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Una ballata per matrimoni dei dimenticati Chicago

La copertina di Chicago II (1970) dei Chicago che contiene la canzone Colour My World 

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La canzone della settimana è “Colour My world”
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Qesta è davvero rimasta sepolta. Ogni tanto, Colour My World dei Chicago riaffiora (per esempio nella colonna sonora della serie Parenthood) per poi scomparire di nuovo. Gli anni 70 furono generosi e tiranni, gli 80 egoisti, i 90 devastati dal digitale, infine il nuovo millennio, divorato e schiavizzato dalla Rete. I Chicago sono una delle vittime della tirannia dei Settanta. Forse anche per una sorta di scarsa autostima che li ha confinati nel loro tempo. Dicevano: «Siamo una band di rock’n’roll con fiati», in effetti erano molto di più di quella routine che li ha schiacciati (i loro 38 album, ad esempio, intitolati in numeri romani da I a XXXVIII, tutti con il medesimo artwork, come si trattasse di patatine o bibite gassate).

Se ne parlava, all’inizio di quel decennio, come dei rivali più temibili…

Qesta è davvero rimasta sepolta. Ogni tanto, Colour My World dei Chicago riaffiora (per esempio nella colonna sonora della serie Parenthood) per poi scomparire di nuovo. Gli anni 70 furono generosi e tiranni, gli 80 egoisti, i 90 devastati dal digitale, infine il nuovo millennio, divorato e schiavizzato dalla Rete. I Chicago sono una delle vittime della tirannia dei Settanta. Forse anche per una sorta di scarsa autostima che li ha confinati nel loro tempo. Dicevano: «Siamo una band di rock’n’roll con fiati», in effetti erano molto di più di quella routine che li ha schiacciati (i loro 38 album, ad esempio, intitolati in numeri romani da I a XXXVIII, tutti con il medesimo artwork, come si trattasse di patatine o bibite gassate).

Se ne parlava, all’inizio di quel decennio, come dei rivali più temibili dei Blood, Sweat & Tears, con i quali avevano in comune il vizietto di diluire il rock nel jazz (attenzione, rock-jazz, non jazz-rock, che era quello dei Weather Report, per intenderci), e a ragione, perché i Chicago vendettero in pochi anni 100 milioni di LP, molti dei quali doppi: 23 dischi d’oro, 18 di platino, 8 di doppio-platino; 5 album al numero uno e 21 singoli nella top-ten Usa – adorati dalle platee rock e dal pubblico delle sale da concerto.

Oggi sarebbero considerati prolissi, ma mezzo secolo fa era una goduria quando i rocker s’impegnavano in composizioni più audaci e ambiziose – come i Chicago nel loro II album, che nel 1970 fu un trionfo – con Ballet for a Girl in Buchannon, una suite in sette movimenti – Colour My World, il quinto, è una sopravvissuta, ballata classicheggiante che da lì a poco sarebbe diventata un must da matrimoni: in primo piano la voce di Peter Cetera, il pianoforte di Robert Lamm e il flauto di Walter Parazaider (presente anche nel IV album, Chicago at Carnegie Hall, pubblicato nel 1971). Dura poco più di due minuti ed è il frammento più prezioso di un mosaico che oggi sembra irrimediabilmente danneggiato. Incantevole e malinconica come le migliori ballate del primo Elton John.

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