In Palestina la guerra si fa anche con l’archeologia
dalla nostra inviata Francesca CaferriSEBASTIA – Sulla porta di ingresso dell’antica città romana di Sebastia, nel cuore della Cisgiordania, qualche settimana fa sono apparse le stelle di David. Mani ignote le hanno dipinte di notte, per mandare un messaggio che non ci vuole troppo a indovinare: quelle pietre, messe su per la prima volta da Erode il Grande e ricostruite da Settimio Severo, oggi posizionate nella zona di confine fra l’area B (amministrata dai palestinesi) e l’area C (controllata da Israele) della Cisgiordania, appartengono agli ebrei e allo Stato di Israele.
Non è un lusso occuparsi di rovine e di scavi archeologici mentre Gaza brucia, il conto dei morti si avvicina rapidamente a quota 60 mila, gli ospedali collassano sotto la mancanza di farmaci e attrezzature, la gente viene uccisa mentre è in fila per il pane e gli ostaggi israeliani muoiono nei tunnel di Hamas. Non è un lusso perché è fra pietre come queste, che Israele combatte da mesi una seconda guerra, tanto vitale per lo Stato ebraico quanto quell…
SEBASTIA – Sulla porta di ingresso dell’antica città romana di Sebastia, nel cuore della Cisgiordania, qualche settimana fa sono apparse le stelle di David. Mani ignote le hanno dipinte di notte, per mandare un messaggio che non ci vuole troppo a indovinare: quelle pietre, messe su per la prima volta da Erode il Grande e ricostruite da Settimio Severo, oggi posizionate nella zona di confine fra l’area B (amministrata dai palestinesi) e l’area C (controllata da Israele) della Cisgiordania, appartengono agli ebrei e allo Stato di Israele.
Non è un lusso occuparsi di rovine e di scavi archeologici mentre Gaza brucia, il conto dei morti si avvicina rapidamente a quota 60 mila, gli ospedali collassano sotto la mancanza di farmaci e attrezzature, la gente viene uccisa mentre è in fila per il pane e gli ostaggi israeliani muoiono nei tunnel di Hamas. Non è un lusso perché è fra pietre come queste, che Israele combatte da mesi una seconda guerra, tanto vitale per lo Stato ebraico quanto quella di Gaza: è la guerra per il controllo della Cisgiordania, quella Striscia di terra che – secondo gli Accordi di Oslo – avrebbe dovuto essere il cuore dello Stato palestinese. Sebastia è uno dei palcoscenici di questo scontro. L’archeologia una delle armi con cui la si combatte. La storia di questo luogo è antichissima: risale al 4000 a.C., quando qui abitava una popolazione nota come Cananei. Secondo la Bibbia, il re israelita Omri acquistò poi la collina, chiamandola Samaria. Assiri, Babilonesi e Persiani la controllarono nei secoli seguenti, per lasciare poi il passo ad Alessandro Magno prima e ai Romani poi. Appena fuori dalla città antica c’è un luogo che i cristiani venerano come la tomba di San Giovanni Battista.
Radici profonde
Nulla o poco di tutto questo appare nel progetto con cui, nell’ottobre 2023, il ministro per la Protezione ambientale israeliano, Idit Silman, ha annunciato lo stanziamento di 8,8 milioni di dollari per trasformare la località in una grande destinazione turistica. A questi soldi si sono aggiunti, a luglio 2024, altri 32 milioni di dollari per lo sviluppo dei siti culturali dell’area. «In ogni angolo della Giudea e della Samaria basta mettere una vanga nel terreno per scoprire reperti archeologici che attestano le nostre profonde radici nella terra di Israele», ha detto in quella occasione il primo ministro Benjamin Netanyahu. Nel terreno, le vanghe hanno già iniziato a scavare: a maggio nel sito archeologico vero e proprio. A fine giugno poco più a nord, nella zona della vecchia stazione ferroviaria. «Il ruolo di un Paese occupante è di proteggere il patrimonio culturale della popolazione occupata» ha tuonato in quella occasione Emek Shaveh, un’ong israeliana che da anni lavora per evitare che l’archeologia da queste parti venga usata dalla politica «quello che sta accadendo a Sebastia è esattamente l’opposto: si usano i siti archeologici per dare ulteriore spinta ai progetti di annessione e per arrivare a cacciare la popolazione palestinese».
