Nelle file per le attrazioni di Disneyland Paris o Disney World li riconoscete senza difficoltà: sono gruppi di adulti senza figli, hanno l’aria estasiata e sono visti con qualche fastidio dalle famigliole, e soprattutto dai più piccoli, che si vedono occupati i posti più ambiti da persone che hanno trent’anni più di loro ma non si sentono affatto fuori posto, anzi. Sono i “Disney Adults”, e vivono in modo quasi totalizzante – ma anche molto autoironico – la loro passione.
Il termine è nato per dileggiarli online dopo la diffusione virale di video in cui persone cresciutelle piangono dall’entusiasmo di fronte al castello di Cenerentola, e di post (su Reddit) come quello di una coppia che raccontava di aver lasciato senza cibo gli invitati al loro matrimonio pur di potersi permettere la presenza, per mezz’ora, di “Topolino” e “Minnie”. Una di loro, Margaret Wolfe (in arte AJ Wolfe), cura da anni il Disney Food Blog (miniera di informazioni per i fan dei parchi a tema) e oggi apre un d…
Nelle file per le attrazioni di Disneyland Paris o Disney World li riconoscete senza difficoltà: sono gruppi di adulti senza figli, hanno l’aria estasiata e sono visti con qualche fastidio dalle famigliole, e soprattutto dai più piccoli, che si vedono occupati i posti più ambiti da persone che hanno trent’anni più di loro ma non si sentono affatto fuori posto, anzi. Sono i “Disney Adults”, e vivono in modo quasi totalizzante – ma anche molto autoironico – la loro passione.
Il termine è nato per dileggiarli online dopo la diffusione virale di video in cui persone cresciutelle piangono dall’entusiasmo di fronte al castello di Cenerentola, e di post (su Reddit) come quello di una coppia che raccontava di aver lasciato senza cibo gli invitati al loro matrimonio pur di potersi permettere la presenza, per mezz’ora, di “Topolino” e “Minnie”. Una di loro, Margaret Wolfe (in arte AJ Wolfe), cura da anni il Disney Food Blog (miniera di informazioni per i fan dei parchi a tema) e oggi apre un divertente spaccato su questa inoffensiva mania col saggio Disney Adults: Exploring and Falling in Love with a Magical Subculture (“Adulti Disney: esplorare e innamorarsi di una sottocultura magica”, ed. Gallery Books).
«Per quanto possa sembrare sorprendente, già oggi gli adulti che visitano i parchi Disney senza figli sono più numerosi di quelli che portano i loro marmocchi», spiega Wolfe. «Solo dieci anni fa noi Disney Adults eravamo un’eccezione, tra non molto saremo la norma».
Dimmi come ti vesti
Un modo per riconoscere i più osservanti tra loro è, naturalmente, l’abbigliamento: «Un gioco in voga tra di noi è scegliere outfit normali, ma con colori e stili che richiamano in modo evidente qualche personaggio Disney. Ad esempio chi vuole vestirsi da Minnie può indossare una maglietta nera, una gonna rossa a pois e un fiocco rosso nei capelli. Soprattutto per i personaggi Disney meno noti, il gioco è riconoscerci a vicenda, che è anche un buon modo per attaccare discorso con gente nuova. Il Disney Bounding è una performance, che come tale ha bisogno di un’audience: nel nostro caso si tratta di un’audience che è composta per lo più da altri performer come noi, insomma c’è grande complicità», dice l’autrice del libro. «Questo trend, il Disney Bounding, non è un cosplay: è nato per aggirare in modo inoffensivo le regole dei parchi Disney, dove soltanto gli animatori ufficiali possono indossare i costumi veri e propri dei personaggi».
