Una delle cose più complicate da imparare, quando si diventa genitori, è non farsi spaventare dalle emozioni negative dei propri figli. Non cercare di rimuovere subito, come per incanto – come avessimo una bacchetta magica – la tristezza, il dolore, la rabbia. La verità è che pensiamo che i bambini e i ragazzi non ne abbiano diritto. Li vorremmo spensierati, faremmo di tutto per renderli tali, li riempiamo di cose belle e di regali e di occasioni, e quindi – se arriva una reazione negativa – reagiamo indispettiti. Quasi offesi. È uno dei meccanismi che lo psicoterapeuta Matteo Lancini racconta in Chiamami adulto, uscito qualche mese fa per Raffaello Cortina editore. Io pensavo – presuntuosamente – di esserne immune. Finché qualche giorno fa ho detto a mia figlia che dovevamo rinunciare a un pezzo di estate così come l’avevamo immaginata per un problema da risolvere. E lei – che era al centro estivo con la cuginetta – ha cambiato tono di voce. «Amore mio, sai che facciamo di tutto per …
Una delle cose più complicate da imparare, quando si diventa genitori, è non farsi spaventare dalle emozioni negative dei propri figli. Non cercare di rimuovere subito, come per incanto – come avessimo una bacchetta magica – la tristezza, il dolore, la rabbia. La verità è che pensiamo che i bambini e i ragazzi non ne abbiano diritto. Li vorremmo spensierati, faremmo di tutto per renderli tali, li riempiamo di cose belle e di regali e di occasioni, e quindi – se arriva una reazione negativa – reagiamo indispettiti. Quasi offesi. È uno dei meccanismi che lo psicoterapeuta Matteo Lancini racconta in Chiamami adulto, uscito qualche mese fa per Raffaello Cortina editore. Io pensavo – presuntuosamente – di esserne immune. Finché qualche giorno fa ho detto a mia figlia che dovevamo rinunciare a un pezzo di estate così come l’avevamo immaginata per un problema da risolvere. E lei – che era al centro estivo con la cuginetta – ha cambiato tono di voce. «Amore mio, sai che facciamo di tutto per farti stare bene, non fare la voce delusa». «Io non faccio la voce delusa, mamma, è un’emozione. Sono triste. Non posso provare emozioni?».
Chiara ha la capacità, da quando è nata, di mettermi davanti ai miei limiti. Molti di noi fanno di tutto perché i figli non siano delusi, arrabbiati, tristi, senza capire che è impossibile ripararli dalle emozioni negative. E, soprattutto, che servono anche quelle. Invece di reagire come in allarme, come fossimo davanti a un affronto o a un atto di ingratitudine, dovremmo dire loro che sono normali, e giuste, e che semplicemente vanno superate. Non so dove Chiara abbia preso quell’espressione, «non posso provare emozioni?», magari è merito di un film come Inside Out, o forse solo della sua capacità di difendere quello che prova. Un’altra delle cose che Lancini spiega nel libro, è che sbagliamo a pensare basti educare i figli allo stesso modo, perché crescano allo stesso modo. Perché sono diversi. E quindi, dovremmo trovare un modo diverso di interagire con ognuno di loro. Una volta ho dibattuto con un collega su quanto la crescita dei bambini sia più influenzata dalla loro indole o dall’educazione. Lui era convinto che al 90 per cento si trattasse di metodi educativi. Insegni la disciplina e saranno disciplinati, l’ordine e saranno ordinati, li induci a leggere e leggeranno. Da quel poco che ho visto, non è esattamente così. Siamo tutti uno strano miscuglio di fattori genetici e fattori sociali. Non saprei stilare percentuali, né individuare tendenze.
L’unica cosa che ho imparato, è che con ogni figlio devi costruire un rapporto che parta da lui, o da lei. Dall’ascolto delle parole, quando è in grado di aprirsi. O dei silenzi, quando non lo è. Senza la pretesa di poter trasformare un dolore in gioia, o una zucca in carrozza, come la fatina di Cenerentola. Fosse così facile, non staremmo qui, ogni giorno, a imparare.