Con una voce sola
Di queste colline e di queste pietre Carla Benelli conosce praticamente tutto: storica dell’arte, da più di dieci anni è la responsabile dei progetti di conservazione del patrimonio culturale dell’Associazione Pro Terra Sancta, collegata ai frati francescani della Custodia di Terra Santa. Oggi assiste con sgomento a ciò che accade nei luoghi che tanto ama: «Nessuno mette in dubbio la presenza nell’area del regno israelita del re Omri» spiega «ma la ricchezza di questo patrimonio è data dalla sua storia multipla: qui sono passati Bizantini, Abbasidi, Crociati, Mamelucchi e Ottomani. Il problema è quando si comincia a dire che la narrativa è unica». Un problema che in Israele si sta moltiplicando. Da anni la destra usa l’archeologia per prendere possesso di territori palestinesi: l’esempio migliore di questo progetto si trova intorno alle porte meridionali della Città vecchia di Gerusalemme, dove un gruppo vicino al movimento dei coloni porta avanti da tempo uno scavo alla ricerca di tracce dell’antica capitale del regno di Davide. Passo dopo passo e con la protezione delle autorità locali, City of David (questo il nome del gruppo) ha finito per inglobare larghe fette del quartiere musulmano di Silwan, allontanandone la popolazione.
Il disegno è stato svelato agli occhi del mondo un anno fa, quando il deputato Amit Halevi, membro del Likud, il partito di Netanyahu, ha presentato una legge per mettere sotto il controllo dell’Autorità israeliana per le antichità (Iaa) i siti archeologici palestinesi che si trovano nell’area C della Cisgiordania. Alla base della sua richiesta c’era quella che il deputato ha descritto come una «mancata cura dei beni» da parte dei palestinesi. «Questo progetto trasforma ufficialmente l’archeologia in Israele in un piccone con cui rafforzare l’apartheid», ha scritto su Haaretz il commentatore Nir Hasson. Al provvedimento si è opposta anche la stessa Iaa, ben consapevole del fatto che avrebbe attirato sull’intera comunità archeologica israeliana l’ostracismo della maggior parte dei colleghi del resto del mondo.
Pausa strategica
La legge al momento si è fermata: il tentativo di annessione no. A febbraio, per la prima volta, un gruppo di archeologi ha organizzato una conferenza a Gerusalemme Est – ovvero in quella parte della Città Santa che, secondo le Nazioni Unite e la maggior parte del mondo Israele occupa illegalmente dal 1967 – la prima “Conferenza internazionale sull’archeologia e la conservazione dei beni in Giudea e Samaria” (il nome biblico con cui gli israeliani definiscono la Cisgiordania, ndr). La condanna dell’evento è costata a Rafi Greenberg, uno dei principali archeologi del Paese, fra i fondatori dell’ong Emek Shaveh, la scomunica del ministro delle Antichità Amichai Eliyahu che ne ha chiesto l’esclusione dal Congresso archeologico israeliano, evento che ogni anno riunisce i massimi esperti del Paese. Il risultato è stato che la conferenza è stata prima sospesa, poi si è tenuta on line: solo così Greenberg è riuscito a partecipare, a distanza, come tutti. Il compromesso non ha fatto che evidenziare l’imbarazzo con cui il mondo dell’accademia israeliano guarda al tentativo di usare la storia e l’archeologia come mezzi per l’occupazione. E la sua incapacità di reagire in maniera chiara e aperta a questa tendenza.
Nel caos, l’annessione avanza: è di qualche giorno fa la notizia che a Nablus l’esercito ha deciso di escludere i palestinesi dal controllo dell’accesso alla Tomba dei Patriarchi, o Moschea di Abramo, luogo sacro all’ebraismo così come all’Islam. A Sebastia, il sindaco Mohammad Azem ormai non può neanche più avvicinarsi al sito archeologico che dovrebbe gestire. «Non ci permettono neanche di fare la manutenzione», lamenta dal suo ufficio. «Abbiamo bisogno dell’attenzione del mondo: non è solo la nostra storia quella che rischia di scomparire fra queste rovine. Ma una parte importante della storia di tutti noi”.
Sul Venerdì del 25 luglio 2025