Sarebbe però superficiale fermarsi alle apparenze: ciò che accomuna davvero i Disney Adults è una tensione interiore, e nostalgica, verso un mondo più colorato, semplice e prevedibile. «Nella maggior parte dei casi, un Disney Adult ti dirà che Disney World è la “madeleine” proustiana per rievocare i bei momenti passati al parco con i genitori tanti anni prima» spiega Wolfe. «Naturalmente l’azienda sa benissimo tutto questo, e strizza l’occhio a chi ha nostalgia della sua prima adolescenza: infatti ancora oggi è in vendita molto merchandise del Re Leone o della Sirenetta, anche se i film hanno oltre trent’anni».
Sindrome di Peter Pan?
Qual è il profilo anagrafico di queste persone che, prese almeno in parte dalla sindrome di Peter Pan dell’eterna giovinezza, preferirebbero vivere sotto i cieli azzurri di Topolinia o Paperopoli invece che nelle loro città piene di smog e scocciature? Secondo un sondaggio della giornalista Amelia Tait, che ha coinvolto online oltre 1.300 persone che si riconoscono nella definizione, i Disney Adult sono perlopiù donne (80 per cento) e di età compresa tra 25 e 44 anni (71%). Il 61% di loro ha un coniuge, e il 62% ha una laurea o un master. Solo il 21% dichiara che il suo essere un/a Disney Adult è un modo per socializzare con altri fan. Alla domanda “Cosa ti piace di più della Walt Disney Company?” il 77% risponde “Mi fa sentire felice”, il 52% “Mi aiuta a legare di più con la mia famiglia” e il 43% risponde “Mi fa sentire bambino/a”. Anche perché, come mostra un altro sondaggio, il 72% dei Disney Adults hanno avuto il primo incontro col brand prima dei 6 anni.
«Per capirci davvero, bisogna rendersi conto che per molti di noi non è questione di nostalgia per un reale passato perfetto (che del resto ben pochi potrebbero vantare), ma lo struggimento per una versione della fanciullezza che non è mai esistita davvero», commenta Wolfe. «Non siamo bloccati nel passato, ma siamo impegnati sia a preservarlo, che a riscriverlo per migliorarlo: da questo punto di vista le esperienze immersive e multisensoriali che Disney offre sono una specie di balsamo». Emozioni ed esigenze intime che hanno un prezzo, naturalmente: il 58% dei sondati spende tra 1.000 e 10.000 dollari all’anno per questa passione. «Questi dati sono attendibili: anche tra i follower del mio blog sul mondo Disney, circa l’80% sono donne, di classe media e istruzione medio-alta», spiega ancora la scrittrice.
«Un aspetto curioso della nostra “tribù” è il modo in cui molti di noi cercano di tenere nascosto questo aspetto della loro vita, perlomeno con i colleghi o le persone con cui non si è in grande confidenza. Lo stigma verso i Disney Adult, nella società, è piuttosto palpabile».
Nessuno li può giudicare
Ma perché, poi? In fondo, è una passione che non fa male a nessuno. «Gli stereotipi negativi su di noi hanno iniziato a circolare nel periodo del Covid, quando tutti stavano molto in casa, avevano tempo da perdere online e quindi si divertivano a prendere di mira un gruppo o l’altro della società. Da questo punto di vista, gli adulti fatti e finiti che potevano essere scherniti come “bambinoni immaturi” sono stati il bersaglio perfetto». Anche grazie a video virali come quello in cui un genitore denunciava il fatto che un millennial senza figli avesse comprato l’ultimo pretzel a forma di Topolino lasciando il proprio figlio a bocca asciutta.
«Non dico che queste cose non succedano», e può certo dare fastidio ai genitori che in media il 25% dei visitatori che si mettono in coda per incontrare i personaggi siano adulti senza figli (percentuale che sale al 50% per Buzz Lightyear di Toy Story e Sulley di Monsters, Inc.), «ma l’egoismo non è un nostro monopolio. In ogni “fandom” possono verificarsi comportamenti analoghi». Non sono cattivi, via: è solo che li disegnano così.