SAN FRANCISCO – Credevo di aver già presenziato al funerale di San Francisco e invece erano solo le prove generali. L’ultima volta ero venuto tre anni fa, attratto come una falena dalla lucina d’una notizia assurda: avevano dichiarato lo stato d’emergenza nel Tenderloin. Vale a dire il “centro storico” della città, quello dove ogni turista si mette in fila per prendere le cable car che si inerpicano sulle strade della California e che altrettanti homeless americani hanno eletto come domicilio en plein air. Ne avevo ricavato un articolo che iniziava con un tossico, malissimo in arnese, che strisciava sul marciapiedi sotto le vetrine dell’oreficeria Tourneau. Oggi ci sono ancora i tossici ma non c’è più né Tourneau né i suoi Rolex. Come pure ha chiuso bottega la stragrande maggioranza degli altri negozi ospitati dal Westfield Centre, l’ex vetrina buona di Market Street. Dei tre piani di marchi sfavillanti resiste giusto un H&M con un campionario più bulgaro che statunitense, roba beige e in poliestere, in saldo fino al 70 per cento. E poco altro. Le poltrone anti-stress che gli avventori si contendevano nell’attesa che il/la consorte terminassero lo shopping sono fuori uso, colonizzate dai senzatetto. Mi chiedevo se esistesse un termine unico per descrivere la sommatoria olfattiva di sporco, sudore e urina, qui così ubiqua. Non c’è, però ho scoperto che la sostanza che deriva dalla decomposizione di queste proteine umane si chiama cadaverina e rende bene l’idea. Se poi attraversiamo la strada e prendiamo Powell Street, una sorta di equivalente di via del Corso a Roma o Corso Vittorio Emanuele a Milano, il quadro addirittura peggiora. Nei tre isolati per arrivare a Union Square rimangono quasi esclusivamente enormi vetrine vuote con altrettanto giganteschi, impolverati e dunque patetici cartelli “For lease”, da affittare. Ma a chi? Gap e Uniqlo – sul versante ceto medio – ma anche Barney’s New York e Saks Fifth Avenue, per il segmento più alto, hanno levato le tende. Come circa la metà dei negozi, volatilizzati negli ultimi cinque anni. Ora, visualizzate la vostra città e immaginate che un negozio su due, di quelli dove andavate da una vita, sparisca. Non la riconoscereste più. Come, per la prima volta in un quarto di secolo di frequentazione, stento a riconoscere questa ghost town nel cuore della metropoli tra le più ricche (e disuguali) al mondo.
Come è stato possibile?
Long Covid Beh, intanto il Covid. Che ha cambiato le regole degli shelter che ospitavano gli homeless, dimezzandone la capienza e sversando gli altri per strada. Dove, tra paura di ammalarsi e il fatto che non ti facevano più nemmeno entrare da uno Starbucks per caricare il telefono o in una biblioteca a fare pipì, sono andati definitivamente fuori di testa. Giusto il fentanyl riusciva a non farli pensare troppo. Al prezzo però di spappolargli il cervello. Ho scoperto anche che la posizione ripiegata a libretto di tante persone che incroci ha un nome: fentanyl fold, appunto, curvi in avanti, con testa e busto penzolanti, come burattini a cui abbiano tagliato i fili, perché il potentissimo oppiaceo riduce l’attività cerebrale e muscolare, compresa la capacità di mantenere la postura, e il corpo collassa su se stesso. «Il centro non reggerà» scriveva Joan Didion riguardo l’emergenza metedrina in questa città, raccontando ragazzi che vagavano «liberandosi di passato e futuro come i serpenti si disfano della pelle». Oggi non regge nemmeno la stazione eretta.Molti negozi sono cominciati ad andare in crisi con la pandemia perché gli affitti correvano ma in assenza di clienti. Nel 2020 hanno chiuso 335 ristoranti, seguiti da altri 530 l’anno dopo. Anche quando qualche turista è tornato, gli uffici sono rimasti mezzi vuoti per il “lavoro da casa” che prima ha galvanizzato Big Tech con la promessa di risparmiare sugli affitti, salvo successivo e furioso contrordine. L’anno scorso record storico: era vacante un ufficio su tre. Una catastrofe immobiliare che ha investito anche gli alberghi. Lo storico Civic Center Inn, dalla richiesta iniziale di 21 milioni di dollari, ne ha accettati 11 pur di trovare un acquirente.Approfittando delle strade svuotate dai lockdown e di poliziotti impegnati a farlo rispettare, gli spacciatori hanno furoreggiato nel Tenderloin trasformando interi isolati in mercati aperti di droga e refurtiva. Due anni fa altro record assoluto: 806 morti per overdose, il grosso concentrato qui. E gli indigeni non bastano per tenere aperte le catene, dal momento che circa uno su tre vive in povertà e il reddito medio del quartiere era di 44 mila dollari, meno di un terzo della media cittadina.
