Da quando abbiamo scoperto che i delfini, oltre ad essere molto intelligenti e dotati di una complessa socialità, producono una vasta gamma di suoni, ci si chiede se per caso non siano in grado di “parlare” fra loro. Eppure, la questione se abbiano un linguaggio paragonabile al nostro, cioè basato su suoni che indicano concetti da unire poi in frasi, è ancora irrisolta. Nonostante si siano osservati e fatti esperimenti per decenni sia su animali in natura, che su quelli in vasca, nessun “delfinese” è mai emerso. Ci dobbiamo arrendere?
Forse no: una notizia proveniente dalla Florida riapre adesso la questione. Il team di Laela Sayigh, del Woods Hole Oceanographic Institute, ha vinto i 100mila dollari messi in palio dalla Coller Dolittle Challenge per la migliore ricerca sulla comunicazione animale proprio per aver scoperto, forse, le prime “parole” usate dai delfini.
«Si sa già da alcuni anni che circa la metà dei fischi emessi dai delfini sono una “firma”, una sorta di nome proprio co…
Da quando abbiamo scoperto che i delfini, oltre ad essere molto intelligenti e dotati di una complessa socialità, producono una vasta gamma di suoni, ci si chiede se per caso non siano in grado di “parlare” fra loro. Eppure, la questione se abbiano un linguaggio paragonabile al nostro, cioè basato su suoni che indicano concetti da unire poi in frasi, è ancora irrisolta. Nonostante si siano osservati e fatti esperimenti per decenni sia su animali in natura, che su quelli in vasca, nessun “delfinese” è mai emerso. Ci dobbiamo arrendere?
Forse no: una notizia proveniente dalla Florida riapre adesso la questione. Il team di Laela Sayigh, del Woods Hole Oceanographic Institute, ha vinto i 100mila dollari messi in palio dalla Coller Dolittle Challenge per la migliore ricerca sulla comunicazione animale proprio per aver scoperto, forse, le prime “parole” usate dai delfini.
«Si sa già da alcuni anni che circa la metà dei fischi emessi dai delfini sono una “firma”, una sorta di nome proprio con cui indicano agli altri la loro identità. Del significato dell’altra metà, i “fischi non-firma”, invece non si sapeva molto» ci spiega Daniela Silvia Pace, ricercatrice e coordinatrice del Gruppo di ecologia e acustica dei mammiferi marini dell’Università di Roma Tor Vergata. «Adesso i colleghi americani, dopo aver trasmesso in acqua due tipici fischi non-firma a un gruppo di delfini, alcuni dei quali dotati di sensori che ne rivelavano il comportamento in mare, hanno scoperto che uno dei due suoni spingeva gli animali ad allontanarsi, come fosse un segnale di allarme, mentre l’altro induceva un comportamento di esplorazione, quasi fosse una “domanda” di fronte a qualcosa di insolito».“Parole” di questo tipo fra gli animali non sono sconosciute: i cercopitechi verdi, per esempio, emettono singoli suoni specifici quando vedono un serpente, un’aquila o un leopardo, e forse anche l’uso di “parole” nei delfini si ferma a quel livello.
Ma se un linguaggio sonoro complesso extra umano esiste sulla Terra, è certo fra i cetacei che dobbiamo cercarlo: sono animali con un grande cervello e notevoli capacità cognitive e sociali, vivono in un ambiente che trasmette benissimo i suoni, devono spesso comunicare senza vedersi, praticano vari tipi di caccia coordinata e possiedono complessi organi di fonazione.
Il canto delle balene
Magari gli affascinanti canti delle megattere sono già un linguaggio simile al nostro? «Le conoscenze attuali non sembrano confermare questa ipotesi, pur essendo i canti sequenze di suoni altamente strutturate. Si sa che li producono i maschi nella stagione riproduttiva e che tutti i maschi cantano la stessa canzone, pur introducendo variazioni individuali che poi imitano a vicenda. Pare che poi le femmine scelgano i maschi più creativi e resistenti nel cantare. Insomma, più che un vero linguaggio, ricordano i canti usati dagli uccelli per attrarre un partner». E allora forse un linguaggio ce l’hanno le orche, che devono sicuramente coordinarsi durante le loro complesse battute di caccia?
«Non si può escludere, ma studiare le loro vocalizzazioni in quelle occasioni è complicato, avvenendo spesso in luoghi remoti o in mare aperto. È vero che il repertorio acustico di orche e delfini in acquario può essere indagato in modo più agevole, ma è altrettanto vero che l’espressione di questi suoni è limitata dalla condizione confinata in cui vivono, priva degli stimoli ambientali e sociali delle popolazioni naturali. In generale, bisogna sempre essere cauti quando si paragona il comportamento non umano con quello umano, compreso il confronto tra la comunicazione degli animali e il nostro linguaggio. Delfini, megattere e orche sono perfettamente adattati all’ambiente acquatico con le straordinarie capacità comunicative che l’evoluzione gli ha conferito, ma è improbabile che queste siano simili alle nostre, visto che ci siamo evoluti in ecosistemi e circostanze del tutto diversi».
Pace fa comunque la sua parte per capire fino a dove si spinga il “linguaggio” dei delfini, e lo fa in un posto sorprendente: non una qualche remota località esotica, ma nel mare davanti a Ostia, Roma. «È poco noto, ma qui c’è una popolazione residente di circa un centinaio di individui. Li studiamo da quasi dieci anni e registriamo l’enorme varietà di suoni che emettono, fra click ultrasonici, usati per ecolocalizzare le prede, fischi di comunicazione e strani “ragli” ancora misteriosi nella loro funzione».
E sono proprio le sequenze di “ragli” ad aver stimolato la curiosità del gruppo della ricercatrice. «Ne emettono molti, ad esempio durante la caccia ai cefali, quando scendono in massa dal Tevere. In quelle occasioni i delfini devono cooperare per poterli circondare e catturare, e forse i “ragli” potrebbero essere suoni di coordinamento. Ma dimostrarlo non sarà facile: il problema è che abbiamo i suoni, ma non sappiamo esattamente cosa faccia il singolo delfino sott’acqua mentre li emette, e come rispondano gli altri. Utilizzando i droni ora riusciamo però ad accoppiare le registrazioni acustiche alle immagini di superficie, ottenendo una migliore rappresentazione di quanto accade in acqua. E in futuro avremo il supporto dell’intelligenza artificiale, che ci aiuterà a comprendere l’associazione tra un comportamento e un certo tipo di suono».
La ricerca sui delfini romani però, ha già prodotto un risultato. «Colleghi brasiliani ci hanno invitato a fare ricerca con loro nella città di Laguna, famosa perché lì i delfini collaborano con i pescatori nella caccia ai cefali: in pratica compattano i banchi e li spingono verso le reti, ricevendo poi in cambio parte del pescato, oltre ai pesci che sfuggono dalle reti. Se troveremo i finanziamenti, sarà una preziosa occasione per studiare quali suoni emettono i delfini quando interagiscono con l’uomo». E chissà che prima o poi non si scopra il fischio, o raglio, delfinesco che indica “quello strano bipede sulla barca”.
Sul Venerdì del 18 luglio 2025