I ragazzi che si sono rifiutati di fare l’orale dell’esame di maturità hanno scoperto una falla nel sistema. La burocratizzazione della scuola, i debiti e i crediti, l’e-portfolio e tutte le diavolerie che si sono volute importare dal mondo delle aziende hanno un rovescio della medaglia: se vale solo il numero, se basta raggiungere i crediti, se non mi motivi ad andare oltre la somma dei miei voti, allora io arrivo al minimo indispensabile e lancio il pallone fuori dal campo. Vedo adulti che giudicano con disprezzo i ragazzi che hanno preso parola contro l’esame di maturità.
Non ne condivido né l’arroganza né la boria. Il diciassettenne è più severo di me. Mi ha detto: «Una volta che sei arrivato fin lì, che senso …
I ragazzi che si sono rifiutati di fare l’orale dell’esame di maturità hanno scoperto una falla nel sistema. La burocratizzazione della scuola, i debiti e i crediti, l’e-portfolio e tutte le diavolerie che si sono volute importare dal mondo delle aziende hanno un rovescio della medaglia: se vale solo il numero, se basta raggiungere i crediti, se non mi motivi ad andare oltre la somma dei miei voti, allora io arrivo al minimo indispensabile e lancio il pallone fuori dal campo. Vedo adulti che giudicano con disprezzo i ragazzi che hanno preso parola contro l’esame di maturità.
Maturità, quinta studentessa rifiuta di sostenere l’orale: “I voti non definiscono il nostro valore”
Non ne condivido né l’arroganza né la boria. Il diciassettenne è più severo di me. Mi ha detto: «Una volta che sei arrivato fin lì, che senso ha mollare? Non giocartela fino alla fine?». Il punto è che la voglia di giocare viene quando il gioco può riservarti soddisfazioni, sorprese, un rigore fortunato, la conquista di un salvifico calcio d’angolo. Venti punti più quattordici punti più tredici punti quando si tratta del saper parlare, argomentare, calcolare, ragionare, non sono convinta che siano il modo giusto per appassionare i ragazzi allo studio. Un libro pubblicato da Rubbettino qualche anno fa, scritto da Pierpaolo Perretti, professore di liceo da oltre vent’anni, si intitola Perché (non) andare a scuola e mette sotto esame il sistema dei voti, sempre più asfittico, sempre meno rispondente alla necessità di motivare ragazzi che non sanno neanche dire perché sono in classe. Nel libro successivo, Lo studio. Senso, sconcerto e bellezza, Perretti prova a proporre categorie nuove: come la meraviglia. L’utilità dell’apparentemente inutile. Sono convinta da tempo che far seguire alla scuola l’impostazione di un’azienda non serva a nulla: né a preparare i ragazzi al mondo del lavoro, né a rendere il sistema più efficiente. Ma sono anche convinta, come mi dice Viola Ardone, che la singola protesta non serva a nulla. Nasconde il rifiuto della frustrazione che cresce con le nuove generazioni: non faccio la prova perché ho paura di un giudizio negativo; mi blocco davanti al compito in classe perché potrei fallirlo. Non è un sentimento che dobbiamo coltivare. Va, invece, sfidato. Se i ragazzi vogliono prendere parola e contestare l’esame di maturità, come fecero coloro che portarono alla riforma del ’68, devono parlarne e trasformare la loro critica in azione collettiva. Facciano proposte, dicano che cosa non va, ma mettano insieme le loro esigenze e non lascino che ognuno vada per la sua strada. Chi insegue il suo 100, chi non vuole farsi interrogare perché sa che tanto non lo raggiungerà. Trovo positivo che i ragazzi invece di ritirarsi parlino agli adulti del loro disagio. Devono però trovare il modo di fare rete, di essere comunità. Di agire per il bene di tutti, e non solo per rassicurare il proprio io.