Politiche sbagliate
Errori sono stati commessi. Con le migliori intenzioni il Comune ha concentrato qui rifugi notturni, mense, cliniche che hanno inevitabilmente attratto senzatetto e tossicodipendenti. Il pull factor di cui parlano da noi, spesso a sproposito, per le ong. La ghettizzazione ha raggiunto un livello di guardia simbolico quando davanti al municipio è stata costruita una tendopoli e nella vicinissima Civic Plaza un centro per il metadone. Su cui ovviamente la destra ha banchettato. Sulla scia di mosche cocchiere alla Michael Schallenberg, autore del libro SanFransicko, dove la città ammalata (sick) rischiava di morire di buonismo. La sindaca democratica, London Breed, è corsa ai ripari decretando la famosa emergenza, con più poliziotti di pattuglia. Per poi bissare con un coprifuoco notturno, introdotto l’estate scorsa per evitare assembramenti tossici davanti ai minimarket. Misura estrema che ha però ridotto del 13 per cento i reati notturni. Da gennaio c’è un nuovo sindaco, il rampollo dei jeans Levi’s Daniel? Lurie, democratico ma più centrista. Aveva promesso 1.500 nuovi letti in rifugi per senzatetto, ma se li è appena rimangiati in cambio di posti in strutture dove li curino. Vuole anche semplificare la conversione degli uffici in abitazioni residenziali. Vedremo come va.Qualche anno fa, raccontando la New York orfana di quelli che solo noi chiamiamo “smart workers”, un urbanista mi aveva spiegato il termine urban doom loop. Quel circolo vizioso per cui le persone cominciano a frequentare meno il centro, le tavole calde chiudono, i servizi si riducono per carenza di tasse, si risparmia sui lampioni, la criminalità ringrazia, prospera e sempre meno gente vuol venire in città. Se per la Grande Mela era un allarme eccessivo, qui è cronaca quotidiana.
Apocalisse zombie
Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato Tenderloin. Le sales tax, l’Iva sui prodotti venduti, qui a fine 2023 erano ancora meno della metà rispetto al pre-pandemia. Sparatorie di massa come quella del gennaio 2024 o accoltellamenti mortali di due mesi dopo vicino a Turk Street restano eccezioni.
Ma chi ha piacere di passare accanto a gente in evidente stato di alterazione che grida a squarciagola scambiando la propria ombra per un minaccioso nemico, come un tipo che ho visto in questi giorni? Da Cvs, una delle poche farmacie rimaste in funzione nei paraggi, quasi tutte le merci – compresa l’Aspirina – sono ormai sotto chiave. Da Target, il grande magazzino che la ospita, per la prima volta ho visto un vigilante (decisamente anziano) in tenuta antisommossa, con pistola nella fondina e tutto l’equipaggiamento per essere pronto al peggio. Che, statisticamente, sono ragazzini che provano a fregare magliette o roba simile. Le cose andavano male da tempo, ma mai così male.Rebecca Solnit, la cosa più vicina alla coscienza critica di questa città, ha scritto Hollow City, sulla città svuotata dalla gentrificazione, nel 2000. Ma oggi i suoi toni sono molto, molto più accorati. Come nell’editoriale di qualche mese fa sul Guardian in cui parla di una “apocalisse zombie” di gente che si sfiora, immersa nei propri dispositivi o magari scarrozzata dalle Waymo senza pilota, niente affatto convinta che, se assistessero a un’aggressione, farebbero niente di più che riprenderla col telefonino – «sempre che se ne accorgano». Gli unici che ti guardano e ti parlano, in effetti, sono proprio i senzatetto. Un settantenne con maglietta tie-dye, quelle psichedeliche anni 70 (che forse non lavava da allora) mi ha fatto un commento su un astuccio rosa che avevo appena comprato dicendomi che anche lui aveva una bambina «quando Kennedy era ancora vivo»: non è anagraficamente possibile, ma fa sorridere comunque.
Non assumete esseri umani
Per sostenere l’economia del quartiere cerco un posto dove mangiare nelle vicinanze. Parlano bene di Pakwan, una catena indo-pachistana che ha una sede a tre isolati dal mio albergo. Ma quando ci arrivo è quasi vuota, nonostante le stellette social, e la vetrina mostra i vistosi segni di un tentativo di sfondamento. Desisto, è troppo triste. Però su O’Farrell street incrocio una scena che vale il viaggio. Davanti al Senior Center, una residenza per anziani, un gruppetto di homeless ha colonizzato, con deambulatori e carrelli per trascinare le loro poche cose, una pensilina dell’autobus. Litigano, non so per quale motivo. Ordinaria amministrazione. Il dettaglio perturbante è la videopubblicità trasmessa sul monitor della parete della pensilina. Dice Stop Hiring Humans, smettetela di assumere esseri umani, e reclamizza un bot che risponde alle email per conto vostro. Il claim è: “L’era del lavoro Ia è arrivata”. Non c’entra, ma anche sì. Chiedere a uno sceneggiatore di serie distopiche per credere. Il centro non reggerà, ma tutto il resto si tiene.
Sul Venerdì dell’1 agosto 2025