✕

Warfare: al cinema la guerra per davvero

Una scena di Warfare. Tempo di guerra. Il film è in uscita giovedì 21 agosto dopo una serie di anteprime su tutto il territorio nazionale il 16 e 17 agosto. È distribuito da I Wonder Pictures © Real Time Situation LLC 

Ascolta l'audio

Il film di Alex Garland (“Civil War”) e Ray Mendoza racconta senza diaframmi la battaglia vissuta da quest’ultimo in Iraq quando era un Navy Seal. Intervista doppia
3 minuti di lettura

Non sono riuscito a riprendere fiato se non alla fine. Raramente mi è capitato di vedere qualcosa che si impadronisca di corpo, mente e cuore come Warfare. Tempo di guerra, nei cinema dal 21 agosto. Il film è scritto e diretto da Alex Garland e Ray Mendoza. Mendoza è un veterano degli Us Navy Seal. Apparso nel 2012 in Act of Valor, film che utilizzava i Seal in servizio attivo come attori, ha poi iniziato una carriera come consulente militare in produzioni hollywoodiane, da Lone Survivor. Il sopravvissuto, con Mark Wahlberg, alla serie tv Terminal List. Fino, l’anno scorso, a Civil War, proprio insieme ad Alex Garland (già regista e sceneggiatore di Ex Machina, Men, 28 giorni dopo e 28 anni dopo).

Ora i due hanno dato vita a questo nuovo film, raggruppando un cast stellare – Charles Melton, Will Poulter, D’Pharaoh Woon-A-Tai, Joseph Quinn e Kit Connor – e veterani come Mendoza. Che qui racconta, come mai prima d’ora, quanto accaduto al proprio plotone durante la battaglia di Ramadi, i…

Non sono riuscito a riprendere fiato se non alla fine. Raramente mi è capitato di vedere qualcosa che si impadronisca di corpo, mente e cuore come Warfare. Tempo di guerra, nei cinema dal 21 agosto. Il film è scritto e diretto da Alex Garland e Ray Mendoza. Mendoza è un veterano degli Us Navy Seal. Apparso nel 2012 in Act of Valor, film che utilizzava i Seal in servizio attivo come attori, ha poi iniziato una carriera come consulente militare in produzioni hollywoodiane, da Lone Survivor. Il sopravvissuto, con Mark Wahlberg, alla serie tv Terminal List. Fino, l’anno scorso, a Civil War, proprio insieme ad Alex Garland (già regista e sceneggiatore di Ex Machina, Men, 28 giorni dopo e 28 anni dopo).

Ora i due hanno dato vita a questo nuovo film, raggruppando un cast stellare – Charles Melton, Will Poulter, D’Pharaoh Woon-A-Tai, Joseph Quinn e Kit Connor – e veterani come Mendoza. Che qui racconta, come mai prima d’ora, quanto accaduto al proprio plotone durante la battaglia di Ramadi, in Iraq, nel 2006.

I due registi Alex Garland (a destra) e Ray Mendoza. 

Alex, come mai la decisione di co-dirigere con Ray?
Alex Garland:
«Perché Ray mi aveva già colpito per l’accuratezza con cui è capace di riprodurre i combattimenti. Ha un’enorme esperienza come consulente militare, conquistata con anni di lavoro nel cinema. E sa quali sono le scelte migliori per noi registi, come dialogare con set designer, tecnici del suono, cameramen. Soprattutto, sa come istruire gli attori. Insomma, è stato vedendolo all’opera che ho capito che era, di base, un regista nato...».

E perché ha scelto di fare un altro film di guerra?
Garland:
«Chiacchierando con Ray ho scoperto che aveva una storia che voleva raccontare da anni. Dopo avermene parlato, non potevo non realizzarla. Sono sempre stato molto interessato al modo in cui il cinema rappresenta la violenza reale, come la interpreta. Civil War metteva in scena una guerra fittizia ma possibile, anzi probabile. Ma questa storia racconta una guerra vera, fatti davvero accaduti».

