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La fabbrica della terra rossa

Le imprenditrici Rita e Anna Garavelli. Nicola Marfisi*2025 

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Lo sapevamo che la terra usata nei campi da tennis di tutto il mondo di produce quasi soltanto in Italia? Viene dalle cascine e dalle fornaci del Nord. Siamo entrati nelle aziende che ne hanno fatto un business
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TORRE DE PICENARDI (CREMONA) – Lungo la strada provinciale che taglia la pianura tra Cremona e Piacenza non è difficile scorgerle: imponenti cascine diroccate si susseguono una dietro l’altra, come borghi fantasma arsi dal sole ed erosi dalla pioggia. Per questi splendidi monumenti padani, alcuni troppo fatiscenti per essere restaurati e recuperati, c’è però una nuova vita, una seconda partita che si gioca sui campi da tennis di mezzo mondo: da Roma ad Atene, da Milano a Londra, Da Melbourne ad Abu Dhabi.

A unire passato e presente è una manciata di terra rossa. Lo strato di fard, su cui si consumano gli scatti di campioni e campionesse, dal Panatta di ieri al Sinner e alla Paolini di oggi, è prodotto con i vecchi e preziosissimi mattoni di questi casali abbandonati. «Qui siamo in un’area geografica piena di fornaci da cui uscivano mattoni lavorati con l’argilla del Po che ha quel colore inconfondibile, dovuto alla presenza di ossido di ferro. Lo stesso prodotto confezionato con l’arg…

TORRE DE PICENARDI (CREMONA) – Lungo la strada provinciale che taglia la pianura tra Cremona e Piacenza non è difficile scorgerle: imponenti cascine diroccate si susseguono una dietro l’altra, come borghi fantasma arsi dal sole ed erosi dalla pioggia. Per questi splendidi monumenti padani, alcuni troppo fatiscenti per essere restaurati e recuperati, c’è però una nuova vita, una seconda partita che si gioca sui campi da tennis di mezzo mondo: da Roma ad Atene, da Milano a Londra, Da Melbourne ad Abu Dhabi.

A unire passato e presente è una manciata di terra rossa. Lo strato di fard, su cui si consumano gli scatti di campioni e campionesse, dal Panatta di ieri al Sinner e alla Paolini di oggi, è prodotto con i vecchi e preziosissimi mattoni di questi casali abbandonati. «Qui siamo in un’area geografica piena di fornaci da cui uscivano mattoni lavorati con l’argilla del Po che ha quel colore inconfondibile, dovuto alla presenza di ossido di ferro. Lo stesso prodotto confezionato con l’argilla di un altro fiume, l’Oglio ad esempio, ha una sfumatura completamente diversa».

Rita Garavelli gestisce insieme alla sorella gemella Anna la Terre Davis, l’azienda di famiglia che produce terre rosse per il tennis e il baseball. A fondarla è stato, cinquant’anni fa, papà Umberto: «Faceva il disegnatore meccanico in una fabbrica di Milano che produceva frantoi». Macchinari per la frantumazione. Una conoscenza profonda del settore che un giorno ha incontrato il boom di uno sport che proprio negli anni Settanta ha vissuto il suo periodo più popolare: «Tutti avevano una racchetta in mano, solo a Milano c’erano cinque produttori di terra battuta, oggi siamo in cinque per tutta l’Italia. Papà, che aveva uno zio edile, si rese subito conto che la disponibilità di quella pregiata materia prima ce l’aveva sotto gli occhi tutti i giorni». Siamo a Torre de’ Picenardi, in provincia di Cremona: due capannoni e pochi, semplici, macchinari, per frantumare i mattoni e insacchettare la terra da spedire nei teatri dei tornei più blasonati.

Cinque strati e zero coloranti

«Quando una cascina viene totalmente o anche solo parzialmente demolita, si attiva una rete ormai consolidata di fornitori i quali, anziché conferire i mattoni rossi in discarica, li portano da noi». E il rifiuto inerte si trasforma in polvere magica: «Lavoriamo in totale economia circolare, con i vecchi mattoni fatti a mano e uniti tra loro con l’argilla, un mix di prodotto straordinario».

Il segreto è una sorta di minimalismo produttivo: la materia prima subisce solo un processo di frantumazione ed è perfetta in termini di compattezza, elasticità e drenaggio. Non aggiungiamo coloranti, non aggiungiamo leganti, non aggiungiamo prodotti chimici, quello che arriva lo selezioniamo, maciniamo e insacchettiamo. Produciamo terre sulle quali, come diceva papà, potrebbero giocarci anche gli elefanti».

