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Una mamma (e pedagogista) su Fb: “Troppi 9, gli insegnanti non sanno più valutare”

Il suo post con i risultati della classe del figlio 
Maria Luisa Iavarone, docente di Pedagogia all’Università di Napoli sul social commenta la pioggia di bei voti all’esame di terza media nella classe del figlio. «Tutti bravi? Impossibile!». Segue dibattito...
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Maria Luisa Iavarone, docente di Pedagogia sperimentale all’Università di Napoli Parthenope, l’ha fatta grossa: qualche giorno fa ha pubblicato su Facebook, previo oscuramento dei nomi, il tabellone con i risultati degli esami di terza media del figlio tredicenne e di tutti i suoi compagni. «Lo dico mio malgrado, ma veramente gli insegnanti non sanno valutare» era l’inizio del post, dove dava conto del fatto che, in questa classe di 15 ragazzini, ben 13 hanno chiuso il ciclo in bellezza, portando a casa uno splendido 9. Due milioni e mezzo di visualizzazioni e un numero molto alto di interazioni confermano che il post ha scatenato quella che lei chiama «una tempesta imperfetta».

Mentre prepara l’uscita del libro L’Educazione patetica (Franco A…

Maria Luisa Iavarone, docente di Pedagogia sperimentale all’Università di Napoli Parthenope, l’ha fatta grossa: qualche giorno fa ha pubblicato su Facebook, previo oscuramento dei nomi, il tabellone con i risultati degli esami di terza media del figlio tredicenne e di tutti i suoi compagni. «Lo dico mio malgrado, ma veramente gli insegnanti non sanno valutare» era l’inizio del post, dove dava conto del fatto che, in questa classe di 15 ragazzini, ben 13 hanno chiuso il ciclo in bellezza, portando a casa uno splendido 9. Due milioni e mezzo di visualizzazioni e un numero molto alto di interazioni confermano che il post ha scatenato quella che lei chiama «una tempesta imperfetta».

Mentre prepara l’uscita del libro L’Educazione patetica (Franco Angeli, a ottobre), nella sua casa di Napoli affrontiamo la questione.

Nel mondo della scuola il voto è un argomento divisivo e crudele. Come minimo le avranno detto che è stizzita perché suo figlio non ha avuto 10.

«Invece ritengo che il 9 di mio figlio sia giusto. Aveva la media del 9 e mezzo, il 10 ci poteva stare ma va bene così. Lui l’ha presa con filosofia, forse si aspettava che in modo equanime e buonista gli insegnanti dicessero “siete stati tutti bravi”. Ma nessuno è bravo nella stessa maniera. È irrealistico e falso che 13 ragazzi su 15 abbiano la stessa identica valutazione. Tredici ragazzini uguali non esistono».

Curioso, ma non impossibile.

«Ha in mente la curva di Gauss? Ha la forma di una campana ed evidenzia la curva statistica normale delle prestazioni, incluse quelle dell’apprendimento: nella parte più alta e ampia si colloca la prestazione media, nelle due ali estreme si trovano, da una parte, i più carenti, dall’altra le eccellenze. Nel tabellone che ho pubblicato dove sono i 7 e gli 8, e dove sono i 10?».

Oltre alla pioggia di 9, però, un 8 e un 10 ci sono stati.
«L’unico 8 è stato attribuito a un ragazzino che ha diritto al sostegno durante le lezioni. Un voto che lo ha lasciato in perfetta solitudine».

Il suo post non è piaciuto agli insegnanti.

«Ci sono stati molti commenti aggressivi, del tipo “lei si faccia gli affari suoi”, “sono le persone come lei che rovinano la scuola”, “fuori i genitori dalla scuola”. Altri si sono limitati a dire che questo intervento alimenta un clima già pesante. Non sapendo che sono una docente anch’io e che il mio campo, pensi un po’, è “progettazione e valutazione dei sistemi formativi”. Tanti, però, hanno colto il punto: scuola ed extrascuola devono cooperare e la valutazione deve essere comprensibile ai genitori perché è un fatto dialogico e relazionale».

Non è facile da comprendere.

«Ma l’appiattimento tradisce il mandato educativo della valutazione, che consiste nel restituire senso e significato allo sforzo, all’impegno personale e alla diversità delle capacità individuali. Valutare non significa solo assegnare un punteggio, bensì restituire all’altro una immagine di sé: quella immagine può incoraggiare, spegnere o spingere anche a stare fermi. Questa sequenza piatta di 9 parla di un sistema che preferisce sembrare efficace invece che esserlo realmente, rinunciando alla sua missione educativa. Il risultato finale, come confermano da tempo l’Ocse, l’Invalsi e l’Istat, è che una quota significativa di studenti esce dalle medie inferiori con le competenze delle elementari, un’altra esce dalle superiori con le competenze delle medie. La pioggia di 100 cui abbiamo assistito nell’ultimo esame di maturità va inscritta in questo fenomeno. Li mandiamo nell’agone della vita e del mondo del lavoro con uno strumento farlocco, un diploma che è un’arma caricata a salve».

Come hanno preso il post gli insegnanti della scuola di suo figlio?

«Non si sono fatti sentire, mi hanno negato anche solo una replica. La dirigente, non pervenuta. La scuola non vuole relazionarsi con i genitori. Negli anni Settanta, con i decreti delegati, si è fatto di tutto per portarli dentro la scuola. Oggi si dice che sono importanti, ma poi neanche si risponde. I genitori si preferisce tenerli fuori».

E lei con i suoi studenti come si regola?

«Ai ragazzi interessa la qualità della relazione: spiegare loro il senso di quella valutazione li aiuta a progredire. Ogni volta che ho davanti uno studente in difficoltà, provo a fare crescere la capacità di provarci e di andare avanti. Condividere il significato di quel voto, anche negativo, aiuta a riprovarci. Oggi tanti ragazzi abbandonano perché non ritengono di essere capaci. Inciampare in un buon valutatore può fare la differenza. Ma nel nostro Paese non c’è una vera cultura della valutazione. Quale merito c’è in una valutazione dove tutti hanno lo stesso merito? Lo dico pensando anche al ministero, che oggi si chiama “del Merito”. Da quando poi c’è il registro elettronico…».

Il registro dovrebbe favorire la comunicazione scuola-famiglia.

«Nel nostro sistema fa solo sì che il voto sia consegnato da un adulto a un altro adulto. Il ragazzo dovrebbe portare a casa il voto e giustificarlo, assumendosene le responsabilità davanti alla famiglia. Invece i genitori spesso sono informati dall’app sul loro telefono di quel voto prima ancora dei ragazzi. È terribilmente deresponsabilizzante».

Il suo nuovo libro, L’Educazione patetica, di che cosa parla?

«Degli inciampi e degli errori nell’educazione nel nostro tempo».

Qual è l’errore numero uno?

«Genitori e insegnanti hanno smesso di essere partner e alleati. Gli insegnanti non stimano i genitori, non li ritengono capaci di educare i figli-alunni. I genitori cordialmente ricambiano questa disistima. È una comunità dove nessuno stima nessuno e il prezzo lo pagano i ragazzi. È urgente un ripensamento dell’intero sistema. Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio, dice un proverbio africano spesso citato. Ma ora è arrivato il tempo di “educare il villaggio”».

Sul Venerdì del 18 luglio 2025

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