Ray, davvero avrebbe voluto raccontare questa storia da anni?
Ray Mendoza:
«Prima di lavorare nell’industria cinematografica, quella era la mia realtà. E quelli sono i motivi per cui sono finito in terapia. Vedere esplodere le gambe del mio migliore amico mi ha fatto avere incubi per anni. Poi, certo, una volta arrivato sui set ho scoperto che dovevo imparare molte cose sull’arte del cinema, da come funziona la macchina da presa al suono, al montaggio, agli effetti speciali… Però, visto il mio bagaglio personale, non ho mai voluto essere solo un consulente tecnico. Volevo aiutare gli attori a capire le emozioni di un soldato, e portare la mia esperienza sullo schermo. Grazie ad Alex ci sono riuscito».

Cos’ha provato nel raccontare una storia così personale?
Mendoza:
«Senz’altro una grande responsabilità, anche perché nel processo di scrittura del film ho dovuto intervistare molte persone a me care, costringendole a rivivere esperienze per loro traumatiche. Da quando ho lasciato l’esercito, ho fatto un lungo percorso, non solo per iniziare una carriera, ma per capire che direzione dare alla mia vita. Quando torni alla vita civile, ti senti molto solo, molto confuso, hai ferite fisiche e psicologiche. Il tutto mentre cerchi di integrarti nella società. Ai miei compagni d’arma ho chiesto cose molto personali: come si sentivano, di cosa avevano paura, come sono riusciti a sopravvivere agli orrori. L’ho fatto perché volevo condividere questi sentimenti con gli attori. Molti miei ex commilitoni soffrono ancora moltissimo. E poi volevo far sentire al pubblico cosa significa, davvero, trovarsi in un combattimento».

Come avete sviluppato la sceneggiatura?
Garland:
«Abbiamo iniziato a scrivere due anni fa. Ci siamo infilati in una stanza d’albergo e, nel corso di una settimana, ho fatto a Ray ogni tipo di domanda, cercando di fargli ricordare ogni minimo dettaglio. Ascoltandolo con attenzione, di capire non solo quello che mi diceva ma anche ciò che si nascondeva dietro le sue parole. Molto spesso le persone ti raccontano gli eventi e ti danno informazioni chiare e particolareggiate ma poi, per qualche motivo, forse per lo shock, non rivelano ciò che sentono davvero a un livello più profondo. Dopo aver raccolto il materiale, ho cercato di ordinarlo in una struttura lineare, che seguisse la sequenza reale dei fatti. Abbiamo lavorato insieme per un paio di mesi, poi abbiamo ampliato la ricerca iniziando a intervistare altri veterani coinvolti. A quel punto abbiamo inserito i loro ricordi nella sceneggiatura. Con le testimonianze, il processo di scrittura è diventato più complicato, ma anche più profondo. Poiché più racconti si hanno, più ci si può avvicinare alla verità».

'Civil War' al cinema il 18 aprile, il viaggio senza speranza attraverso una guerra che non vogliamo vedere

Ray, da veterano, cosa pensa della rappresentazione della guerra nei film di Hollywood?
Mendoza:
«Penso che pochi abbiano fatto un buon lavoro. Ci sono bei film sulla guerra, anche molto interessanti, ma non hanno niente a che vedere con quello che succede veramente al fronte».

Perché fare un film sulla guerra quando ci sono così tante guerre intorno a noi?
Garland:
«Sono nato nel 1970 e mi è sempre sembrato che ci fossero molte lezioni da imparare dalla Seconda guerra mondiale, come da tutte le altre guerre, anche perché ero circondato da persone che l’avevano vissuta personalmente. Oggi ho l’impressione che stiamo assistendo a giochi di potere che sfociano in conflitti. Il motivo per cui abbiamo fatto un film sulla guerra è che ci troviamo di fronte una situazione politica molto grave, tale da richiedere un’urgenza particolare. I giovani vengono mandati al fronte, a combattere, a uccidere altre persone, a essere uccisi, a ferire e a essere feriti, a traumatizzare ed essere traumatizzati. È quello che sta accadendo proprio ora, davanti ai nostri occhi. Quindi fare un film sulla guerra, quella vera, adesso, era secondo noi doveroso».

Cosa possiamo imparare da questo film?
Mendoza:
«Non c’è solo la mia storia, c’è la storia di molti. Io spero soltanto che madri, padri, mogli, mariti, figli e figlie che andranno a vedere questo film possano capire un po’ di più quello che viviamo e abbiamo vissuto come militari, il dolore provato da chiunque sia impegnato al fronte. La mia non è l’unica voce, è solo una delle tante che sperano nel profondo di poter aiutare un altro essere umano».

Sul Venerdì dell’1 agosto

Leggi i commenti