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Luca Guadagnino torna al teatro con Stabat Mater: “Il cinema non si è evoluto allo stesso modo”

In un momento privato; a sinistra, di spalle, durante le prove di Stabat Mater 

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Il regista è famoso per i film, ma la passione iniziale, fin da bambino, è il palcoscenico: «Avevo 7 o 8 anni quando ho conosciuto la sua potenza». E ora torna al primo amore, in attesa di una regia a rischio polemica. Intervista
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Il teatro è sempre entrato nel cinema di Luca Guadagnino. Anche prepotentemente: in Chiamami col tuo nome faceva irruzione durante la scena di un pranzo all’aperto, quando la coppia di attori teatrali Elena Bucci e Marco Sgrosso improvvisava un bisticcio nei panni di storici dell’arte.

Ora, Guadagnino, i suoi rapporti con la cultura e con gli artisti del palcoscenico sono culminati nella ripresa d’una regia del copione Stabat Mater di Antonio Tarantino, protagonista Fabrizia Sacchi. A che si deve questa sua sintonia col teatro?

«Tutto è iniziato quando, da bambino, ho avuto la fortuna di assistere a spettacoli teatrali e d’opera. Avevo 7 o 8 anni quando ho scoperto la magia del palcoscenico, e ho capito subito quanto fosse potente il teatro: la forza delle parole degli autori, dei corpi degli attori, e l’incredibile libertà creativa che permette. Ho sempre sentito una differenza tra l’energia viva e imprevedibile dello spettacolo dal vivo e la costruzione più rigida di un film, con il…

Il teatro è sempre entrato nel cinema di Luca Guadagnino. Anche prepotentemente: in Chiamami col tuo nome faceva irruzione durante la scena di un pranzo all’aperto, quando la coppia di attori teatrali Elena Bucci e Marco Sgrosso improvvisava un bisticcio nei panni di storici dell’arte.

Ora, Guadagnino, i suoi rapporti con la cultura e con gli artisti del palcoscenico sono culminati nella ripresa d’una regia del copione Stabat Mater di Antonio Tarantino, protagonista Fabrizia Sacchi. A che si deve questa sua sintonia col teatro?

«Tutto è iniziato quando, da bambino, ho avuto la fortuna di assistere a spettacoli teatrali e d’opera. Avevo 7 o 8 anni quando ho scoperto la magia del palcoscenico, e ho capito subito quanto fosse potente il teatro: la forza delle parole degli autori, dei corpi degli attori, e l’incredibile libertà creativa che permette. Ho sempre sentito una differenza tra l’energia viva e imprevedibile dello spettacolo dal vivo e la costruzione più rigida di un film, con il suo montaggio e la sua regia. Il cinema ha un suo potere visivo preciso, ma nel teatro e nella lirica ho vissuto esperienze più vere, tangibili, perfino romantiche. Le mie inclinazioni mi hanno portato, col tempo, a cercare un modo per unire tutto questo».

Come valuta oggi lo stato di salute dei repertori teatrali e dell’inventiva scenica rispetto al mondo del cinema?

«Se ci pensiamo bene, negli ultimi decenni il cinema italiano non è riuscito a rinnovarsi con la stessa forza, creatività e consapevolezza che aveva nella seconda metà del Novecento. Al contrario, il teatro ha saputo restare più dinamico, più flessibile, capace di dialogare meglio con il presente. È anche per questo che, in Io sono l’amore, ho voluto inserire in modo consapevole un attore teatrale come Pippo Delbono: una scelta legata a questa visione».

Un’altra conferma del suo amore per gli artisti italiani della prosa, coinvolti nelle sue regie cinematografiche. E lei ha d’altronde messo più volte la firma a spettacoli teatrali, anche se molto pubblico la associa più istintivamente al cinema…

«Tutto è cominciato con un adattamento, con un trattamento dal vivo di Camere separate di Pier Vittorio Tondelli (Guadagnino ha annunciato anche l’adattamento cinematografico, ndr), che realizzai con Filippo Timi, Teresa Saponangelo, Claudio Gioè, un lavoro replicato più o meno per dieci sere, con una rappresentazione al Vittoriale degli Italiani. Poi ho inscenato due edizioni de Le regole dell’attrazione da Bret Easton Ellis, dirigendo Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Valentina Cervi, Claudio Santamaria, Lorenzo Lavia, ancora Gioè e Fabrizia Sacchi. Dopo aver recitato in alcuni miei film, e anche nell’evento-performance di Easton Ellis, ho condiviso con Fabrizia l’idea di una trasposizione dei Buddenbrook di Thomas Mann e di una messinscena de La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams, progetti poi non andati a segno, finché lei non m’ha dato da leggere Stabat Mater di Antonio Tarantino…».

La sua nuova regia, firmata con Stella Savino. Come sono andate le cose, con questo copione?

«Ho subito apprezzato la scrittura dell’autore. Fabrizia m’ha detto che voleva farne un corpo a corpo in una rassegna che 13 anni fa si teneva allo Spazio Uno, un teatro romano di Trastevere, adottandone una versione in napoletano. Ho dato un attento esame alle pagine, e ho accettato subito. Fabrizia s’è abbandonata al testo con un piacere assoluto, non mollando mai la partitura di Tarantino neanche per un minuto, plasmando una performance sontuosa ad ascoltarsi, a vedersi. Che non ho potuto far altro che omaggiare. E quando la co-traduttrice in lingua partenopea Savino m’ha dato una mano alla fine delle prove ho chiesto che condividesse con me la regia di quest’impresa vorace, che merita lunga vita».

Il suo rapporto con lo spettacolo dal vivo è destinato a dare ancora prove singolari e inquietanti. Il Maggio Fiorentino ha annunciato che lei dal 19 aprile 2026 firmerà la regia e la scena de La morte di Klinghoffer di John Adams su libretto di Alice Goodman, opera clamorosa e non facile del 1991, fondata su una crociera mediterranea dell’Achille Lauro che nel 1985 si concluse con la morte simbolica dello statunitense ebreo paraplegico Leon Klinghoffer inflitta dal Fronte per la Liberazione della Palestina…

«Col passare del tempo ho ricevuto vari inviti da teatri lirici europei che mi proponevano di scegliere un’opera e entrare nel loro cartellone. Ho più volte comunicato che avrei voluto occuparmi di questo titolo, ma rispondevano che si trattava di un’opera troppo controversa: l’unico sovrintendente pronto ad accettare subito la mia indicazione è stato Carlo Fuortes, che ha deciso di aprirci il calendario del Maggio Fiorentino del prossimo anno. La musica di Adams, il compositore di Nixon in China, è una partitura ampia e piena di contraddizioni da oratorio e di sonorità burlesche, con costante livello di sfida, e il libretto è densissimo decidendo di far parlare cinque viaggiatori e quattro terroristi. Un’operazione in filigrana, tra mito e Bibbia, dando voce alla civiltà da cui veniamo, profonda e dolorosa, complessa e provocatoria».

In questi nostri tragici giorni, c’è un suo punto di vista?

«La mia idea non conta. I fatti che accadono in Medio Oriente non sono conseguenza degli ultimi anni: hanno a che fare con la storia più lunga del secolo scorso».

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