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Annalisa Cuzzocrea: I cervelli non fuggono

Ogni anno, tra il 2013 e il 2023, 15 mila laureati italiani hanno scelto l’estero: Germania, Regno Unito, Francia, Svizzera (Nella foto, la Normale di Pisa). Getty Images 

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Siamo noi a non essere capaci di tenere i nostri ragazzi qui. Ringrazio la lettrice Graziella per avercelo ricordato
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Una gentilissima lettrice di 84 anni, Graziella, mi ha scritto una lettera che mi ha fatto molto riflettere. E che penso meriti di essere condivisa perché racconta, meglio di tanti studi sociologici, il Paese che abbiamo costruito. Un Paese in cui «non c’è una vera fuga dei cervelli», ma uno Stato che non sa accompagnarli, valorizzarli, prendersene cura. «Mia figlia ha avuto da sempre la passione della ricerca, io e mio marito abbiamo deciso di aiutarla a realizzare questo suo sogno. Io impiegata con stipendio da donna e mio marito operaio, ma per i figli i sacrifici si fanno senza riconoscerli come tali». Quando ho letto queste righe, ho pensato ai miei nonni materni, che avevano pochissimo, ma hanno fatto di tutto perché mia madre – nata nel 1946, in pieno Dopoguerra – potesse portare in fondo gli studi. E ai miei genitori, che non mi hanno mai fatto pesare neanche per un istante i sacrifici fatti per consentirmi di studiare fuori, di specializzarmi dopo la laurea, di passare un per…

Una gentilissima lettrice di 84 anni, Graziella, mi ha scritto una lettera che mi ha fatto molto riflettere. E che penso meriti di essere condivisa perché racconta, meglio di tanti studi sociologici, il Paese che abbiamo costruito. Un Paese in cui «non c’è una vera fuga dei cervelli», ma uno Stato che non sa accompagnarli, valorizzarli, prendersene cura. «Mia figlia ha avuto da sempre la passione della ricerca, io e mio marito abbiamo deciso di aiutarla a realizzare questo suo sogno. Io impiegata con stipendio da donna e mio marito operaio, ma per i figli i sacrifici si fanno senza riconoscerli come tali». Quando ho letto queste righe, ho pensato ai miei nonni materni, che avevano pochissimo, ma hanno fatto di tutto perché mia madre – nata nel 1946, in pieno Dopoguerra – potesse portare in fondo gli studi. E ai miei genitori, che non mi hanno mai fatto pesare neanche per un istante i sacrifici fatti per consentirmi di studiare fuori, di specializzarmi dopo la laurea, di passare un periodo all’estero. Non li consideravano sacrifici, come dice Graziella. Che insieme al marito ha fatto di tutto per permettere alla figlia di realizzare il suo sogno. Non svelo, per ragioni di privacy, il resto della lettera. Ma posso dirvi che parla di percorsi universitari lunghi, faticosi, poco remunerati, interrotti da periodi di insegnamento perché, se non hai le spalle coperte, ti serve un lavoro stabile.

Sappiamo quanto sia difficile andare avanti sulle proprie gambe nel mondo dell’università e quanto troppo spesso non dipenda da quanto ti impegni né da quanta fortuna tu abbia. Dipende da quel che hai alle spalle, da quanto puoi permetterti di aspettare. Ho ripensato a questa lettera nei giorni in cui i ragazzi protestano per l’esame di maturità, e ho riflettuto sul modo in cui li tratta la politica: come bambini capricciosi, anche nel momento in cui prendono parola per tentare di spiegarci cosa non va. Al di là degli errori di valutazione, al di là degli ostacoli cui devono abituarsi, perché la vita ne è piena, trovo assurdo che non ci si soffermi a riflettere su quegli ostacoli chi ha in mano il governo e la capacità legislativa del Paese. Che si riempia la bocca della parola meritocrazia quella classe politica responsabile dell’avanzare incontrollato delle università telematiche, equiparate – come titolo di studio – a percorsi ben più approfonditi. Prima di prendersela con i ragazzi che studiano o vorrebbero farlo, bisognerebbe soffermarsi sull’equità dei percorsi che vengono loro garantiti. Sulla diseguaglianza che li segna anche se basterebbe un sistema serio di borse di studio per mettervi fine. Sulla capacità del Paese di puntare su istruzione e ricerca, invece di dedicare a queste voci una percentuale di Pil ben inferiore a quella dei Paesi europei più evoluti. Ha ragione Graziella, non sono i cervelli a fuggire, siamo noi a non essere capaci di tenerli qui.

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