Chiara Pellacani: “Lo stile è un lampo. Ecco il segreto del tuffo perfetto”
di Alessandra ReticoFlirta col precipizio da una vita,Chiara Pellacani, la tuffatrice che aveva paura di volare. Invece adesso guarda il mondo dall’alto in basso, con calma, a testa ingiù. «Fa paura, ma proprio per questo è attraente». È l’erede dell’ex signora delle altezze azzurre, Tania Cagnotto, anche se non era ancora nata quando la campionessa di Trento esordiva ai Mondiali di Fukuoka 2001.
Ha solo 22anni ma ha già vinto tanto, la romana emigrata da quattro anni negli Stati Uniti, prima in Louisiana e poi a Miami, per allenarsi e studiare Psicologia all’università. «Nello sport in generale, e nel mio senz’altro, la mente è tutto». Ai campionati di Singapore arriva dopo la delusione dei due quarti posti alle Olimpiadi di Parigi 2024. Ricominciamo da lì. «Da quel senso di vuoto che ho avvertito».
Che cosa intende?
«Dopo Parigi mi sono un po’ persa: ero soddisfatta del lavoro fatto, però mi bruciavano i due podi sfiorati per un soffio, ci sono rimasta male. Sono tornata a Miami ma non sapevo bene cosa …
Flirta col precipizio da una vita,Chiara Pellacani, la tuffatrice che aveva paura di volare. Invece adesso guarda il mondo dall’alto in basso, con calma, a testa ingiù. «Fa paura, ma proprio per questo è attraente». È l’erede dell’ex signora delle altezze azzurre, Tania Cagnotto, anche se non era ancora nata quando la campionessa di Trento esordiva ai Mondiali di Fukuoka 2001.
Ha solo 22anni ma ha già vinto tanto, la romana emigrata da quattro anni negli Stati Uniti, prima in Louisiana e poi a Miami, per allenarsi e studiare Psicologia all’università. «Nello sport in generale, e nel mio senz’altro, la mente è tutto». Ai campionati di Singapore arriva dopo la delusione dei due quarti posti alle Olimpiadi di Parigi 2024. Ricominciamo da lì. «Da quel senso di vuoto che ho avvertito».
Che cosa intende?
«Dopo Parigi mi sono un po’ persa: ero soddisfatta del lavoro fatto, però mi bruciavano i due podi sfiorati per un soffio, ci sono rimasta male. Sono tornata a Miami ma non sapevo bene cosa fare. Non avevo più voglia di andare in piscina e ricominciare dall’inizio, non ne vedevo il senso, sono entrata per la prima volta in una spirale negativa, non mi era mai successo, mi sono sentita disabitata».
Ha pensato di smettere.
«Questo no, ma avevo un bisogno enorme di una pausa e di riprendermi il mio tempo, le mie cose, ritrovarmi. Ne ho parlato con i professori e i miei allenatori, Dario Di Fazio, venezuelano, che mi segue in America e Tommaso Marconi in Italia. Non volevo stare lontana, sono rientrata a Roma per un paio di mesi, mi mancava la mia città e la famiglia. Sono molto legata ai miei fratelli, Lorenzo che ha 24 anni e fa il calciatore, gioca in Serie D in Abruzzo e Stella che ne ha 20 ed è la più brava alla Cattolica, studia Prevenzione e sicurezza sul posto di lavoro. E poi i miei cani, un labrador e un chihuahua, loro proprio mi mancavano tantissimo».
A Miami si sente sola?
«In quel momento sì. Anche se nel complesso l’esperienza è stata ed è positiva, gareggio molto e sto bene in squadra, a dicembre mi laureo e poi proseguo sempre in Florida con un master, credo in Comunicazione. Sono cresciuta, professionalmente e come persona, anche solo per il fatto di dovermi gestire nel quotidiano, tra spesa ,cucina, bucato. Però gli attacchi di nostalgia ce li ho avuti, anche perché non c’è niente come una passeggiata a Roma, ti rigenera e riempie, abbiamo tanta storia e bellezza a ogni angolo, al confronto Miami sembra vuota».
