Vita blindata nel Far West foggiano
di Chiara Spagnolo«Quando inizio a lavorare faccio il segno della croce e lo stesso a fine giornata, per ringraziare che un altro giorno è passato senza che mi accadesse niente». Francesca Lapenna ha 32 anni e dal 1° giugno ha preso servizio come caposcorta sui portavalori della Battistolli, azienda specializzata in servizi di sicurezza. Il suo è un lavoro che, fino a poco tempo fa, era di esclusiva competenza maschile, perché considerato duro e pericoloso.
Parte ogni mattina da Bari, a bordo del blindato insieme a due colleghi, e trasporta denaro e preziosi verso banche e uffici postali, nelle province di Foggia e della Bat, dove gli assalti sono frequenti e quello di rapinatore di portavalori è diventato un vero e proprio mestiere. Di storie di guardie giurate vittime di colpi milionari, …
«Quando inizio a lavorare faccio il segno della croce e lo stesso a fine giornata, per ringraziare che un altro giorno è passato senza che mi accadesse niente». Francesca Lapenna ha 32 anni e dal 1° giugno ha preso servizio come caposcorta sui portavalori della Battistolli, azienda specializzata in servizi di sicurezza. Il suo è un lavoro che, fino a poco tempo fa, era di esclusiva competenza maschile, perché considerato duro e pericoloso.
Parte ogni mattina da Bari, a bordo del blindato insieme a due colleghi, e trasporta denaro e preziosi verso banche e uffici postali, nelle province di Foggia e della Bat, dove gli assalti sono frequenti e quello di rapinatore di portavalori è diventato un vero e proprio mestiere. Di storie di guardie giurate vittime di colpi milionari, a cui è stato sparato addosso, ne ha sentite tante.
Lei stessa – pochi giorni dopo aver preso servizio – si è accorta che il furgone era seguito da tre uomini armati a bordo di un’auto: «Aspettavano che io uscissi dalla banca, fortunatamente lo abbiamo capito e abbiamo allertato la polizia che ci ha scortati fino a Bari». Pericolo scampato. Il segno della croce, quella sera, Francesca lo ha fatto due volte.
Perché ha scelto un lavoro in cui tornare a casa può essere ogni giorno una scommessa?
«Quello della sicurezza è un mondo che mi ha sempre affascinato. Da ragazza sognavo di entrare nell’esercito, poi sono rimasta incinta e ho dato la priorità a mio figlio. Mi sono laureata in Scienze giuridiche con indirizzo in criminologia e investigazione. Nove anni fa ho iniziato a lavorare negli istituti di vigilanza».
Cosa che non significa per forza stare sui blindati.
«Facevo pattugliamenti tradizionali, servizio nei tribunali, negli enti, in aeroporto, ad un certo punto ho anche pensato di tentare il concorso nella polizia locale ma sentivo che volevo continuare in quel settore. La prima volta che ho chiesto di poter lavorare sui portavalori la mia domanda è stata respinta, poi – a distanza di qualche tempo – l’azienda mi ha dato fiducia».I colleghi, che non avevano mai visto una donna su un furgone, come l’hanno presa?«All’inizio erano titubanti, i primi giorni c’era un silenzio gelido, sembrava fossero tutti a lutto. Poi hanno capito che di me si possono fidare e ora siamo un gruppo affiatato».
Qualcuno ha provato a farle cambiare idea?
«Mia madre. Quando le ho detto quali erano le mie intenzioni, mi ha dato dell’incosciente, perché ho due figli, di dieci e otto anni. Ogni giorno cerca di farmi cambiare idea. Ho provato a fare altro, per esempio a lavorare in una clinica veterinaria, perché gli animali sono la mia grande passione, ma non c’è stato verso. Qualcuno mi ha anche chiesto se voglio lasciare i miei figli orfani, ma io vado avanti, con il sostegno del mio compagno».
Quando è salita sul blindato era pronta a ciò che stava per affrontare?
«Lavoro in questo settore da molti anni, quindi penso di esserlo sempre. In realtà è un ambito in cui c’è poca formazione e nel quale le aziende dovrebbero investire di più. Sostanzialmente chiunque può diventare guardia giurata dall’oggi al domani, servono dei requisiti ma non esistono concorsi, corsi di formazione ufficiali. Anche per imparare a sparare, si fanno brevi corsi al poligono, io avevo già il porto d’armi ad uso sportivo quando ho iniziato, ma ci sono persone che non hanno mai preso in mano un’arma in vita loro».
E che invece possono trovarsi a doverla usare. La Puglia è maglia nera per gli assalti ai blindati.
«Può capitare in ogni momento di doversi difendere. Oggi però la situazione è cambiata rispetto al passato, quando le guardie giurate non reagivano. Chi sta dall’altra parte – i rapinatori – deve capire che tra noi e loro c’è un gioco di ruoli, che noi facciamo il nostro lavoro e che molti preferirebbero affrontare un processo per aver sparato addosso a qualcuno, piuttosto che morire».
Il 12 giugno a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi, un rapinatore ha ucciso un carabiniere, durante un tentativo di controllo, ed è stato a sua volta ucciso dalla polizia.
«Quella era la classica situazione in cui i rapinatori avrebbero dovuto arrendersi, come dovrebbero fare ogni qualvolta non riescono a scappare. Devono capire che la vita ha un valore, sia la nostra che la loro. E che quando c’è una guerra – perché questo è un assalto armato a un blindato – nessuno esce vincitore».
Torniamo ai blindati, perché si dice che non è un lavoro da donna?
«Perché è fisicamente e mentalmente estenuante. Bisogna trasportare i sacchi con il denaro o i preziosi, pesantissimi, stare per ore seduti nel mezzo, tenere altissima la tensione, non distrarsi mai».
Come si fa a non distrarsi mai, a non preoccuparsi se arriva un messaggio da un figlio o a non rispondere alle telefonate?
«Non è facile. Ci sono pochi momenti in cui si può rispondere, certamente non possiamo stare a guardare costantemente il cellulare. Ma ci sono altri lavori in cui non si può fare, pensiamo ai chirurghi. Io ho avuto la fortuna di avere una famiglia alle spalle che mi sta aiutando a crescere i miei figli».
I suoi figli cosa percepiscono?
«Il più grande sa che faccio un lavoro pericoloso, è premuroso e mi fa mille raccomandazioni. La mia è una professione diversa da quella delle mamme dei suoi amici. Pochi giorni fa un impiegato di una banca mi ha detto “io non consentirei mai a mia moglie di fare questo mestiere”».
Per l’esperienza di questo primo mese, qual è il posto più pericoloso in cui vi trovate a lavorare?
«Sicuramente Foggia, perché ha dei quartieri difficili, in cui vediamo ragazzini armati, auto e moto senza targa che ci sfrecciano accanto. Si percepisce una sensazione di pericolo diffusa».
Sul Venerdì del 1° agosto 2025