San Leo, il paese che rinasce dal pane
dalla nostra inviata Stefania ParmeggianiSAN LEO. Un’unica porta d’ingresso, i vicoli stretti e la rocca che sembra sfidare le leggi della fisica, inerpicata com’è su un impressionante sperone roccioso. Ecco San Leo, borgo medievale con vista sulla Valmarecchia famoso per avere ospitato negli ultimi anni della sua vita un prigioniero celebre in tutta Europa: Giuseppe Balsamo, meglio noto come conte di Cagliostro, enigmatico criminale, avventuriero e alchimista, le cui gesta nel Settecento infiammarono la penna di Alexandre Dumas e la musica di Joahnn Strauss. San Leo, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Ma guai a dirlo perché, se c’è una cosa contro cui combattono i suoi abitanti, è proprio questa: la trappola del passato, la nostalgia un po’ furbetta che trasforma il paese in una quinta vuota, buona – se va bene – per i turisti che da Rimini lo raggiungono d’estate. E poi? Passata la stagione degli autobus che dalla Riviera romagnola s’inerpicano fin quassù promettendo la “San Leo experience”, chiusi i bar e i ri…
SAN LEO. Un’unica porta d’ingresso, i vicoli stretti e la rocca che sembra sfidare le leggi della fisica, inerpicata com’è su un impressionante sperone roccioso. Ecco San Leo, borgo medievale con vista sulla Valmarecchia famoso per avere ospitato negli ultimi anni della sua vita un prigioniero celebre in tutta Europa: Giuseppe Balsamo, meglio noto come conte di Cagliostro, enigmatico criminale, avventuriero e alchimista, le cui gesta nel Settecento infiammarono la penna di Alexandre Dumas e la musica di Joahnn Strauss. San Leo, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Ma guai a dirlo perché, se c’è una cosa contro cui combattono i suoi abitanti, è proprio questa: la trappola del passato, la nostalgia un po’ furbetta che trasforma il paese in una quinta vuota, buona – se va bene – per i turisti che da Rimini lo raggiungono d’estate. E poi? Passata la stagione degli autobus che dalla Riviera romagnola s’inerpicano fin quassù promettendo la “San Leo experience”, chiusi i bar e i ristoranti che accolgono i visitatori per una serata romantica con cibo tradizionale e panorami mozzafiato, cosa resta?
«Restiamo noi che ci viviamo, nel centro storico neanche cento abitanti. Una desertificazione economica e commerciale che deve essere fermata», dice Samuele Nucci, 30 anni, uno dei soci fondatori della cooperativa di comunità Fer-Menti Leontine, fatta da cittadini che nel 2019 si sono organizzati per produrre quei beni e servizi che nessuno altro gli avrebbe fornito.
«È cominciato tutto dal forno» racconta «un luogo identitario, che dal 1939 per quasi ottant’anni aveva sfornato un pane toscano senza sale famoso in tutto il circondario. La domenica la gente saliva a San Leo anche da Rimini per acquistarlo. Quando Vittorio, l’anziano fornaio, è andato in pensione, la serranda è stata abbassata e noi ci siamo resi conto che quello era l’ultimo campanello d’allarme. Dovevamo reagire».
Già, perché l’idea che i piccoli comuni dei territori rurali e montani siano destinati a morire (come è scritto in un infelice passaggio del Piano strategico nazionale delle aree interne varato dal governo), quassù non piace a nessuno: «Il governo pensa che il declino sia irreversibile, che ogni strategia di rilancio sia inutile e pare deciso ad abbandonare una parte dei paesi considerati marginali al loro destino. Ma il destino non è già scritto. Può essere cambiato».
Nucci e un pugno di altri abitanti di San Leo lo hanno fatto il 1° agosto 2019 fondando la cooperativa che due anni dopo ha riaperto la saracinesca dello storico forno:«Nessuno di noi aveva idea di come si facesse il pane, siamo andati a bottega da Lorenzo Cagnoli, un panificatore agricolo urbano che lavora i grani della tradizione a due passi dalle grotte di Onferno, a Gemmano, una manciata di chilometri da qui. Abbiamo trovato subito due fornitori di cereali a San Marino e uno a Pennabilli, abbiamo sperimentato e infine trovato la formula vincente».
