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Le vacanze non sono più quelle di una volta. E nemmeno gli scrittori

La vera novità della villeggiatura letteraria sono i festival. Al mare, in montagna: ce ne sono per tutti i gusti. E gli scrittori attraversano tutta l'Italia per raggiungerli. ALBERTO CRISTOFARI/CONTRASTO 

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Finita l'epoca dei circoli letterari sotto l'ombrellone, oggi è il tempo dei festival e dell'ognuno fa per sé. Sui possibili perché, il dibattito è aperto
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Walter Siti in vacanza ci è andato già, con il suo compagno: «Ad aprile in Egitto per vedere le piramidi, a maggio in Uzbekistan per Samarcanda e Bukhara: posti indimenticabili». Sandro Veronesi, invece, ci va con tutta la famiglia: «Come tutte le vacanze degli ultimi cinquant’anni, in Maremma, in una casa di proprietà condivisa con mio fratello a Roccamare, dove, più che scrivere, di solito cucino». Mentre Nicola Lagioia non ha voglia di spiattellare a un giornale dove va in ferie: «Son fatti miei, sicuramente lontano da questa città bollente» (parla di Roma, all’apice dell’afa). Un altro vincitore del Premio Strega, Emanuele Trevi, predilige la Grecia, in compagnia di un’amica scrittrice: «Ogni anno scelgo un’isola diversa. Le amo perché si possono ancora trovare spiagge deserte, dove ci si ritrova in tre o quattro persone. Soffoco alla sola idea di andare al mare nella folla. È una cosa che non sopporto. E non sopporto neanche di dover pagare per un bene che è di tutti come la spia…

Walter Siti in vacanza ci è andato già, con il suo compagno: «Ad aprile in Egitto per vedere le piramidi, a maggio in Uzbekistan per Samarcanda e Bukhara: posti indimenticabili». Sandro Veronesi, invece, ci va con tutta la famiglia: «Come tutte le vacanze degli ultimi cinquant’anni, in Maremma, in una casa di proprietà condivisa con mio fratello a Roccamare, dove, più che scrivere, di solito cucino». Mentre Nicola Lagioia non ha voglia di spiattellare a un giornale dove va in ferie: «Son fatti miei, sicuramente lontano da questa città bollente» (parla di Roma, all’apice dell’afa). Un altro vincitore del Premio Strega, Emanuele Trevi, predilige la Grecia, in compagnia di un’amica scrittrice: «Ogni anno scelgo un’isola diversa. Le amo perché si possono ancora trovare spiagge deserte, dove ci si ritrova in tre o quattro persone. Soffoco alla sola idea di andare al mare nella folla. È una cosa che non sopporto. E non sopporto neanche di dover pagare per un bene che è di tutti come la spiaggia». Invece, uno che il Premio Strega non l’ha vinto, Gianrico Carofiglio, risponde come se il solo domandarglielo fosse un affronto al suo ruolo di scrittore. «Non parlo di queste cose. Grazie». La prende invece molto sul serio, la materia, uno splendido saggio di qualche anno fa, La moda della vacanza (Einaudi), scritto da Alessandro Martini e Maurizio Francesconi, due studiosi che nelle pieghe di come è cambiata la vacanza osservano il modo in cui è cambiata la società nel suo insieme, ossia i gusti, i rapporti tra le classi, l’avvento della società di massa. Scrivono: il turismo in senso moderno nasce «dal passaggio dalla villa di proprietà, con la sua mondanità raccolta ed esclusiva, al grand hotel, dove si è ammessi non solo in virtù della classe di appartenenza, ma del denaro che si è disposti a spendere». Qualcosa di analogo potrebbe essere successa anche alla vacanza degli scrittori? La cronaca registra che le vacanze mitiche a casa Moravia-Pasolini a Sabaudia, oppure quelle a casa Buzzati a San Pellegrino, sulle Dolomiti bellunesi (dove passavano Mario Soldati e Indro Montanelli, che le definiva «vere vacanze redazionali estive»), o la Versilia di Montale, Gadda, Thomas Mann, ma anche, diversamente, D’Annunzio, non le fa più nessuno. Le vacanze degli scrittori si sono progressivamente avvicinate a quelle di tutti gli altri italiani: aereo low cost e – perché no? – B&B e, possibilmente, lontano dal mondo editoriale, come chiunque altro voglia girare per un po’ alla larga dal proprio ambiente di lavoro.

