Alessandro Campagna: ho ancora un Settebello nella manica
di Alessandra ReticoIl Signore delle acque. «Sono nato allenatore e morirò allenatore». Vangelo secondo Alessandro Campagna, 62 anni quasi tutti passati nel cloro. Il ct della pallanuoto azzurra avrebbe lasciato la panchina dove si è seduto per oltre 500 volte se alle Olimpiadi di Parigi 2024 fosse arrivato l’oro. Invece: sogno naufragato ai quarti di finale contro l’Ungheria in una partita maledetta e persa per un clamoroso errore arbitrale, condizionato da una tecnologia inadeguata. Contestazioni, ricorsi, tribunali, parole e anche gesti forti fuori dalla Duna Arena francese. Per protesta, nella gara successiva contro la Spagna il Settebello gira le spalle alla giuria. Cinque Cerchi au revoir: per l’Italia, settima, sei mesi di squalifica e 50 mila dollari di multa. Niente World Cup, però piena riabilitazione per i Mondiali di Singapore che prendono il via l’11 luglio (fino al 24).
Campagna riparte da qui, un’altra volta. Da una parabola che inizia nel barocco di Palermo, sulla sabbia di Mondello, tra …
Il Signore delle acque. «Sono nato allenatore e morirò allenatore». Vangelo secondo Alessandro Campagna, 62 anni quasi tutti passati nel cloro. Il ct della pallanuoto azzurra avrebbe lasciato la panchina dove si è seduto per oltre 500 volte se alle Olimpiadi di Parigi 2024 fosse arrivato l’oro. Invece: sogno naufragato ai quarti di finale contro l’Ungheria in una partita maledetta e persa per un clamoroso errore arbitrale, condizionato da una tecnologia inadeguata. Contestazioni, ricorsi, tribunali, parole e anche gesti forti fuori dalla Duna Arena francese. Per protesta, nella gara successiva contro la Spagna il Settebello gira le spalle alla giuria. Cinque Cerchi au revoir: per l’Italia, settima, sei mesi di squalifica e 50 mila dollari di multa. Niente World Cup, però piena riabilitazione per i Mondiali di Singapore che prendono il via l’11 luglio (fino al 24).
Campagna riparte da qui, un’altra volta. Da una parabola che inizia nel barocco di Palermo, sulla sabbia di Mondello, tra i templi di Siracusa, nella piscina comunale dell’Ortigia. E prosegue a Roma, in Grecia, a Roma di nuovo. Come missionario, pirata, maestro, poeta e scienziato della santa waterpolo nazionale. Da giocatore 409 presenze con il Settebello, con Ratko Rudi? vince tutto compreso l’oro ai Giochi di Barcellona 1992. Diventerà assistente del tecnico di Belgrado e dal 2000 lo sostituirà alla guida, per sei anni vola ad Atene (2003-2008), torna. Da ct vince, tra i molti titoli, due Mondiali (2011 e 2019), l’argento olimpico a Londra 2012 e il bronzo a Rio 2016.
Campagna, come si ricomincia?
«Da Italia-Ungheria: anche loro sono rimasti male per come sono andate le cose a Parigi, ci siamo ritrovati in queste settimane, un confronto dal forte valore simbolico, un segnale di distensione e per riallacciare rapporti politico istituzionali, chiudere quel capitolo e riabbracciare il nostro pubblico».
Tornasse indietro a Parigi, rifarebbe tutto?
«In quel momento i nostri sentimenti erano stati toccati profondamente, di pancia il 99 per cento del Paese era con noi. La nostra è stata una protesta dura ma garbata, non volevamo alibi, ma era evidente che il risultato della partita fosse stato alterato. L’errore non veniva dal campo ma dal Var, da una tecnologia non all’altezza. Inammissibile».
Messaggio recepito?
«Ho scritto una lettera di scuse, non volevamo offendere nessuno, ma se ti sacrifichi per quattro anni e il tuo impegno viene rovinato da un errore così, il nostro sport perde credibilità. Abbiamo chiesto strutture adeguate: le immagini della tv che il mondo ha visto in tempo reale, e noi sul maxi schermo, non potevano essere trasmesse al Var a causa di un cavo non collegabile. Incredibile. Ora le cose sono migliorate: alla World Cup, che non abbiamo potuto disputare, c’erano 5 o 6 telecamere di alto livello, video, il challenge per la revisione. Hanno cercato di rimediare al danno che hanno provocato non solo a noi ma anche alla pallanuoto».
Nella sentenza di squalifica, si citano anche aggressioni nel parcheggio fuori dalla piscina.
