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Le acrobazie di Tom Cruise? Merito anche dello stunt coordinator Wade Eastwood

Una scena di Mission: Impossible – Fallout (2018). Pictorial Press Ltd / Alamy / ipa 

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Tutti sanno che l’attore di “Mission: Impossible” non usa controfigure (e anche per questo riceverà un Oscar), ma come progetta le sue folli acrobazie? Con uno spericolato australiano che non ha paura di nulla. Intervista
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Los Angeles. «Le cose di cui sono più orgoglioso? Aver fatto parte del team di Felix Baumgartner con il suo salto dalla Stratosfera. La sua recente scomparsa è una vera tragedia. E aver contribuito al salto dal tetto di Tom durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Parigi». Abituato alle solite email degli studios, il mio occhio cade su un invito per l’anteprima dell’ultimo film della saga Mission Impossibile: The Final Reckoning e, fra gli speaker dell’evento, noto soprattutto un nome, Eastwood.

Non Clint, il regista nonagenario, ma il sudafricano Wade Eastwood, stuntman extraordinaire, leggendario a Hollywood, non solo perché è un vero e proprio temerario capace di dominare qualsiasi mezzo tra aria, acqua e terra, e a qualsiasi velocità, ma anche per essere lo stunt coordinator dell’altrettanto spericolato Tom Cruise negli ultimi 12 anni, in particolare nei recenti Mission: Impossibile, realizzando imprese da far accapponare la pelle. «Sì, ma non a Tom che non fa altro che…

Los Angeles. «Le cose di cui sono più orgoglioso? Aver fatto parte del team di Felix Baumgartner con il suo salto dalla Stratosfera. La sua recente scomparsa è una vera tragedia. E aver contribuito al salto dal tetto di Tom durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Parigi». Abituato alle solite email degli studios, il mio occhio cade su un invito per l’anteprima dell’ultimo film della saga Mission Impossibile: The Final Reckoning e, fra gli speaker dell’evento, noto soprattutto un nome, Eastwood.

Non Clint, il regista nonagenario, ma il sudafricano Wade Eastwood, stuntman extraordinaire, leggendario a Hollywood, non solo perché è un vero e proprio temerario capace di dominare qualsiasi mezzo tra aria, acqua e terra, e a qualsiasi velocità, ma anche per essere lo stunt coordinator dell’altrettanto spericolato Tom Cruise negli ultimi 12 anni, in particolare nei recenti Mission: Impossibile, realizzando imprese da far accapponare la pelle. «Sì, ma non a Tom che non fa altro che spingermi a creare, progettare e realizzare il prossimo stunt, che deve essere sempre più pericoloso, più difficile, più complicato. È lui il vero scavezzacollo tra noi due. Lo ringrazierò di persona ai prossimi Oscar, quando gli verrà consegnato il premio alla carriera. E finalmente la nostra comunità verrà riconosciuta e onorata con un Oscar tutto nostro, il Best Achievement in Stunt Design, agli Oscar 2028».

La sua è una carriera costruita rischiando la pelle per rendere migliore il lavoro degli altri.

«Sì, ed è il coronamento di un sogno. Da semplice stuntman agli ordini di registi come Nolan (Inception), Liman (Edge of Tomorrow), Mendes e Foster (World War Z), mi sono evoluto diventando il coordinatore delle scene d’azione sui set di X-Men, un paio di James Bond, Salt con Angelina Jolie, Mr. And Mrs. Smith e Troy con Brad Pitt. Visti i buoni risultati, sono diventato anche regista delle seconde unità, dirigendo scene di azione in Jumanji, Men in Black International, Jack Reacher – Punto di non ritorno e La Mummia, questi ultimi due con Tom Cruise, da dove sono poi finito a fare i suoi Mission: Impossible – Rogue Nation e Fallout, e i due Dead Reckoning, che mi hanno anche regalato un’amicizia con Tom che dura da dodici anni».

Wade Eastwood con Tom Cruise. © 2015 Paramount Pictures. All Rights Reserved. 

Da dove arriva questa passione?

«Avevo 19 anni e in Sudafrica abbiamo il servizio militare obbligatorio, così ho scelto di fare l’addestramento di base con i Royal Engineers. Una volta terminato il servizio, mi sono ritrovato a fare il soccorritore marino sulle spiagge di Durban, un lavoro altamente qualificato, che richiedeva l’uso di elicotteri o imbarcazioni speciali per raggiungere bagnanti e surfisti in difficoltà, spesso in condizioni climatiche difficili. Ma lavoravamo anche sulla terraferma durante le alluvioni o altri disastri naturali. Ho sempre amato sentire l’adrenalina e a un certo punto si è presentata da noi una società cinematografica che stava cercando gente che potesse lanciarsi da un elicottero per un film. Mi sono offerto immediatamente insieme a un paio di amici e ci siamo ritrovati su un elicottero da dove avremmo dovuto buttarci... in un fiume pieno di coccodrilli! Ovviamente era un film a bassissimo budget! (ride). Questa è stata la mia prima esperienza cinematografica, il momento in cui mi sono innamorato di questo lavoro».

Come è passato dal fare acrobazie lei stesso a diventare coordinatore di quelle degli altri?