Quale sia me la mostra il capo-fornaio, Giulio Ceccoli, 32 anni, una laurea in ingegneria e due figli piccoli. «Panifichiamo solo farine locali, da agricoltura biologica, utilizzando pasta madre per la fermentazione». Dice molte altre cose – sulle miscele di grani, l’umidità interna delle pagnotte, le tecniche di lavorazione e soprattutto sul tempo… «Ho impostato la panificazione in modo tale che rispetti le esigenze mie e degli altri dipendenti. Sforniamo alle undici e trenta di mattina». Un quintale di pane al giorno, venduto a San Leo ma anche a San Marino e sulla Riviera. Un pane che gli è appena valso un riconoscimento prestigioso: il premio Pane e Territorio nella guida Pane e Panettieri d’Italia 2026 del Gambero Rosso.
Salumi e maritozzi
Può un forno salvare un paese? «Ovviamente no, è solo un piccolo passo», dice Samuele accompagnandoci dal laboratorio – con vetrata a vista – alla vicina bottega alimentare. «Due anni dopo l’apertura del forno, stava per chiudere l’unico minimarket del centro storico. Le due titolari, le sorelle Olei, avevano ricevuto diverse proposte ma erano sempre e solo per la stagione estiva. Così è scesa in campo la cooperativa». Il risultato oggi è un lungo bancone pieno di salumi e formaggi del territorio, scansie stracolme di pane, croissant, maritozzi, pain au chocolat o girelle crema e uvetta preparate dal forno.
Francesca Basile, 39 anni, ci mostra con orgoglio gli scaffali riservati ai prodotti industriali: meno della metà. «All’inizio la facevano da padrone, ma poi siamo riusciti a cambiare le abitudini dei clienti». Hanno lanciato un format, Bottega diffusa, che porta le persone nelle aziende agricole e i produttori in negozio. Gite e incontri servono per spiegare come nascono olio, miele, salumi, conserve… «Poi glieli facciamo assaggiare, ad esempio organizzando cene nel vicino ristorante a dieci euro». Tutto bellissimo, ma fare la spesa ogni giorno con prodotti biologici, a chilometro zero, di piccoli produttori etc.. non è costoso? Samuele sorride: «Un minimarket ha talmente tanti intermediari che alla fine la differenza di prezzo è irrisoria. Certo, per noi è più impegnativo fare dispensa in questo modo, ma vuoi mettere la soddisfazione? Fare rete è la vera soluzione per rilanciare le aree interne».
La mossa della Torre
Lo si vede dai dettagli: i giornali e il caffè. I primi arrivano, con l’autobus, dall’edicola di una frazione vicina («la gente li prenota e paga là, ma passa a ritirarli da noi, è un servizio gratuito, un favore di vicinato»). Il caffè hanno iniziato a farlo questo inverno perché tutti i bar di San Leo erano chiusi. Luca Martinelli, 45 anni, altro socio della cooperativa, mi mostra l’insegna di un piccolo negozio. «Abbiamo appena trovato un accordo con il proprietario delle mura, presto riapriremo anche il bar».
Possono farlo perché, dopo sei anni Fer-Menti Leontine ha un centinaio di soci, i conti in ordine e nove dipendenti assunti a tempo indeterminato. «Siamo, insieme a tanti altri, la dimostrazione che le aree interne non si spengono, ma si reinventano, sperimentano e invertono il declino», dice Carla Cervellini, 35 anni, ex cooperante che dopo avere attraversato l’Africa e la guerra in Ucraina ha scoperto che la sua nuova missione era a San Leo, nel paese della sua famiglia.
«Sono una progettista, oggi mi occupo di valorizzare i territori definiti marginali. Presto la nostra cooperativa prenderà in gestione la torre di San Leo: la riapriremo e organizzeremo eventi, residenze artistiche, mostre… Una sfida in ambito culturale che porteremo avanti dal basso, decidendo insieme con gli abitanti e i soci quale sia il futuro migliore per questo simbolo».
Il punto è guardare la rocca con gli occhi di chi ci vive, di chi non vuole accettare come inevitabile l’eutanasia suggerita dal governo. Carla solleva in aria Rio, una bimbetta coi riccioli d’oro, figlia di Luca Martinelli e di Marta Ciucci, trentasettenne vicepresidente della cooperativa: «Vi sembriamo ancora un paese dove il tempo si è fermato?».
Sul Venerdì dell’1 agosto 2025