Si è fatta aiutare da qualcuno?
«Da una psicologa, ho seguito una terapia, mi è stata molto utile perché io non sono una che parla tanto delle cose che ha dentro, invece ho imparato a tirarle fuori, serve a realizzare di più, a prendere consapevolezza e a trovare soluzioni. La salute mentale è un tema cruciale per lo sport. Io mi sono ricostruita e, dopo due o tre mesi lontana dal trampolino, ho ripreso. A Singapore punto alle medaglie a ogni gara».
Che cosa l’attrae nei tuffi?
«Ho cominciato per caso a 8 anni seguendo un compagno delle elementari a un centro estivo. Io avevo fatto danza, pattinaggio artistico, nuoto. Al mio primo tuffo dai 10 metri sono rimasta colpita e intrigata. All’inizio è il brivido che ti attrae, quel fascino dell’altezza e del precipitare, il fascino dell’incognito, il vuoto come ostacolo da superare. Mi piaceva mettermi alla prova. Avevo paura di tuffarmi, e anche di volare, ma è proprio quell’adrenalina che diventa fatale. Il tuffo è un attimo, non dura neanche un secondo, è la perfezione e l’eleganza in un lampo. È uno sport più di testa che fisico, va allenata la concentrazione, è quella che conta e decide in gara».
Il suo punto di forza?
«La calma. Anche nella vita io sono così in tutto, non sono ansiosa, non mi arrabbio, e questo mi aiuta nel mio sport. Grazie anche ai miei, papà Giampaolo che è giornalista sportivo e mamma Francesca, insegnante di sostegno al liceo. Sono i genitori perfetti per un atleta, sono contenti se mi diverto e ho passione, a prescindere dai risultati, non mi hanno mai messo pressione».
L’essere definita l’erede di Tania Cagnotto la condiziona?
«No, perché l’ho sempre letta con leggerezza, mi tuffo perché mi piace e basta».
Sono cambiati i tuffi nel tempo?
«Moltissimo, si evolvono in continuazione, sono aumentate le difficoltà e ci sono giurie sempre più esigenti, difficile arrivare a punteggi alti. Io ho inserito un tuffo nuovo agli Europei in Turchia, il doppio e mezzo rovesciato, e ne sto provando altri: il doppio e mezzo avanti con due avvitamenti e il doppio e mezzo rovesciato con un avvitamento e mezzo. Ma ancora non sono pronti per entrare nella mia serie gara».
C’è qualcosa che non sopporta del suo sport?
«Le scalette per salire sui trampolini, un tormento quando facevo i 10metri. E a volte, la ripetitività».
Nella specialità del sincro, che cosa conta di più?
«La sintonia con l’altro e la comunicazione, perché sapersi dire le proprie sensazioni serve a trovare il punto d’incontro e soluzioni. Con Matteo Santoro ci conosciamo da sempre e ci capiamo al volo. Con Elisa Pizzini, mia nuova compagna perché Elena Bertocchi salterà solo da un metro, ci stiamo lavorando».
Le cinesi sono battibili?
«Non perdiamo la speranza».
Che cosa farà da grande?
«Non so, intanto ho ancora obiettivi da raggiungere nei tuffi, pensieri ed energie sono lì, ho ancora qualche anno davanti».
Ha tanti tatuaggi.
«Perso il conto, una ventina credo, molto piccoli: qualche fiore, scritte e farfalle».
Se non avesse fatto la tuffatrice?
«Magari il libero nella pallavolo, dati i miei 160 centimetri di altezza. Mi piace il volley e lo seguo, specie la Nazionale, mi interessano gli schemi e come si sviluppano le partite, oltre alle bombe che tirano le schiacciatrici. Ne parlo con la mia amica pallavolista, Vittoria Gigli Bertea, che gioca e studia in Danimarca. Ci diamo appuntamento a Roma, spesso per andare al cinema, mi piacciono i film della Disney, trovo Inside Out un capolavoro. Le emozioni sono persone, eccome».