«Ho già smentito e ribadisco: c’è stato solo un momento complicato, ero già sul pullman quando ho visto che un giocatore aveva preso il telefonino a una persona del Comitato etico, sono sceso e gliel’ho ridato con le nostre scuse».
Sì è parlato di spirito olimpico tradito.
«Non c’è squadra che abbia un’etica come la nostra, e mi ci metto pure io. Ricordo solo una semifinale con la Spagna nel 2018 agli Europei in casa loro: un gol un metro e mezzo dentro non fu fischiato, perdemmo, andai dall’arbitro che mi confessò di non averlo visto e gli credetti, non ci lamentammo di niente. Noi capiamo l’olimpismo, contesto chi ci accusa del contrario».
Complicato gestire l’amarezza olimpica?
«Per cinque mesi non ho voluto chiamare i ragazzi. Nel primo collegiale a gennaio, abbiamo chiarito e discusso quell’episodio, ho chiesto di voltare pagina, pensare alle nostre potenzialità e ai nostri sbagli, mi sono messo in discussione anch’io».
Non lascia.
«Non così, dopo il dramma dei Giochi, dopo 17 anni di fila dove credo di aver fatto abbastanza bene per il movimento e all’ambiente per risultati, innovazione, tecnica. Se avessimo vinto, un pensierino lo avrei fatto».
Per fare che cosa?
«Nasco e morirò allenatore. Magari andrò in un club, anche all’estero, mi piace lavorare nel quotidiano. Faccio il più bel mestiere al mondo».
Quando lo ha capito?
«Quando ho smesso di giocare ho lavorato per un anno in un’assicurazione, mi proponevano di entrare in società, ma parallelamente ho fatto il corso per allenatore, dentro di me sentivo di voler fare questa vita. Quando Rudi? mi ha chiamato, quale palestra migliore?».
Qual è il segreto della sua longevità come commissario tecnico?
«Aver incarnato appunto il ruolo di ct, che è diverso da quello dell’allenatore. È un punto di riferimento di un intero movimento in uno sport minore. Seguo i giovani, mi aggiorno, coinvolgo i comitati regionali, lavoro sul territorio, ho una visione manageriale dell’aspetto tecnico».
Si è separato da Amedeo Pomilio, ex compagno in vasca e a lungo suo braccio destro.
«Dopo 14 anni di matrimonio sportivo ci sta, credo che qualcosa vada cambiato all’interno di ogni organizzazione perché tutti abbiano nuovi stimoli. Niente di personale, sono legato ad Amedeo da amicizia e stima professionale, gli ho offerto il coordinamento nei settori giovanili, lui non se l’è sentita».
Sì sentirà sotto osservazione a Singapore?
«Lo sono sempre, soprattutto di me stesso: mi autoimpongo una sfida continua, sono curioso, affamato. Ho un gruppo giovane, guardo già a Los Angeles 2028, per me sarebbe una chiusura molto romantica, la mia prima Olimpiade fu lì nel 1984».
Preoccupato per i Giochi americani sotto questa amministrazione Trump?
«Ho già pagato dazio a Parigi».
Il mondo è cambiato e anche le generazioni.
«I giovani devono essere coinvolti nel progetto e motivati, patiscono molto il senso di sconfitta, servono loro strumenti. Non vogliono essere trattati come numeri, ma come persone, con empatia. Se vedono il percorso, danno tutto senza risparmiarsi. Ogni generazione è differente e anch’io devo cambiare. Imparare è la parte più bella».
I suoi maestri?
«Tanti. Romolo Parodi all’Ortigia, Fritz Dennerlein in Nazionale, Rudi? ovviamente. Ma anche tanti colleghi, da Fefè De Giorgi agli allenatori di calcio e manager di grandi aziende. Julio Velasco è una risorsa unica: è un grande osservatore, imbattibile nel costruire gruppi e individui vincenti partendo dalle dinamiche in campo».
Quanto conta oggi l’aspetto mentale nello sport?
«Fondamentale, lavoriamo con la psicologa Bruna Rossi da sempre. I ragazzi non li abbandoniamo mai, neanche nel privato».
Cosa fa nel tempo libero, se ne ha?
«Ascolto musica, sono un ex ragazzo malato di dischi e cd, innamorato di Elton John e dei Queen, ora mio figlio mi fa sentire il pop italiano su Spotify, non mi dispiacciono Elodie, Olly, Rose Villain. Guardo la serie tv La Casa di Davide».
È credente?
«Molto. E mi piace il Papa americano, che non conoscevo e non mi aspettavo. Per un certo periodo con alcuni amici colti ci si vedeva una volta a settimana per leggere la Bibbia, se entri dentro al racconto fai fatica a staccartene, è un libro meraviglioso. Come lo sport».