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L’Italia del cricket: quelli che ai Mondiali ci vanno

L’Italia di cricket a Voorburgn, nei Paesi Bassi, festeggia la qualificazione per la Coppa del Mondo T20 2026. In piedi, secondo da destra, il capitano Joe Burns. G.van der Laarse / federazione italiana cricket 

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Per la prima volta nella storia, gli Azzurri si sono qualificati per il Campionato 2026. Come ci racconta chi li conosce bene. Un inglese, of course
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Può anche darsi che cambiare un’altra volta cittì possa far del bene alla Nazionale di calcio italiana. E chissà, magari l’audace scommessa di puntare sullo spirito vecchio stile di un Rino Gattuso riporterà finalmente gli Azzurri ai Mondiali la prossima estate, evitando l’umiliazione di perdersi il terzo torneo consecutivo. Può darsi. Intendiamoci: io ci spero. Da giornalista sportivo inglese, di lunga data, so per certo che i Mondiali con l’Italia sono più belli – è lì che mostra tutto il suo talento, le tattiche e il coraggio, oltre che i difetti. Ero a Berlino per la finale del 2006, l’ultima volta che siete stati campioni. Ed ero a Daejeon del 2002, quando invece avete perso contro la Corea del Sud (e contro un arbitro piuttosto discutibile).

Ma so anche che per i tifosi più appassionati e intelligenti degli Azzurri si apre ora un’altra strada da percorrere. Esiste infatti una Nazionale italiana che per i Mondiali del prossimo anno si è già qualificata. È quella del cricket. E no…

Può anche darsi che cambiare un’altra volta cittì possa far del bene alla Nazionale di calcio italiana. E chissà, magari l’audace scommessa di puntare sullo spirito vecchio stile di un Rino Gattuso riporterà finalmente gli Azzurri ai Mondiali la prossima estate, evitando l’umiliazione di perdersi il terzo torneo consecutivo. Può darsi. Intendiamoci: io ci spero. Da giornalista sportivo inglese, di lunga data, so per certo che i Mondiali con l’Italia sono più belli – è lì che mostra tutto il suo talento, le tattiche e il coraggio, oltre che i difetti. Ero a Berlino per la finale del 2006, l’ultima volta che siete stati campioni. Ed ero a Daejeon del 2002, quando invece avete perso contro la Corea del Sud (e contro un arbitro piuttosto discutibile).

Ma so anche che per i tifosi più appassionati e intelligenti degli Azzurri si apre ora un’altra strada da percorrere. Esiste infatti una Nazionale italiana che per i Mondiali del prossimo anno si è già qualificata. È quella del cricket. E non era mai accaduto prima.

Cricket: abilità, strategia, arte

So cosa state pensando. L’ennesimo giornalista straniero che si prende gioco di noi. Non è così. Ho seguito le Olimpiadi, Wimbledon, Formula Uno, Mondiali di rugby, il Masters di golf negli Stati Uniti, Tour de France, naturalmente il cricket e migliaia di partite di calcio. Credetemi, questa è un’ottima notizia per tutti gli appassionati di sport in Italia. Perché? Perché il cricket è l’unico sport che può competere con il calcio in termini di intrattenimento, di intensità, di abilità, di strategia e – sì – di arte. È uno sport che richiede un coraggio immenso, con quella palla rossa, chiamata ciliegia ma dura come la roccia, che sfreccia a 150 km/h in direzione della testa del giocatore che ha solo una mazza di legno per difendersi. E allo stesso tempo è anche lo sport più socievole e civile: in quali altre competizioni le squadre smettono di giocare per 30 minuti per bersi insieme una tazza di tè, mangiare torte e panini fatti in casa? Per poi, a partita finita, andare tutti (anche gli arbitri) al pub più vicino per farsi una birra?

La notizia è di un paio di settimane fa, quando la Nazionale italiana ha battuto quella scozzese assicurandosi la possibilità di andare ai Mondiali e vedersela contro i giganti del cricket come l’India, l’Australia e l’Inghilterra. Vero, non l’avrete letta né vista su nessun giornale sportivo e su nessun canale tv – ma sulla Bbc sì... È che, purtroppo, il cricket ha ancora parecchia strada da fare per diventare popolare pure qui. Anche se, in fatto di popolarità, c’è stato un tempo in cui in Italia se la batteva con il calcio. La prima squadra di calcio professionistica italiana venne fondata nel 1893 a Genova. Bene, sapevate che il nome ufficiale del club, rimasto uguale identico fino ad oggi, è scritto in inglese ed è “Genoa cricket and football club”? Lo stesso valeva per il Milan: il nome originale, quando la società fu fondata nel 1899, era “Milan Foot Ball and Cricket Club”.

Sia il Genoa che il Milan, infatti, furono fondati da inglesi che, venuti a lavorare in Italia, volevano continuare a giocare lo sport preferito in patria. Così, per molti anni, il cricket fu l’attività principale del Genoa, prima di darsi al calcio. Mentre Herbert Kilpin, che aveva fondato l’AC Milan e lavorava per l’industria tessile, una volta tornato a casa fondò il suo primo club. Lo chiamò Garibaldi Nottingham, giocava in maglia rossa. Ma questa è un’altra storia ancora.