«Se hai visione e voglia, è una transizione naturale. Ma per farlo serve creatività e la capacità di lavorare in team perché ti rapporti direttamente con regista e produttori, dando il tuo input ed estro al film. Soprattutto, bisogna avere una certa tendenza alla leadership. Penso che per certi versi sia una situazione molto simile all’esercito. Non puoi essere un sergente o un caporale che comanda un gruppo di ragazzi e dire loro che cosa fare, se non l’hai fatto tu stesso e non sei passato attraverso la fatica. Dunque, devi prima essere stato un soldato semplice, fare esperienza e poi eventualmente passare di grado».

Come sono stati questi anni con Tom Cruise, probabilmente la più grande star di Hollywood?

«La prima volta è stata per Edge of Tomorrow di Doug Liman. Finito il film, ero sul set di una pubblicità, legato in una macchina e pronto per un salto nel vuoto di 30 metri quando... suona il telefono ed è Tom che mi chiede: “Puoi partire lunedì per l’Inghilterra per fare Mission: Impossible 5 con me?” . Ho risposto: “Fammi finire lo stunt e arrivo”. In Edge of Tomorrow, un film di guerra su un’invasione aliena, Tom era un militare con una tuta-armatura che lo faceva sembrare un Transformer. Non era semplice per lui muoversi, allora ho iniziato a fargli studiare l’haka dei Maori, proponendogli un movimento laterale, come se fosse su dei pattini a rotelle, fatto con il peso delle braccia. Abbiamo passato ore e ore nelle rispettive tute a fare gli stessi gesti, per far sì che la tuta avesse un carattere proprio. Tutto deve essere un personaggio: tipo la Fiat 500 in Mission 7, il biplano nell’ultimo film: ogni veicolo, ogni strumento».

Qual è il metodo di Cruise?

«Tom affronta le cose in modo completamente diverso dagli altri. Innanzitutto, è un grande appassionato, ama fare i film, ha una conoscenza infinita di tutti gli aspetti di questo lavoro. A chi gira con lui per la prima volta dice sempre: “Non è un lavoro dalle 9 alle 5, sul mio set non siete qui per prendere lo stipendio. Nei miei film verrete spinti al limite, e voglio che facciate lo stesso con me”. Sono d’accordo con lui. Ti spinge davvero a tirare fuori il meglio della tua creatività. Sin dalla prima volta, ho dato tutto ciò che potevo. Ci si sente esausti, ma alla fine sei anche gratificato e orgoglioso di sapere che hai dato l’anima per qualcosa di grande. Comunque il metodo di Tom è un processo che va dalla sceneggiatura alla produzione e che richiede una disciplina militare, laboriosa, paziente, senza mai saltare un passaggio in fase di ideazione, ricerca e sviluppo... Perché solo così rende possibile l’impossibile. Pensa che solo per il finale del biplano, in M:I -Final Reckoning, siamo rimasti in Sudafrica per cinque mesi, 24 ore su 24, e questo, dopo mesi di lavoro preaparatorio in collaborazione con il regista. Tom non prenderà mai scorciatoie e sarà sempre competente al 100%, il che mi permette di immaginare cose incredibili con lui».

Wade Eastwood con Brad Pitt sul set di "World War Z". 

Cruise gira le sue scene d’azione senza controfigura. Come si prepara a eseguire scene così pericolose, evitando di rompersi tutte le ossa?

«Progetta tutto in modo minuzioso: dalla dieta alla preparazione cardio. Sa cosa il suo corpo deve affrontare e può sopportare, poi si mette d’accordo con il suo team e, a seconda dello stunt da fare, viene preparato un allenamento specifico: corsa, braccia, equilibrio, esercizi che impediscano di non affaticarsi o subire lesioni. Perché se Tom si fa male, dobbiamo interrompere le riprese. Quindi è lui a controllare questo aspetto al 100%. Il mio lavoro consiste nell’assicurarmi che la parte relativa agli stunt, come ad esempio l’apprendimento delle coreografie dei combattimenti, dei diversi movimenti da fare nelle scene, sia sempre in armonia con quello che fanno il suo fisioterapista e il suo preparatore atletico. Così loro sapranno su quali gruppi muscolari lavorare per assicurarsi di prevenire le lesioni in corso di riprese. Sui set di Tom tutti, e lui per primo, sanno a cosa vanno incontro, e non si scende mai a compromessi sul tempo, sul budget, sulla performance o sull’azione, che poi è la ragione per cui questi film sono eccezionali».

L’acrobazia più difficile?

«La prossima: quella che deve ancora essere progettata. Anche se la scena di Rogue Nation dove trattiene il fiato sott’acqua per 6 minuti, e lo speed flying di Dead Reckoning, dove vola ad alta velocità a pochi centimetri dalle rocce, sono qualcosa di incredibile».

Progetti per il futuro?

«Dopo aver diretto per trent’anni le scene d’azione di alcuni dei film di maggior successo di Hollywood, so di essere pronto al prossimo step: passare alla regia con il mio primo film. Si chiama Mister ed è prodotto insieme a Basil Iwanyk, il genio dietro al franchse di John Wick: sarà una action-comedy incentrata su un uomo che scopre delle cose sul suo passato e sulla sua identità, mentre combatte contro dei killer. Insieme alla figlia che non pensava di avere».

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