. Voleva diventare sacerdote, entrò in seminario, raccontò di essere gay: «Non vedevo il problema di abbracciare il celibato da omosessuale». Il rettore gli propose una “terapia riparativa”, come se l’omosessualità fosse una malattia dalla quale guarire. Tiziano rifiutò e fu mandato via.

Convertiti!

Questo tipo di pratica, chiamata anche “terapia di conversione”, nella Chiesa italiana è ancora presente, benché spesso nascosta. Su basi pseudoscientifiche mira a cambiare l’orientamento degli omosessuali o a “correggere” disforie o dismorfie delle persone transgender. C’è in alcuni seminari, con l’avallo del vescovo, ma anche nelle congregazioni religiose, tra associazioni e movimenti, non di rado all’insaputa di vescovi e superiori. Per portare alla luce il fenomeno, capire quanto sia diffuso, e scoraggiarlo, un piccolo gruppo di cui fa parte il gesuita Pino Piva sta raccogliendo le testimonianze di chi ha subìto simili trattamenti. «Conviene anche alla Chiesa dire chiaramente che è contraria a queste terapie», spiega il sacerdote. Obbligare una persona a rivelare il proprio orientamento sessuale «è un grave abuso di coscienza, e se lo rivela al padre spirituale, è un segreto di foro interno che non può essere violato», prosegue padre Piva, da tempo impegnato nella pastorale con i cattolici Lgbt+.

E poi, sottolinea, la Chiesa italiana si è dotata di linee guida per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili «per combattere non solo eventuali abusi sessuali, ma anche abusi spirituali e di coscienza in ambienti ecclesiali». Per coerenza, dovrebbe evitare di discriminare i gay che vogliono diventare sacerdoti.A livello ufficiale non c’è ancora un pronunciamento chiaro. La Conferenza episcopale italiana approntò nel 2023 nuove linee-guida per i seminari, un testo aperturista nel quale poneva l’accento non già sulla distinzione tra omosessuali e eterosessuali quanto su quella tra chi accetta l’obbligo di celibato e chi, non accettandolo, non dovrebbe diventare sacerdote. La nuova Ratio nationalis fu inviata al Vaticano per l’approvazione. Ma nel frattempo papa Francesco, che pure si è spesso speso per le persone omosessuali, criticò la “frociaggine” che c’è nei seminari. Un colpo di freno, in seguito al quale il dicastero per il Clero ha modificato il testo Cei inserendo un riferimento – che nella versione originale era stato discretamente lasciato in una nota a piè di pagina – circa il fatto che, in teoria, la Chiesa, come recita una precedente istruzione vaticana, non può ammettere al seminario e al sacerdozio persone che “presentano tendenze omosessuali profondamente radicate”. E così le norme promulgate a inizio 2025 dalla Cei sono un pasticcio che per un verso aprono ai seminaristi gay (che ovviamente si impegnino a rispettare l’obbligo di celibato) e per un altro chiudono. Col rischio di incoraggiare, surrettiziamente, le “terapie riparative”: perché se un giovane ha la vocazione di diventare sacerdote e si dichiara gay, il rettore, come capitò a Tiziano quando era giovane, gli può dire: «Questo non è il posto per te, a meno che non intraprendi una terapia di conversione del tuo orientamento».

Una pietra sopra

Tiziano oggi è un trentacinquenne dal sorriso quieto. La moglie ha chiesto l’annullamento del matrimonio alla Sacra Rota, lui ha accettato. Hanno mantenuto un bel rapporto, si occupano del figlio. Con i genitori ha recuperato. Ha perso tutti gli amici neocatecumenali, non la fede: è entrato in una fraternità di consacrati laici, i Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld. Riconosce a papa Francesco, al netto di incidenti come quello della “frociaggine”, di avere aperto molte porte. Spera che papa Leone, pur «con il suo linguaggio», prosegua lungo quella strada per «una Chiesa fatta da tutti, tutti, tutti». Ha fatto pace con il suo orientamento sessuale, che vive serenamente, ha trovato il modo di trasformare le ferite in occasione di crescita. «Ringrazio la vita che ho, però avrei fatto scelte diverse. E così sarebbe giusto per molti ragazzi che dovrebbero avere la libertà di essere se stessi, accompagnati a capire chi sono. Non a metterci una pietra sopra».

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