Emigranti & immigrati del cricket

Vivo a Roma da cinque anni e spesso gli amici mi chiedono cosa mi manchi dell’Inghilterra. La mia risposta è semplice. Non la pioggia, né il cielo grigio del Nord. Mi mancano l’arrosto della domenica, gli hot cross buns e i biscotti Garibaldi. Ma più di ogni altra cosa mi manca il cricket. Che poi, a ben vedere, in qualche modo ho ritrovato anche qui. Vi sarà capitato di comprare qualcosa in uno di quei negozietti gestiti da immigrati dell’Asia meridionale. E avrete sentito la radio perennemente accesa in un angolo dietro la cassa. Quasi certamente è il commento a una partita di cricket che in quel momento si sta svolgendo da qualche parte in India, Pakistan, Sri Lanka o Bangladesh. Oppure ancora. Andate in un qualsiasi parco di una qualsiasi città italiana la domenica pomeriggio, e assisterete a delle partite di cricket. A me è capitato nei prati verdi di Villa Ada e Villa Pamphili, a Roma, ma anche a Verona e a Padova, e nella campagna polverosa appena fuori Sabaudia.

Io stesso ho giocato a Villa Pamphili. C’è un campo da cricket proprio accanto al lussuoso Casino del Bel Respiro, dove si tengono importanti eventi di Stato. Mentre noi giocavamo, Giorgia Meloni stava ospitando un ricevimento per l’emiro del Qatar in visita.

Alcuni dei poliziotti addetti alla sicurezza, con un occhio guardavano che non ci fossero intrusi e con l’altro ci osservavano giocare con una certa partecipazione. Un altro punto a favore del cricket: questo è uno sport che intriga. Anche il Vaticano ha una sua squadra, ovviamente composta in gran parte da sacerdoti dello Sri Lanka e dall’India. Qualche settimana fa è stata in tournée nel Regno Unito e ha battuto quella ufficiale della Chiesa d’Inghilterra, a Canterbury.

Del resto, vecchie emigrazioni e nuove immigrazioni sono il cuore delle ragioni per cui l’Italia – unico importante Paese europeo – si è qualificata per le finali della Coppa del Mondo. Gli Azzurri, così si chiama la Nazionale, ha alcuni giocatori originari del Sud dell’Asia, ma è anche piena di oriundi, proprio come spesso lo è stata la Nazionale di calcio. E se lì erano per lo più giocatori discendenti da famiglie emigrate in Sud America, nel cricket provengono da famiglie che si sono trasferite in Australia e in Sud Africa.

Il capitano degli Azzurri è Joe Burns, un ottimo giocatore che ha militato per 43 volte nell’Australia prima di passare all’Italia. Harry Menenti e Ben Menenti sono invece due fratelli che giocano ad alto livello a Sydney, mentre il battitore Emilio Gay è inglese e il veterano Wayne Madsen è sudafricano. Il lanciatore veloce, Jaspreet Singh, ha origini indiane, mentre la famiglia di Crishan Kalugamage è originaria dello Sri Lanka.

La famiglia di Burns è calabrese e lui l’ha così voluta ricordare, a caldo: «Molti dei nostri nonni lasciarono l’Italia dopo la Seconda guerra mondiale, e so che i miei oggi sarebbero molto orgogliosi. Spero che la nostra squadra diventi un faro per gli italiani di tutto il mondo». E quando gli è stato chiesto quali fossero le sue aspettative in vista dei Mondiali, Burns non ha esitato a rispondere con una certa audacia: «Puntiamo a vincere la Coppa». Non sembra già la dichiarazione di un calciatore?

Chiedere a Rino Gattuso

I Mondiali si svolgeranno in India e Sri Lanka i prossimi febbraio e marzo. E questa è la seconda fantastica notizia. Perché sebbene il cricket, come il calcio, sia stato inventato in Inghilterra, la patria spirituale di questo sport oggi è l’India. È lì che si trovano i tifosi più appassionati e i più grandi investimenti. L’Indian Premier League (IPL) di cricket è attualmente la terza competizione sportiva più ricca al mondo dopo la NFL americana e la Premier League inglese.

Poi ci sono gli stadi. L’Eden Gardens di Calcutta è il posto più rumoroso al mondo in cui abbia mai assistito a un evento sportivo: impossibile sentire cosa ti sta dicendo la persona seduta accanto. Il nuovo stadio di Ahmedabad è il più grande dell’intero pianeta, con una capienza di 132 mila spettatori, mentre il Melbourne Cricket Ground, in Australia, può ospitarne 100.024. Per dire: San Siro, lo stadio più grande d’Italia, ha una capienza di 75.718 spettatori.

Insomma, credeteci. Se non a me almeno a Mick Jagger che da sempre magnifica «l’altissima qualità estetica del cricket». Oppure, se non a Mick Jagger, credete a Christian “Bobo” Vieri: cresciuto in Australia, amava così tanto il cricket che quando giocava con l’Inter, all’età di 30 anni, disse: «Passerei al cricket anche adesso se solo potessi ottenere lo stesso contratto». Nella stessa intervista disse anche che c’era un solo altro calciatore italiano che amava il cricket quanto lui. Era uno che si era divertito parecchio a giocarci quando militava nei Glasgow Rangers, in Scozia. Si chiama Rino Gattuso.

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