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Vittorio Lingiardi: nel ventre della balena con il film “Yunan”

Georges Khabbaz (Munir) e Hanna Schygulla (Valeska)sono i protagonisti del film di Ameer Fakher Eldin 

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PSYCHO Lo sradicamento di un rifugiato nell’opera del tedesco-siriano Eldin
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Il film è lento come il passare del tempo. Munir, il protagonista, è laconico, ma la sua faccia, quella dell’attore Georges Khabbaz, abita ogni silenzio. L’altra protagonista, Valeska, è Hanna Schygulla con i suoi 82 anni. Basta che muova una palpebra e a noi non resta che inchinarci al mezzo secolo di cinema che porta con sé. Il film si intitola Yunan, il regista è Ameer Fakher Eldin, tedesco e siriano. Prostrato dal tormento e visitato da sogni arcaici pieni di malinconia, Munir, scrittore arabo espatriato in Germania – la fame d’aria dei piccoli attacchi di panico, il desiderio sessuale che si spegne, la scrittura che si arena, le telefonate con la madre lontana e ammalata di demenza – decide di lasciare Amburgo per rimanere da solo. Sceglie un’isola delle Hallingen, piccolo arcipelago nel Mare del Nord attraversato dal vento e inghiottito dalle maree. «Non solo un’ambientazione», dice il regista, «ma una metafora perfetta per il ritmo della storia: sommersione, perdita e ritorno. …

Il film è lento come il passare del tempo. Munir, il protagonista, è laconico, ma la sua faccia, quella dell’attore Georges Khabbaz, abita ogni silenzio. L’altra protagonista, Valeska, è Hanna Schygulla con i suoi 82 anni. Basta che muova una palpebra e a noi non resta che inchinarci al mezzo secolo di cinema che porta con sé. Il film si intitola Yunan, il regista è Ameer Fakher Eldin, tedesco e siriano. Prostrato dal tormento e visitato da sogni arcaici pieni di malinconia, Munir, scrittore arabo espatriato in Germania – la fame d’aria dei piccoli attacchi di panico, il desiderio sessuale che si spegne, la scrittura che si arena, le telefonate con la madre lontana e ammalata di demenza – decide di lasciare Amburgo per rimanere da solo. Sceglie un’isola delle Hallingen, piccolo arcipelago nel Mare del Nord attraversato dal vento e inghiottito dalle maree. «Non solo un’ambientazione», dice il regista, «ma una metafora perfetta per il ritmo della storia: sommersione, perdita e ritorno. Ciò che scompare non è sparito per sempre, ma quando torna non è immutato».

Yunan è un film sullo sradicamento, sugli spazi silenziosi dell’esilio. Un film sulla nostalgia, il dolore del ritorno, termine coniato nel XVII secolo per descrivere il “mal di patria” che coglieva i soldati svizzeri che combattevano all’estero e soffrivano per la lontananza dalla loro terra. Sull’isola, vero e proprio mindscape, Munir incontra Valeska, che gestisce la guest house, e il suo ruvido figlio Karl. Un incontro di pochissime parole, di sguardi e gesti di cura che si fanno strada nel cuore pesante di Munir, riattivando una corrente materna. Yunan, versione coranica di Giona, è il profeta che rimase tre giorni e tre notti nel ventre della balena. Uno stato di alienazione, geografico e psicologico, né terra né mare. Come lo spaesamento trasformativo di Munir.

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