Il campo da tennis è realizzato con cinque strati, due di ghiaia e tre di terra rossa: tre centimetri di granulato sotto, quattro centimetri di terra rossa più fine e 3 millimetri di fard, la polvere di copertura. Per fare un campo da tennis nuovo servono 60 tonnellate di terra, l’equivalente di un paio di camion pieni circa, mentre per la manutenzione ne bastano tre. Le cascine sono praticamente una miniera d’oro: «Con un casale grande lavoriamo per circa un anno e, con tutti quelli sparsi sul nostro territorio, campiamo ancora un secolo», sorride Anna. L’azienda ha un fatturato annuo di un milione e mezzo di euro e conta sette dipendenti.

Ci sono campi, spiega Rita, che vanno rifatti tutti gli anni, mentre ce ne sono altri sui quali si lavora ogni cinque: «Nel Nord Europa c’è il gelo, il vero nemico della terra rossa, e lì il lavoro è più intenso; invece, al Sud, come a Palermo, serve una manutenzione minore». Via dai cumuli di terra rossa ammonticchiati nei capannoni, sulle pareti dell’ufficio ci sono le foto dei campi di cui Anna e Rita vanno più orgogliose: «Il Foro Italico, che facciamo ormai da trent’anni, è sicuramente il terreno al quale siamo più affezionate. Poi c’è quello del Bonacossa a Milano, dove si gioca il trofeo Bonfiglio e diversi circoli a Palermo e a Napoli». All’estero, invece, si va dalla sede dell’Australian Open, a Melbourne Park, a quella della Federazione americana a Orlando, in Florida. «Abbiamo fatto i campi al Queen’s di Londra, dove nel 2022 ha vinto Matteo Berrettini». E poi, ultima impresa, il Palazzo Reale di Abu Dhabi: «Portare la terra rossa lì non è stato semplicissimo».

Ma delocalizzare, per una volta, è impossibile: «Le cascine sono qua, così come le fornaci da cui prendiamo gli scarti che formano una parte del nostro prodotto». Il prossimo progetto è quello del Centro Olimpico di Atene, mentre c’è un sogno ancora nel cassetto che si chiama Roland Garros.

Qui Imola

A condividere l’ambizione è Filippo Cremonini: insieme alla sorella Cristina guida l’azienda fondata nel 1973 a Imola dal padre Anselmo. Qui, la materia prima da cui nasce la terra rossa è leggermente diversa, perché i mattoni sono nuovi. Ma si tratta sempre e comunque di un processo circolare: «Il prodotto viene da mattoni, tegole e coppi presi direttamente dalle fornaci», spiega Filippo, «solo che si tratta di scarti di produzione che, per diversi motivi, sono fallati o bucati, ad esempio non sono adatti all’edilizia; restano invenduti per anni e noi li ritiriamo per produrre terra rossa. I nostri mattoni arrivano principalmente da fornaci del Centro e del Nord Italia».

Cotti a puntino

La selezione delle fornaci (in Piemonte, Umbria e Toscana), varia a seconda del prodotto necessario: manto o miscelazione per il sottomanto. L’esperienza, anche da queste parti, vale oro: «Il bisnonno prima e il nonno poi hanno gestito una fornace, è nato tutto così». Con l’azzardo di scommettere su uno sport che stava decollando, riconvertendo un impianto produttivo che faceva calce in una macina per terre rosse che oggi fattura 1,8 milioni, produce ventimila tonnellate l’anno e spedisce all’estero cinquecento container.

«Al tempo del boom economico, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando si iniziavano a costruire nuovi circoli di tennis, qualcuno veniva qui a chiedere di macinare un po’ di mattoni, così, quando la produzione di calce non rendeva più e la fornace stava fallendo, i miei genitori hanno deciso di riutilizzare gli impianti per le terre ros- se». Che oggi coprono i campi de- gli Internazionali d’Italia, della Coppa Davis, dell’Atp Challenger.

Negli anni, tra «prove, sperimentazioni e anche fallimenti, siamo riusciti a trovare le miscele giuste che vadano bene per tutti i campi, adatte ai diversi tipi di clima, dai più rigidi ai più miti». Il segreto è uno solo: «Individuare il mattone giusto». Che non abbia salsedine o altri residui, ad esempio, e che sia cotto a puntino, come nelle migliori ricette.

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