Nadia Terranova – reduce dalla finale dello Strega – non racconta dove andrà in vacanza, ma assicura che lo farà in compagnia di persone che fanno tutt’altri mestieri dal suo. «Separo nettamente vita privata e vita professionale. E trovo arricchente frequentare amici che appartengono ad altri mondi. Soprattutto d’estate».Ma la vera novità della vacanza letteraria, il mutamento che i Moravia e i Pasolini non hanno potuto conoscere, sono i festival. Al mare, in montagna: d’estate, ce ne sono per tutti i gusti. Allora eccoli gli scrittori che si mettono in viaggio e percorrono la penisola per raggiungerli. «E a volte capita» racconta Jonathan Bazzi «che si decida di allungare di qualche giorno la permanenza in un posto in cui si è andati per un libro e fare qualche giorno in compagnia di altri scrittori». È questo il massimo di socialità letteraria estiva che l’Italia di oggi sembra conoscere. Niente più raduni di artisti, poeti, letterati, critici, registi. Non ci sono più ville o case in cui si progetta una sceneggiatura, si apre una polemica culturale, si sente l’urgenza di assumere un impegno politico. «E se esistono» scherza Nadia Terranova «si vede che non sono stata invitata».

Rimane da capire il perché, di questo mutamento del costume. E cosa riveli, non degli scrittori, ma della letteratura italiana. Una risposta è quella di Emanuele Trevi. «I cenacoli come quelli di casa Moravia sono esistiti finché nel nostro Paese è esistito un dibattito culturale. Il nostro, invece, è il tempo dell’industria culturale. Tutt’altra cosa, rispetto alla discussione delle idee. Così ognuno gioca la propria partita per conto proprio, in un rapporto diretto con il lettore, più che con gli altri scrittori o i critici. I festival, a cui partecipo volentieri e impegnandomi molto, in fondo sono questo: una forma di promozione culturale, non di discussione».

La pensa diversamente Carola Susani. Per lei «il dibattito culturale c’è ancora. Eccome. Perché le persone non si stancheranno mai di discutere. Anche in vacanza. Ma avviene sottotraccia, lontano dall’attenzione dei media». Lei stessa, racconta, andrà in vacanza per il suo sessantesimo compleanno con altre colleghe scrittrici vicino Verona (di più non vuole dire) e sarà anche un modo per «continuare a confrontarsi», unendo di nuovo, come un tempo, vacanza e letteratura.L’estate divenne, nelle mani di Alberto Arbasino, materia per uno splendido esordio letterario. In Le piccole vacanze ci sono la borghesia, i salotti, le auto d’epoca, il tennis, le piscine, le villeggiature.

Ma, all’estremo opposto, c’è anche chi le vacanze le trova repellenti. «Non ho mai fatto una vacanza in vita mia», dice fiero Aurelio Picca. «Io faccio solo viaggi». Mai con donne, «perché sennò divento protettivo». Al massimo con un’altra persona, «ma non intellettuale». Con un mezzo di trasporto prediletto: l’auto. «Per anni ho avuto al mio fianco un amico, uno scudiero, che potevo chiamare anche alle quattro di notte. Sempre disponibile a partire. Puntavamo dritto verso Barcellona e poi all’improvviso dirottavamo su Sarajevo. Io non vado nei posti per capirli con la testa. Io mi muovo come un animale. Annuso, lascio il mio odore, assorbo. Ho visto il Salento negli anni in cui sembrava essere uscito dal ventre di Gerusalemme. Da dieci anni prendo appunti in un posto vicino al lago di Como, sulle tracce di una storia della tragedia italiana del Novecento. Di più non voglio dire. Come Rossinière, dove c’è uno degli alberghi progettati da Balthus, su cui immagino un giorno di scrivere. Tutto in legno. Meraviglioso. Quando ci vado, voglio essere solo».

Ma per chi ami piuttosto la parola, il chiasso, il dibattito, l’amicizia e la diatriba, lo spazio dell’estate si è molto ristretto. «Ho un’idea tutt’altro che culturale di ciò che è accaduto», dice Elena Stancanelli. «Luoghi come casa Moravia-Pasolini non esistono più perché non c’è più scrittore, in Italia, che si possa permettere un’abitazione di quel tipo. Conosce qualcuno che abbia i soldi per una casa al centro di Roma come l’aveva Elsa Morante, Alberto Savinio, Giorgio Manganelli? Non voglio fare la solita lagna: è crollato il potere d’acquisto di tutti. Ma il lavoro culturale in Italia è pagato poco e considerato ancora meno. Magari qualcuno l’avesse, una casa come quella di Moravia e Pasolini». Trevi sostiene che, se pure ci fossero i soldi, mancherebbero comunque le cose da dirsi. «Ah, le ha detto questo Emanuele?». In sintesi, sì. «Le ha detto anche che, con altri amici, andiamo in vacanza insieme?». No, questo non me l’aveva detto. «Beh, il nostro viaggio non entrerà nei libri di storia. Ma, sicuramente, avremo di che dibattere».

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