✕

Stefano Nazzi sul suo podcast Indagini: i mostri non esistono

Stefano Nazzi 

Ascolta l'audio

È tra i più ascoltati d’Italia e con la versione live riempie i teatri. Ora che sta per partire per un nuovo tour e un programma tv, il re italiano del True Crime ci spiega che il male è banale. Come noi
4 minuti di lettura

Stefano Nazzi non si dà arie da filosofo del Male, anzi sul tema in quanto tale non ha molto da dire. Ma come le racconta lui, le storie del Male, in Italia non ce n’è. Da bravo giornalista di cronaca nera, ignaro fino ai sessant’anni di cosa volesse dire esibirsi davanti a un pubblico, in soli tre anni Nazzi è diventato una star del true crime, e non usiamo la parola divo solo perché non si addice al ferreo understatement che lo caratterizza sul palco e nella vita.

Riepilogo: dal 2022 il suo Indagini è sul podio dei podcast nazionali, la declinazione teatrale del format ha infilato un sold out dopo l’altro (si riparte il 15 luglio da Roma), nel frattempo ha scritto il secondo e il terzo libro (Kronaka è del 2011), si è visto in brevi ma sapide incursioni in televisione (a Belve, per esempio), è sbarcato perfino nella fiction con una spassosa e autoironica presenza in Pesci Piccoli 2, il ritorno dei The Jackal.

Su Instagram c’è la pagina Le bimbe di Stefano Nazzi, ritrovo di 1.200 fan…

Stefano Nazzi non si dà arie da filosofo del Male, anzi sul tema in quanto tale non ha molto da dire. Ma come le racconta lui, le storie del Male, in Italia non ce n’è. Da bravo giornalista di cronaca nera, ignaro fino ai sessant’anni di cosa volesse dire esibirsi davanti a un pubblico, in soli tre anni Nazzi è diventato una star del true crime, e non usiamo la parola divo solo perché non si addice al ferreo understatement che lo caratterizza sul palco e nella vita.

Riepilogo: dal 2022 il suo Indagini è sul podio dei podcast nazionali, la declinazione teatrale del format ha infilato un sold out dopo l’altro (si riparte il 15 luglio da Roma), nel frattempo ha scritto il secondo e il terzo libro (Kronaka è del 2011), si è visto in brevi ma sapide incursioni in televisione (a Belve, per esempio), è sbarcato perfino nella fiction con una spassosa e autoironica presenza in Pesci Piccoli 2, il ritorno dei The Jackal.

Su Instagram c’è la pagina Le bimbe di Stefano Nazzi, ritrovo di 1.200 fan scatenate. Lui di follower ne ha più di 120 mila, oltre la metà di Alessandro Barbero che ha cominciato quindici anni prima, per dire. Vive a Milano, dove lo incontriamo in un bar appoggiato sui fianchi del parco Sempione, nel cuore della città dove era un bambino ai tempi di Vallanzasca e Turatello, di per sé già romanzi criminali. «Grandi storie, ci mancherebbe altro. Ma non sono quelle che mi hanno segnato nel profondo. Il caso Tortora, piuttosto. Quando è stato arrestato avevo vent’anni, quello è stato per me un momento fondamentale».

Ci vuole metodo

Mai, a quei tempi, Nazzi, 63 anni, avrebbe pensato di ritrovarsi famoso sulle soglie della terza età, e si fatica a immaginarlo anche noi se pensiamo a quanto la gente voglia a tutti i costi lacrime e sangue, il sentiment sparpagliato sopra i fatti, tutto il contrario delle sue narrazioni geometriche, poco inclini all’effetto speciale, senza strizzatine d’occhio per adescare il pubblico sulla via più facile, l’empatia a tutti i costi.

Lo dice chiaro e tondo: «Le emozioni, se arrivano, devono scaturire dalla storia in sé, non dal carico che il narratore ci mette», ma non punta il dito contro chi racconta omicidi e compagnia bella come fossero serie tv. A ciascuno il suo, come si dice. E il suo è una sorta di maieutica del crime che funziona – e riempie i teatri – grazie alla solidità del giornalismo vecchio stile, quello suola e tacchi, verifiche e riscontri, fatti separati dalle interpretazioni. «È il metodo giornalistico, vale a dire dar conto di una vicenda nel suo complesso, basarsi sui fatti e metterli in connessione, quello che fa la differenza con altre modalità di racconto», ribadisce, ma se gli chiedi cosa pensa di Elisa True Crime, altro successone online, non affonda il colpo: «Elisa è un’amica, una ragazza brava e simpatica, ci sentiamo spesso. Però facciamo due cose molto diverse».

