Napoli, 13 fotografi per svelare “lo stato delle cose”
dal nostro inviato Michele GravinoCome rappresentare una città che da sempre vive (anche) della propria autorappresentazione? Come sfuggire ai cliché in un luogo in cui la necessità di evitarli è diventata essa stessa un luogo comune (“pecché Napule adda cagnà e Rovigo no?” gridava un Massimo Troisi minacciato da un killer tradizionalista in No grazie, il caffè mi rende nervoso, anno 1982)? Prova a rispondere Napoli-Lo stato delle cose, un progetto fotografico collettivo coordinato da Antonio Biasiucci.
Sessantatré anni, arrivato a Napoli nel 1980 da Dragoni, Caserta, dove il padre era il fotografo di cerimonie del paese, Biasiucci è da tempo un nome affermato nella fotografia d’arte con diverse personali realizzate in giro per il mondo (la sua mostra Insula è in corso a Capri fino al 30 ottobre) e lavori esposti nei maggiori musei. A lui si è rivolto il Comune per tracciare…
Come rappresentare una città che da sempre vive (anche) della propria autorappresentazione? Come sfuggire ai cliché in un luogo in cui la necessità di evitarli è diventata essa stessa un luogo comune (“pecché Napule adda cagnà e Rovigo no?” gridava un Massimo Troisi minacciato da un killer tradizionalista in No grazie, il caffè mi rende nervoso, anno 1982)? Prova a rispondere Napoli-Lo stato delle cose, un progetto fotografico collettivo coordinato da Antonio Biasiucci.
Sessantatré anni, arrivato a Napoli nel 1980 da Dragoni, Caserta, dove il padre era il fotografo di cerimonie del paese, Biasiucci è da tempo un nome affermato nella fotografia d’arte con diverse personali realizzate in giro per il mondo (la sua mostra Insula è in corso a Capri fino al 30 ottobre) e lavori esposti nei maggiori musei. A lui si è rivolto il Comune per tracciare un ritratto fotografico della città che cambia, nell’ambito di Napoli contemporanea, il programma di installazioni e acquisizioni artistiche coordinato da Vincenzo Trione. E a sua volta Biasiucci ha coinvolto nel progetto tredici fotografi emergenti che aveva avuto come allievi nel Laboratorio irregolare che tiene da una decina d’anni in città, a titolo completamente gratuito. A ognuno di loro è stato assegnato un tema – il cibo, il mare, il turismo, la natura, il sottosuolo… – e concesso circa un anno per esplorarlo in massima libertà.
Un tempo lunghissimo in un’epoca di fotografie scattate a raffica e subito esposte, a inondare i social. Ma proprio il tempo, la lentezza, è una chiave della poetica di Biasiucci: «Uno dei miei primi lavori aveva come soggetto cinque vacche in una stalla al mio paese» racconta. «All’inizio erano un’immagine banale, retorica: delle belle vacche. Solo costringendomi a tornarci ossessivamente ho visto che quelle vacche potevano diventare altro: paesaggi, montagne, praterie antropomorfe... Ecco, questo lavoro di ripetizione, di scarnificazione, permette di scavare dentro il soggetto ma anche dentro se stessi, fino a trovarsi di fronte all’inaspettato».
Già, ma di fronte adesso c’è Napoli, soggetto esplorato e riprodotto quant’altri mai. Ancora di più oggi, quando con l’esplosione del turismo, il relativo calo della criminalità e anche i successi calcistici la città diventa sempre più un brand, un fondale teatrale, un parco a tema da usare come fondale per selfie. «Dal punto di vista dell’immagine questa città è spinta verso una retorica terribile che fa vedere sempre le stesse cose: la gente in motorino senza casco, i tatuaggi, le pizze… un continuo atto di prostituzione dei napoletani ai turisti» commenta Biasiucci. Dal suo studio su via dei Tribunali ha visto la trasformazione del centro storico, un tempo off limits per i forestieri, grazie a «un’economia dell’accoglienza tutta fondata sul cibo: qui c’è la pizza, poco più avanti la frittatina di pasta, e il cuoppo con la frittura, lo spritz a un euro, la sfogliatella frolla e riccia. Questa strada è un immenso carboidrato».
Ecco allora che sotto la sua guida i fotografi selezionati per Lo stato delle cose cercano di sparigliare. Pasquale Autiero racconta il cibo ritraendo gli ingredienti – i carciofi, i friarielli, i pesci e molluschi del cuoppo – in nature morte che sembrano quadri caravaggeschi. Valerio Polici si tuffa nel flusso dei turisti alternando immagini di folla a dettagli quasi astratti dei luoghi di pellegrinaggio, come il “tempio” di Maradona ai Quartieri spagnoli. I bagnanti ritratti da Valentina De Rosa non sono chiassose famiglie armate di racchettoni e mappatelle di cibo ma ragazzi, donne, anziani, in posa austera, a figura intera, davanti a un mare che può sembrare ancora splendido e incontaminato.
E ancora, Maurizio Esposito esplora l’immenso sottosuolo di Napoli – quello raggiungibile dai turisti e quello nascosto di grotte, rifugi antiaerei, cimiteri, depositi giudiziari – scattando in condizioni di luce minima, «come se fossi il primo a metterci piede». Chiara Arturo rappresenta il carcere non con drammatiche immagini di corpi costretti dietro le sbarre, ma attraverso foto minimali di oggetti di uso comune – uno specchio, una forchetta, una bottiglia – e didascalie che spiegano la loro importanza nell’ecologia della prigione e le complicatissime procedure cui i detenuti devono sottostare per ottenerli. Valeria Laureano dedica una serie di ritratti alle anziane che abitano nel centro storico, «quasi una tribù che resiste alla gentrificazione e allo sfruttamento turistico, depositarie della memoria e allo stesso tempo custodi dell’accoglienza e della cura».
Il lavoro è ancora in progress: la consegna è prevista per questo autunno, seguita da una mostra e dalla pubblicazione di un libro Electa nei primi mesi del 2026. «E però sono ricerche così vaste che ognuna può diventare un libro a sé stante» conclude Biasiucci. «Napoli di talenti ne produce ancora tanti in tutti i campi, ma troppo spesso non trovano spazio. Aiutarli a esprimersi è il mio modo per ripagare questa città che mi ha accolto e mi ha dato molto».
Sul Venerdì del 25 luglio 2025