Per capire invece cosa pensa di Aldo Grasso, che ha dichiarato guerra all’epidemia da cronaca nera sui media, bisogna guardare il sopracciglio e da esso intuire un tot di insofferenza, il massimo possibile per uno che per lavoro narra truculenze ed estremità ma nella vita non ha voglia di polemiche, un po’ alla Frankie Hi-Nrg, «Io faccio la mia cosa, altri la loro, legittimamente. Resta il fatto che il successo del genere indica l’esistenza di una domanda forte, c’è un pubblico sempre più vasto e sempre più interessato».

Paura controllata

Sul perché ci appassioniamo tanto ai fatti di sangue si scrivono fiumi d’inchiostro, senza mai azzardarci a pensare che tanto interesse per la devianza serva a distogliere lo sguardo dal male implicito del nostro vivere sociale, ma sul tema Nazzi la pensa un po’ come Carlo Lucarelli, e dice che «l’effetto principe del crime, quando è fatto bene, è generare una “paura controllata”, una catarsi come nelle tragedie greche. Alla resa dei conti è un modo per mettersi di fronte alle cose che non capiamo, che ci sembrano fuori dall’umana comprensione».

Direbbe Aristotele che senza coro la catarsi resta a metà, ma sono tempi di individualismo e la mimesi è sempre più affare del singolo e del bluetooth che lo collega all’airpod infilato nelle orecchie. Ciò che in teatro sopravvive è almeno il totem di un rito collettivo, una grande sfida per chi sale sul palco avendo molto da dire ma senza essere attore. «Prima di andare in scena ho sempre un po’ d’ansia, la paura che non funzioni qualcosa o di dimenticare un passaggio, ma alla fine risolvo nel solo modo che conosco, rimanendo me stesso, affidandomi alla scrittura e al racconto, includendo le mie imperfezioni e il non-essere attore nel modo con cui mi pongo davanti al pubblico. Capita di mangiare qualche sillaba alla fine delle parole, per esempio, ma vado tranquillamente avanti».

Eccolo qui, il Nazzi-segreto. Una persona che ha conoscenza meticolosa dei fatti e li mette in fila seguendo le regole di una narrazione serrata, senza nient’altro intorno, con se stesso dietro e mai davanti alla storia: è l’“autorevole normalità” che si costruisce grazie a un lungo lavoro di asciugatura del superfluo – e del morboso – a cui far corrispondere la sempre attenta emersione del dettaglio. «Nel secondo tour si narra di Pacciani e dei delitti seriali di Firenze, vicenda dagli aspetti parecchio splatter, con le mutilazioni e via dicendo. Ma anche in questo caso seguo la mia regola aurea, vale a dire esplicitare taluni particolari solo dopo essermi chiesto non una ma dieci volte se sono necessari alla comprensione della storia».

Abbiamo scritto Pacciani e non il mostro di Firenze perché Nazzi è convinto – ha ragione da vendere – che i “mostri” siano un’invenzione a mezzo stampa, una consolazione della specie quando un suo appartenente fa cose tremende tipo uccidere, stuprare, torturare. Come Angelo Izzo, quello del massacro del Circeo, altro “mostro” regolarmente iscritto al circolo Homo sapiens al quale ha dedicato il primo tour teatrale, l’anno scorso. Un piccolo trionfo da subito, sotto la buona stella del numero 8 impresso sul piattone di un anello dal quale non si separa mai: «Mi sono convinto che porti fortuna, se arrivassi in teatro e mi accorgessi di averlo perso credo annullerei lo spettacolo», dice con un sorrisone che svela la mitezza appena dietro la faccia da cattivo. «Se i miei tratti somatici sono stati un vantaggio? Che dire, probabilmente sì, mettersi a raccontare certi fatti con un faccino angelico sarebbe stato un filo incongruente».

Il mezzo non è il messaggio

Grazie a Belve il suo è anche un volto televisivo, ma l’introduzione alle interviste della Fagnani è solo il viatico per un nuovo esperimento, una trasmissione tutta sua in Rai che si chiamerà Il Caso e avrà lo stesso approccio di Indagini. Si va in onda dal 16 luglio in prima serata su Rai 3, e sarà un altro linguaggio inedito, com’era stato per i podcast e poi per il palcoscenico, ma Nazzi non crede sia il mezzo a fare il messaggio. «Certo, i tempi sono diversi, ci saranno anche interviste, ma alla fine il metodo è quello, la base di lavoro la stessa». I contenuti, per ora, sono top secret, e per quanto riguarda audience e compagnia quello che conta è prenderla zen, come ha fatto in questi quattro anni ruggenti. «Quello che mi succede è in più, non ho smanie né ansie. Sono contento perché questa seconda vita professionale nasce dal lavoro, non avrebbe mai potuto crescere senza i decenni passati nelle redazioni. Quindi sto vivendo l’esperienza con la massima serenità».

Mentre lo dice sfiora senza accorgersene il numero 8 sull’anello, dalle migliaia in sala si sta per passare ai potenziali milioni sui divani e anche lo zen conosce le insidie della matematica. Che non sono poche, quando la cronaca nera finisce alla tivù.

Leggi i commenti